PRD Speciale Iran – Prologo

A un certo punto nel corso dell’anno passato ho sentito il bisogno fisiologico di una valvola di sfogo. C’è chi si iscrive in palestra, chi si compra una cabrio, chi fa un corso di découpage o di merengue. Io ho deciso di imparare il fārsi. Probabilmente non la prima opzione a cui normalmente si pensa, ma io ho sempre avuto un debole per le lingue e il fārsi era in cima alla mia lista virtuale di nuovi idiomi da imparare. E così mi ci sono buttato, tanto più che ho anche sempre avuto un debole per gli stati non-democratici e l’Iran è tra i miei preferiti.

Necessaria nota a margine: mi rendo conto che il fatto di avere una classifica dei regimi del cuore, oltre a non essere certo il modo migliore per rompere il ghiaccio a una festa, suona leggermente strano (diciamo a metà tra il surreale e il sociopatico), per cui sono necessari un paio di chiarimenti. Non ho mai trovato ragioni valide per apprezzare alcuna dittatura o semidittatura passata o presente, mangiapreti o baciapile, filopauperista o plutocratica, realpolitisch o sbroccata. Semplicemente è innegabile che le dinamiche politiche che creano l’habitat ideale per la nascita, la crescita e l’inevitabile declino di despotismi e oligarchie varie abbiano una certa attrattiva sociologica, specialmente se si è già inclini a una certa misantropia e un generale scoramento verso la capacità umana di fare scelte razionali.

Col progredire del mio fārsi, il mio interesse ha inevitabilmente cominciato a estendersi anche all’Iran in generale. Non che fossi digiuno di informazioni a riguardo, ma ero consapevole dei loro limiti. Sono partito con il ravanare internet alla ricerca di articoli sulla storia del persiano e della Persia e sono dolcemente naufragato in un mare di video, immagini e paginate sul paese e i suoi paesaggi, e quindi inevitabilmente sulla sua gente, e quindi inevitabilmente sui suoi usi e costumi, e quindi, e quindi, e quindi. E quindi alla fine ho capito che ci sarei dovuto andare, tanto più che nel frattempo stavano succedendo un sacco di cose: il 2015 è stato un anno cruciale per l’Iran e per i suoi rapporti col resto del mondo, una serie di fortunate coincidenze che si sono poi rivelate provvidenziali per la logistica di questo progetto.

Una sera sono tornato a casa e ho buttato lì l’idea alla Teutone, che ha inizialmente reagito con uno sguardo attonito. Tutti sogniamo di possedere una macchina del tempo per viaggiare nel passato, ma normalmente non intendiamo il Corano, e di certo la prospettiva di essere catapultati indietro di 1400 anni non è esattamente il sogno di ogni donna. Alla fine lo shock iniziale ha però lasciato gradualmente spazio all’entusiasmo. Del resto la Persia non è solo lo sguardo torvo di Khomeini: è anche la terra delle mille e una notte di Shahrzād e dei versi bacchici, tabacchici e venerei di Omar Khayyam.

E così io e la Teutone abbiamo cominciato a pianificare il viaggio con l’imprescindibile acribia prussiano-brianzola del caso; perché in fondo, disgelo politico o no, non stiamo comunque parlando di un weekend a Reggio Emilia. I dati disponibili sull’Iran sono pur sempre pochi e raramente tra i più attuali; e quando il successo o il fallimento di un intero viaggio si gioca sulle minuzie di un intrico di leggi inutilmente severe, anacronistiche, contradditorie e in generale arbitrarie, l’ultima cosa che vuoi è sognare di giocare al Marco Polo della domenica per poi ritrovarti davanti a un pasdaran della buoncostume con i baffi da Piero Focaccia che decide di rispedirti a casa perché la tua maglietta è troppo colorata.

L’Iran è grande, non solo in senso qualitativo: è proprio grande, è tanto. Di conseguenza abbiamo deciso che ci saremmo presi tempo sufficiente per esplorarne quanto più possibile in una volta. Abbiamo costruito, smontato e rimontato itinerari di viaggio, aggiungendo e togliendo città, allungando e abbreviando tratti di strada; abbiamo calcolato con la maggior precisione possibile ogni dettaglio, dalle distanze e i tempi di percorrenza dei bus al costo dei biglietti, dei musei, dei generi alimentari (compito non facile in un paese con una valuta così debole e un’inflazione così lunatica); abbiamo risparmiato abbastanza per non dover passare notti insonni nel timore di rimanere al verde, anche perché rimanere senza una lira in un paese ancora fuori dal circuito SWIFT significa non avere accesso a nessun’altra forma di pagamento alternativa al caro vecchio hard cash. Per essere sicuro di avere gli aggiornamenti più recenti in fatto di visti e normative varie sono persino andato all’ambasciata iraniana, dove l’ufficiale consolare mi ha spiegato che da ottobre 2015 i cittadini europei possono ottenere un visto turistico di 30 giorni direttamente all’arrivo e possono uscire dal paese senza richiedere l’intervento dei marines o dei servizi segreti. Abbiamo letto abbastanza materiale sulla storia e la cultura del paese per sapere quali città e regioni non andassero perse assolutamente (e quali evitare tout court) e per arrivare il più possibile scevri da involontari preconcetti o altri rifiuti nocivi che potessero creare situazioni imbarazzanti con le persone che avremmo incontrato lungo il cammino. Perché il piano era proprio quello: essere viaggiatori, non turisti. Immergersi senza remore nella persianità e interagire – limitazioni linguistiche e giuridiche permettendo – con gli autoctoni. A saltare da un hotel all’altro sono capaci tutti: prenotare solo due notti a Tehran giusto per ricevere il visa on arrival all’aeroporto e affidarsi poi a un mix di buona sorte, ospitalità e portali di couchsurfing richiede una certa dose di ottimismo.

Per diversi ragioni abbiamo deciso di viaggiare per l’Iran in un arco di quattro settimane tra marzo e aprile: volendo visitare sia il nord che il sud, da un lato era indispensabile un periodo dell’anno che non fosse troppo caldo nell’area del Golfo Persico o troppo freddo nelle aree montuose, e dall’altro eravamo curiosi di vivere le due settimane del Noruz, il capodanno persiano che inizia con l’equinozio di primavera. Da persone frugali quali siamo, ci siamo accontentati del volo più economico a disposizione, preferendo dirottare risorse sul soggiorno che sul comfort aereo: volo Berlino-Atene-Tehran e viceversa, con cinque ore di attesa all’andata e sette al ritorno. Zaino caricato al minimo indispensabile per non appesantirci lungo il cammino e per avere spazio libero da riempire eventualmente con cose interessanti, più bagaglio a mano con macchine fotografiche, batterie di ricambio ed elettronica varia, quadernetto per i vocaboli, piano di viaggio rigorosamente analogico con mappe e indirizzi delle ambasciate di mezza Europa, più due regali utili: il Farsi Phrasebook della Lonely Planet e un diario di viaggio rilegato a mano.

La versione riveduta, corretta e ampliata di questo diario cartaceo di viaggio si sta trasformando in una serie di post qui, una sorta di monografia persiana. A breve la prima puntata.

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Friends with benefits

Non ci smentiamo mai.

Come se non fosse già sufficientemente imbarazzante assistere alla quadriennale regolarità con cui 60 milioni di esperti di tattica calcistica si materializzano dal nulla e assicurano che col loro 4-4-2 avremmo vinto il mondiale di turno.

Come se non fosse già sufficientemente imbarazzante assistere alla regolarità con cui 60 milioni di fini analisti politici si materializzano dal nulla dopo ogni elezione politica o crisi di governo e assicurano che con la loro ricetta infallibile si sarebbe creato un governo stabile, efficiente e duraturo che avrebbe risolto la fame nel mondo, azzerato la disoccupazione, abolito imposte, tasse, bolli e canoni e distribuito pure camionate di angeli di Victoria’s Secret a tutti i virili maschi italici.

E invece, in elvetica sincronia con grandi eventi politici interni o esteri, si materializzano dal nulla pure 60 milioni di esperti di politica internazionale con in mano la panacea che salverà il Belpaese dallo spauracchio di turno: ultranegroidi, albarumenoslavi, predoni saraceni, meridionapoli e altre tribù barbare. Solitamente sono gli stessi luminari di cui si sente parlare solo durante i servizi del TG sugli italiani che leggono 0,27 libri l’anno. Quelli che nei sondaggi li riconosci subito perché crocettano direttamente “non sa/non risponde”. Quelli che pensano che il ministro Paolo Fox farebbe bene a invadere il granducato di Couscous. Bastano un paio di coglioni jihadisti in giro per la Ville Lumière ed ecco che un mese dopo ancora non hanno smesso di postare citazioni di Oriana Fallaci e sono di colpo tutti Charlie (Sheen, immagino).

Ultima occasione d’oro per improvvisarsi corrispondenti esteri di Foreign Policy è stata la visita istituzionale di Hassan Rohāni in Italia e il tradizionale strascico di italianità che solitamente accompagna certi eventi: l’immancabile gaffe di turno (vera o presunta) e la polemica che ne segue e alla quale tutti si sentono in dovere di partecipare esprimendo il proprio parere tecnico maturato in anni e anni di dibattiti alla bocciofila di Borgo Sticazzi.

Per carità, sono ben conscio che il solo parlarne mi colloca automaticamente nella stessa paradossale posizione e che ho ben poco diritto di alzare la cresta: in fondo anch’io sto esprimendo opinioni su recenti vicissitudini istituzionali iraniane dall’alto della mia profonda conoscenza della materia frutto di ore e ore a stretto contatto con una cartina dell’Iran e conoscenze base di Farsi. Chi meglio di me potrebbe testimoniare della complessa evoluzione sociopolitica di un paese dal quale mi separano solo 5000 chilometri scarsi e almeno altrettanti anni di storia?

Quando ho letto della faccenda delle statue dei musei capitolini, inscatolate – in un gesto paradossalmente considerato spudorato ed eccesso di pudore allo stesso tempo – per assecondare le usanze culturali dei musulnegri che vogliono conquistare l’Eurabia e costringere le nostre donne a girare per strada travestite da sacco dell’umido, il proverbiale puntone di domanda stile cartone animato mi è comparso sopra la testa.

Opzione 1

È una decisione presa dal governo italiano in seguito a previ accordi con il barbuto interessato? E allora:

  1. Se il presidente e il suo staff hanno preteso un trattamento del genere precisamente per le ragioni tanto temute dagli italiani, ovvero per un puro senso di offesa del proprio sentimento religioso, un sonoro pernacchione sarebbe anche una risposta adeguata.
  2. Se però, più realisticamente, una richiesta del genere fosse avvenuta per una mera questione di politica interna, francamente al posto di Rohāni avrei fatto la stessa cosa: non serve essere Machiavelli per capire che l’ultima cosa che mi serve è tornare in Iran e vedere i falchi filokhomeinisti e il resto dell’intelligencija conservatrice mentre mostrano la mia faccia stretta tra lo scroto di Ercole e i capezzoli di Arianna con una didascalia pretestuosa che suggerisce quanto io sia immorale nel posare di fianco a immagini che offendono chiaramente lo spirito coranico che dovrebbe contraddistinguere un membro del clero come me. E presumibilmente mi scoccerebbe altrettanto assistere al tentativo di captatio benevolentiae da parte di correntoni e correntine interne alla mia frangia moderata, che pur di scaricarmi e di ingraziarsi il favore di Khamenei (la vera eminenza grigia della Repubblica Islamica) farebbero eco pure ai peggiori reazionari. Sono i leggeri svantaggi nel vivere in una teocrazia, ma del resto cosa ne vogliamo sapere noi in Italia, dove la separazione costituzionale tra Stato e Chiesa impedisce ogni ingerenza delle istituzioni religiose nel processo legislativo?

Opzione 2

È una decisione presa di propria iniziativa dal governo italiano senza consultare il barbuto interessato? E allora:

  1. Ma tipo chiedere prima? Vi siete accertati che fosse una misura necessaria o siete partiti dal presupposto che “fa parte della loro cultura” e mostrare le areole di Medea è così haram da far piangere Allah?
  2. Ritenete plausibile che essere circondati da una gangbang di tette, culi e cazzi marmorei possa effettivamente creare un incidente diplomatico tra i due paesi? Mmm, quale possibile soluzione a questo spinoso impasse? Peccato che Roma non offra altre location storiche di rilievo in grado di fare da scenografia per un summit la cui posta in gioco sono giusto 17 miliardi in accordi commerciali intranazionali. Una vera sfortuna che la sala consiliare del municipio di Caronno Pertusella fosse già prenotata per un’assemblea straordinaria delle Nazioni Unite, altrimenti sarebbe stata ideale. Immagino che la prossima conferenza sulla dieta mediterranea la organizzeranno in un McDonald’s di Glasgow.

Fedeli alla tradizione italica che impone di trasformare ogni figuraccia in un’occasione per polemizzare ad libitum, il pueblo e i loro megafoni preferiti non si sono fatti attendere: da una parte i giornali che già paventano un’imminente nuova battaglia delle Termopili con noi nel ruolo degli spartani e i persiani nel ruolo dei persiani; dall’altra i prodi Opliti del Bene, pericolosamente armati fino ai denti delle solite dosi di volemosebbène e di account Instagram su cui postare foto dei capolavori dell’arte ellenico-romana per dare una bella lezione a ‘sti barbari retrogradi. Eppure non ricordo nessun paladino della libertà scomporsi e/o unirsi allo tsunami di sdegno quando lo stesso identico governo ha fatto la stessa identica cosa per il principe Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan quando è arrivato a Firenze da Abu Dhabi per le stesse identiche ragioni.

Essenzialmente, contro il gentismo sempre all’erta è impossibile uscirne vittoriosi. Il governo italiano copre le statue e giù tutti a dire“ma sono impazziti? Il presidente iraniano viene qui e Renzi nasconde millenni di cultura per assecondare i barbari che vogliono imporci il burqa!11!!1!!” Scommettiamo che, se il governo italiano non avesse coperto le statue, gli italiani avrebbero comunque trovato modo di lamentarsi? “Ma sono impazziti? Il presidente iraniano viene qui a negoziare un accordo bilaterale da diciassette miliardi di euro e Renzi rischia di sputtanare tutto mettendo in bella mostra le puppe di Venere e la fava di Perseo!11!!1!!”

Peccato che, fedeli a un’altra tradizione italica, l’ondata di indignazione ha suscitato anche la più classica delle reazioni: la presa per il culo. Mentre noi siamo lì a fare dietrologia per scoprire quali piani d’attacco si nascondono tra le righe delle dichiarazioni di Rohāni, parole evidentemente troppo ragionevoli per sembrare vere, gli iraniani sui social network hanno reagito con l’inevitabile riflesso che segue la perplessità per una paranoia infondata: il perculaggio a oltranza, appunto.

In effetti immagino – anzi, conosco per esperienza diretta – la frustrazione di dover spiegare al resto del mondo che il comportamento di un governo non rispecchia necessariamente il sentimento politico o la mentalità dei suoi cittadini. Quell’atteggiamento degli stranieri di turno – nel mio caso i tedeschi – fatto di commenti alla cazzo che collegano il tuo essere italiano a un oscuro mix di berlusconismo, affiliazione alla malavita organizzata e inspiegabile propensione genetica verso il ritardo, il calcio, il caffè e il Cattolicesimo (per fortuna è risaputo che i tedeschi, grazie al loro senso dell’umorismo, sanno prenderla bene se fai loro notare il livello di idiozia utilizzando analoghi paragoni campati per aria: non c’è come chiedere “ah sì? L’hai letto su una copia del Völkischer Beobachter che hai trovato in casa di nonno Karl-Heinz?” per assaporare appieno il sapore della Schadenfreude).

L’irrisione è l’unica valvola di sfogo nell’attesa che la gggente installi gli aggiornamenti ai propri preconcetti, e secondo me l’Iran è un’area sulla quale idiosincrasie di ogni genere abbondano, non solo per colpa del qualunquismo: le ultime notizie eclatanti risalgono al 1979, la rivoluzione di cui ricordiamo solo il grugno incazzato di quello stesso Khomeini che dieci anni dopo lancia la fatwa su Salman Rushdie. Poi niente di rilevante fino a quando la presidenza di Mahmud Ahmadinejād ci ha ricordato quanto sia pericoloso lasciare il pulsantone rosso in mano a sbroccati che vogliono ridisegnare le mappe geografiche a colpi di testate nucleari.

Forse è stato proprio questo quasi-decennio di linea dura a ricreare le condizioni politiche per una transizione (o meglio, un ritorno) verso la linea del disgelo e della moderazione che già nel 1997 aveva accolto con percentuali da sogno la schiacciante vittoria presidenziale di Khātami e le speranze di rinnovamento vanificate poi dall’elezione e la rielezione di Ahmadinejād. L’Iran della presidenza Rohāni si sta piuttosto rivelando un paese in rapida evoluzione, un’evoluzione resa possibile da una politica che sembra favorire il buonsenso diplomatico alla belligeranza fine a sé stessa e che sta riuscendo a canalizzare nella giusta direzione i punti di forza del paese: una piramide demografica invidiabile con quasi due terzi della popolazione sotto i 30 anni e con un’infrastruttura educativa che, almeno in teoria, ha il potenziale per trasformare un’intera generazione di giovani in una riserva praticamente infinita di manodopera altamente qualificata. Tanto per fare un paio di esempi, l’università è gratuita e il 60% degli studenti di ingegneria sono donne. Non sono chiaramente dati sufficientemente rappresentativi e certo non sono il contrappunto adeguato di una realtà sociale che vede ancora una palese disparità dei diritti tra sessi e il più alto tasso al mondo di fuga di cervelli, né perdonano all’Iran un record poco invidiabile in fatto di diritti umani che necessiterà di decenni di lavoro per essere riportato ai livelli di progresso che la Persia – dettaglio paradossale – aveva raggiunto nel sesto secolo a.C. con i principi di uguaglianza stabiliti nel Cilindro di Ciro. Del resto si tratta pur sempre della Jomhuri-ye Eslāmi-ye Irān, una repubblica islamica il cui capo di stato è un’autorità ecclesiastica nominata a vita e la separazione Stato-Chiesa non è contemplata; di conseguenza ogni passo in avanti in termini di legislazione è affidato all’arbitrio di teologi via via più liberali che valutano l’ammissibilità di un disegno di legge in base alla sua compatibilità con le norme coraniche. È quindi inevitabile che il resto delle libertà individuali se le prendano le persone rosicchiandosele poco alla volta, un po’ come è successo con il velo femminile che, partito dal chador nero ad altezza fronte, è indietreggiato di un paio di centimetri ogni anno per arrivare all’hijab colorato che copre a malapena mezza testa.

Parole crociate

Ieri sera sono lì bel bello a leggere. Smetto un secondo, do un’occhiata a Facebook e vedo una cascata di aggiornamenti in tempo reale. Comincio a spulciare la bacheca e tento di unire i tasselli per ricomporre il puzzle di notizie e capire meglio cosa succede. C’è stato un attentato a Parigi. No, c’è stata una serie di attentati in sincrono a Parigi. Sugli autori della strage non ci sono ancora conferme ufficiali, ma una sorta di meccanismo pavloviano già dipinge davanti agli occhi un video pixelloso in cui si vede un coglione con la barba lunga seduto a un tavolo sul quale poggiano un kalashnikov e un Corano mentre alza le mani al cielo e sbraita proclami che iniziano con la Shahada e si concludono con “Allahu Akbar!”

Il passo immediatamente successivo è pensare che si tratta probabilmente dello stesso riflesso che in questo stesso istante sta causando un attacco di priapismo acuto ai fascistoidi di mezza Europa, dai ministri dell’interno di tre quarti del continente fino ai dementi che copincollano regolarmente i tweet di Salvini sulla loro bacheca. Superato il momento di profondo disappunto verso me stesso vedo – prevedibile come la trama di un porno – un paio dei suddetti retweet con le classiche manifestazioni diarroiche di fasciopensiero senza capo né coda. Ed è lì che mi piomba addosso il timore sulle conseguenze a breve e medio termine di un attentato del genere.

Nell’immediato arriverà il tradizionale rigurgito di saggezze sulla necessità di rispedire “a casa loro” tutti i mangiakebab (opinione sempre più comune tra i mangiaspaghetti) prima che le profezie di Oriana Fallaci si avverino e le teste ad asciugamano sguainino le scimitarre obbligando “le nostre donne” a mettere – e giuro, l’esempio che segue è genuino – il burqa come in Arabia o in Iran. Ora, credere che l’Arabia sia un paese testimonia innanzitutto che la tua unica fonte di informazione sulla politica estera è Aladdin. Il che spiegherebbe anche la confusione tra Agrabah e Afghanistan.

E comunque il burqa in Iran non si usa: quello è il chador (letteralmente “tenda”). Aggiungo a titolo puramente informativo che in Iran sono sciiti, e gli sciiti non figurano tra i complici dell’ISIS, bensì tra le minoranze perseguitate. Per carità, sono questioni di lana caprina; è come discutere se il metodo più efficace per estorcere una confessione a una donna accusata di stregoneria sia la poltrona di Giuda o la vergine di Norimberga, quando il nucleo della questione è che la stregoneria non esiste e il problema è l’Inquisizione.

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Solo le tue pulci ti piangeranno, principe Abubù.

Le conseguenze a medio termine sono che un attentato del genere è il 6 al Superenalotto che le squadracce di tutta Europa stavano aspettando: il Front National francese in primis, Jobbik e Fidesz in Ungheria, lo UKIP britannico, le camicie brune di NPD e Pegida in Germania e ovviamente gli endogamici nostrani della Lega Nord. Sono abbastanza sicuro che dopo ore di livestream il portatile di Matteo Salvini assomigliava alla tuta di un imbianchino. Il problema non è tanto l’atteggiamento generale da “gnegnegnè, te l’avevo detto”: è che nel corso dei prossimi anni ci saranno elezioni locali e nazionali. Uno spettro si aggira per l’Europa, diciamo.

Esauriti gli psicorasponi sull’avanzata dei carrarmatini neri, ecco arrivare un’altra preoccupazione: se da un lato è allarmante la prospettiva di un pugno di ferro a maggioranza qualificata, dall’altro ci sono i pericoli dal fronte non-violento. Più precisamente, quell’atteggiamento di bagattellizzazione della violenza. Non era passata mezz’ora dalla notizia che già i falchi del pacifismo senza se e senza ma condividevano convulsivamente l’hashtag #prayforparis sotto l’omonima immagine con la A stilizzata a mo’ di Tour Eiffel. E lì ho percepito fisicamente il turbinio del mio scroto. Un paio di considerazioni:

Prima considerazione: pregare è uno di quei modi per dare l’impressione di stare facendo qualcosa senza in realtà fare niente, e di farlo ostentando pure grande trasporto emotivo. News flash: nel caso non ve ne siate accorti, pregare non è mai servito a niente nella storia dell’umanità, a meno che non siate tra quelle persone che credono ai miracoli, che considerano Padre Amorth un esperto e che sono convinte che il passaggio di Saturno nella quinta casa del Capricorno vi garantirà davvero tanta fortuna in amore questo mese. La buona notizia per chi soffre di questa condizione è che ora si ha perlomeno la possibilità di essere aiutati senza ricorrere alla tradizionale permanenza in una cella di isolamento dell’Arkham Asylum.

Seconda considerazione: a chi dice che dobbiamo pregare per Parigi è doveroso fare notare l’involontaria ironia della cosa. Sono abbastanza sicuro che ieri sera c’erano un sacco di persone che stavano pregando per Parigi. Semplicemente pregavano in direzione della Mecca affinché la bomba non facesse cilecca, che il fucile non si inceppasse e che la città si trasformasse in un rogo di kuffar. L’amara ironia è che a quanto pare le loro preghiere sono state ascoltate.

Un altro meme che viene rispolverato in queste situazioni da parte di personalità di spicco della scena politica (capi di stato, ministri) o culturale (intellettuali sessantottini, lettori di Paulo Coelho e sciampiste) è che “la religione non c’entra nulla con questi attentati”, una frase dove è difficile decidere se limitarsi a sottolinearne la banalità o ricordare quanto sia dimostrabilmente falsa. Uso il termine “ricordare” non a caso: è sufficiente non avere trascorso gli ultimi millenni in uno stato di torpore vampirico, sigillati sotto una lastra di granito nelle catacombe di un castello transilvano, per rendersi conto di quanto la religione c’entri eccome.

Se fossi un jihadista, probabilmente a questo punto proverei addirittura un senso di frustrazione: quante volte ti devo strillare in faccia che il mio dio è grande prima che tu capisca che, come Jake ed Elwood Blues, sono in missione per conto di Dio? Quante spiedini di teste mozzate devo fotografare prima che tu capisca che non è un semplice corso di découpage ma consigli presi pari pari dal manuale di problem solving scritto dall’ultimo vero turboprofeta?

Ok, il manuale di problem solving non è stato tecnicamente scritto da lui (e certo Maometto non è l’ultimo tra gli sbroccati che si sono definiti profeti nel corso dei secoli). Ma sostenere che gli fosse stato dettato da un angelo mandato da Dio rimane comunque una giustificazione poco perdonabile per il suo analfabetismo.

La religione c’entra. Solo chi non vuole arrendersi all’idea cerca una razionalizzazione post-hoc per un atteggiamento che, se seguito coerentemente, probabilmente costringerebbe anche loro stessi a riconsiderare i tanto sbandierati benefici della fede come bussola morale.

Non è certo un atteggiamento nuovo: è solo la perpetuazione della stessa forma mentis che ha creato la teologia, disciplina simil-olimpionica consistente principalmente nell’arrampicarsi sugli specchi per affrancarsi dal compito tanto scomodo quanto imbarazzante di riconciliare due ruoli inconciliabili: definirsi il depositario di risposte ai grandi enigmi dell’esistenza ma al contempo doversi assumere la responsabilità di rispondere a queste domande.

L’imbarazzo nasce nel momento in cui non puoi perdere la faccia e dire “guarda, ne so quanto te” dopo aver creato un simile livello di aspettativa: non puoi mica autonominarti ambasciatore di un’entità benevolente, onnipotente e onnisciente con la quale comunichi regolarmente e non sapermi riferire la sua risposta a domande tipo “se Dio è amore, perché mia figlia ha la sclerosi multipla?” senza nascondersi dietro a un “eh signora, le vie del Signore sono imperscrutabili: è Dio che sta mettendo alla prova la sua fede nella sbiriguda del tarapia tapioco.”

Del resto non c’è molto da aspettarsi da dèi che sostengono di essere onnipotenti e dalla tua parte ma che non riescono a sconfiggere l’esercito dei tuoi nemici perché “avevano carri di ferro” [Giudici 1:19]. Presumo sia il “non importa, sai, c’avevo judo” della Giudea antica.

Nel caso specifico degli attentati parigini è indispensabile sforzarsi per evitare generalizzazioni degne dei gruppi di fascistelli sopracitati, utilizzando jihadisti come metro di misura per il restante miliardo e mezzo di musulmani nel mondo. Anche perché sennò Abdullah non potrebbe più uscire di casa nel timore della sciura Brambilla del terzo piano, cristiana come Anders Breivik.

Ed è anche vero che la variabile politica gioca un ruolo importante: i governi occidentali (termine che uso in modo molto ampio) hanno seminato vento per decenni. Adesso mietono la tempesta.

Ma fare leva sulla propria white guilt occidentale per affrancare la religione degli attentatori da ogni responsabilità serve solo da palliativo per la propria coscienza, un’utilità tanto egoistica quanto poco sensata: io non ho sensi di colpa perché non ho colpe. Non ho colpe nei governi che il mio paese occidentale ha rovesciato, così come non posso reclamarne miei i suoi meriti. Chi occupava ieri il Bataclan non posso incolparlo per aver colonizzato Guadeloupe come non posso applaudirlo per l’Illuminismo.

Un vizio occidentale duro a morire è però quello di indossare l’ermellino e parlare per conto terzi, in questo caso nel ruolo di avvocato difensore d’ufficio. Chi cerca di assolvere il Corano dalla responsabilità di essere la forza motrice dei questi attentati (e quelli di Al-Qaida, Boko Haram, Ansar al-Sharia e stronzi analoghi) dovrebbe per prima cosa accertarsi di averlo almeno letto e ammettere che non è semplicemente il testo sacro di una “religione di pace rovinata da un paio di mele marce” ma è un libro nato nel contesto di lotte politiche intestine e di espansione e ne riflette lo spirito belligerante, oltre che soffrire dell’arretratezza e virulenza delle regole di condotta del VII secolo, principi anacronistici per definizione. Per citare Sam Harris, “the problem of Islamic fundamentalism are the fundamentals of Islam.” I fondamentalisti si limitano a applicarne pari pari i precetti, il che conferisce paradossalmente più onestà intellettuale a loro che non ai teologi da tastiera che ci tengono a illuminarci facendoci notare che certi versi sono stati estrapolati dal contesto delle rispettive sure, che bisogna leggere tra le righe e alla fine tutte le fedi potranno coexist (rigorosamente scritto con i simboli religiosi). Un bel giorno Menachem Mendel Schneerson abbraccerà Ruhollāh Khomeini nel paradiso interreligioso mentre Godefroy de Bouillon intreccerà ghirlande di fiori con Danishmend Gazi.

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E poi c’era la marmotta…

Questa necessità di affrancarsi dai suoi paragrafi più sanguinari fa sì che si debba rovistare freneticamente tra le righe e si perdano di vista le righe stesse. Il risultato sono una milionata di interpretazioni, tutte potenzialmente giuste o sbagliate. Ma se il testo su cui si basa il tuo sistema di valori può essere interpretato nell’uno o nell’altro modo, evidentemente non è una base molto affidabile attorno alla quale è possibile creare un codice etico condiviso e condivisibile. In questo senso c’è una certa continuità storica, visto che è successo per qualsiasi testo sacro. Non so quanti cristiani oggi approverebbero inquisitori, roghi o anche solo il divieto agli ebrei di essere membri di associazioni professionali: una Chiesa che lo richiedesse si trasformerebbe in una setta (termine che uso in senso puramente quantitativo). Che poi è il motivo per cui i defensores fidei che sostengono la superiorità del Cristianesimo rispetto all’Islam si sbagliano di brutto: a dispetto di ciò che molti esponenti laici ed ecclesiastici sostengono, il fatto che sia più moderato non è conseguenza della natura intrinseca del Cristianesimo stesso. La storia ci insegna che entrambi i testi sacri possiedono lo stesso potenziale in termini di violenza. E la storia ci insegna anche che questo potenziale esplosivo è stato ammansito dall’esterno con la secolarizzazione e la democratizzazione degli stati europei. Ogniqualvolta la religione descrive il proprio ammodernamento dall’interno lo fa in palese malafede. La religione si è adattata – peraltro con costante ritardo – ai mutamenti sociali, presumibilmente per una naturale necessità di autoconservazione: quando predicare che la Terra è piatta li avrebbe fatti passare per dei deficienti, la teologia ha improvvisamente scovato che un chiaro riferimento alla sfericità era nascosto tra le righe della Genesi tutto il tempo. Darwin? Adamo, Eva, il serpente parlante e il diluvio universale sono una chiara metafora dell’evoluzione degli organismi; sei teologicamente così poco erudito da aver creduto che fosse da prendere alla lettera?

E’ un dibattito reso impossibile da un semplice fatto: la fede è un sistema epistemologicamente inaffidabile che per propria natura e necessità può solo creare situazioni lose-lose. Lo stesso problema che rende anche il dialogo interreligioso impossibile senza la presenza di un arbitro esterno (la società civile laica e democratica) che ne freni la naturale deriva verso l’assolutismo teocratico. Il Cristianesimo ha già vissuto questo capitolo, l’Islam è purtroppo ancora in quella fase adolescenziale in cui sei convinto che nessuno ti dia ragione perché ce l’hanno tutti con te, e solo qualche anno più tardi ci ripensi e dici “figa quant’ero scemo all’epoca.” Tentativi di riforma sono al momento delegati all’arbitrio dei rispettivi paesi, motivo per cui abbiamo il Marocco ma il Pakistan, l’Oman ma l’Arabia Saudita, la Giordania ma l’Afghanistan. La difficoltà sta probabilmente nel trovare le mezze misure: da genitori troppo severi nascono figli frustrati, ma da genitori troppo permissivi nascono figli viziati.

You are the wilderness inside me

Ci mancava solo la scena da apocalisse zombie. L’altra sera stavo camminando bel bello verso Hermannplatz, centro nevralgico della Berlino sbroccata, cazzona, strappona e fattona, per tornare a casa dopo aver dato lezioni di tedesco. Mi avvio con nonchalance verso l’ingresso sotterraneo al centro della piazza per prendere la U8 e serpeggiare attraverso la Neukölln notturna e sonnolenta del lunedì sera.

ingresso centrale della U-Bahn Hermannplatz.

Il piccolo problema è che non c’è modo di scendere le scale perché un capannello di persone tappa l’entrata. Mi avvicino e scopro di essere finito in una puntata di The Walking Dead: un walker coperto di sangue arranca quasi bocconi su per la scalinata cercando appiglio sul corrimano, barcolla, il peso vince e quasi si splatta la faccia su un gradino. Si rialza e continua la risalita.

mi faccia passare, non ho tempo da perdere.

In tutto questo io mi guardo attorno per cercare una spiegazione da parte degli astanti. Ci sono un tedesco rossiccio e bello piazzato, una tettona bionda, un giapponese alto e rachitico con un aspirapolvere sottobraccio e un paio di altri soggetti.

Presto, la metro arriva fra due minuti!

Il roscio mi spiega che semplicemente il walker l’hanno trovato così nella stazione, in botta da alcol e/o allucinogeni. Lo zombie raggiunge la cima delle scale e si aggrappa alla ringhiera laterale, ma i pantaloni semicalati con panoramica grandangolare delle sue chiappe pelose lo fanno inciampare e schiantare sul pavé, l’urto attutito (si fa per dire) da due biciclette legate alla ringhiera. Tiro fuori il telefono, ma lo spalluto ginger mi dice che ci ha già pensato lui e che i paramedici sono già in strada. Momenti di indecisione tra lo sparuto pubblico: il primo istinto è quello di avvicinarsi per cercare di districarlo dal groviglio di catene e manubri, ma il secondo istinto, quel sano timore di essere morsi dal walker insanguinato e trasformarsi in un non-morto, ha la meglio. L’istinto di conservazione crea un sobrio compromesso: stiamo lì e non lo lasciamo solo, ma al primo passo falso abbiamo già pronta la balestra in pieno stile Daryl Dixon.

“I ain’t nobody’s bitch.”

Tutto procede fino al momento in cui, dall’altro lato della piazza, sembra iniziare l’invasione: un altro walker arranca zigzagando nella nostra direzione grugnendo cose a caso in arabo, presumibilmente qualcosa del tipo “Gennarino, dove minchia sei? Gennarino?” e finisce davanti a noi con lo sguardo a mezz’asta tipo bandiera a lutto e oscillando la testa da parte a parte a mo’ di radar per osservarci e cercare di dare un senso alle visioni sconnesse che ondeggiano tra i suoi occhi annebbiati e i rimasugli delle sinapsi nel suo cervello. Nel frattempo ci chiede qualcosa in arabo, forse “cos’è successo?” o “chi di voi è stato?”, ma nessuno dei perplessi spettatori apre bocca.

e tu invece sai chi ti saluta un casino?

A un certo punto la sua testa smette di setacciare l’orizzonte e il suo sguardo rimbecillito si ferma – grazie tante, Murphy – ovviamente su di me e l’amico di Gennarino mi biascica sequenze di suoni ovattati sbavando come un demente mentre fa un passo in avanti. Ora, io non parlo arabo, ma mi sono smazzato abbastanza corsi di fonologia per saper distinguere una domanda da un’affermazione perentoria, in questo caso probabilmente “la ritengo personalmente responsabile della natura dolosa dell’indisposizione del mio amico, o screanzato!” o qualcosa del genere. Reagisco mostrando il palmo della mano accompagnato da un semplice “wow, easy.” e poi rimango dove e come sono, in silenzio, con gli auricolari nelle orecchie, il tablet sottobraccio e lo sguardo fisso sui possibili movimenti del walker. Movimenti che infatti non tardano ad arrivare, preceduti da uno strascicato “I’LL FUCKING KILL YOU!” e seguiti dal mio imperturbato “no, you will not.” poco prima che lo sbroccato carichi un destro in direzione della mia faccia. Ora: purtroppo per lui, dopo un’ora e mezza a spiegare le preposizioni di luogo a doppio case-marking la mia tensione è a livelli da Tuco Salamanca e i miei riflessi sono quelli di un cazzo di Navy Seal.

wow, easy.

Potrei catturare bin Laden a mani nude mentre titillo i capezzoli a Olivia Munn e preparo l’anatra all’arancia, per cui don’t you dare fucking mess with me, tanto più se riesci a malapena a reggerti in piedi.

Olivia Munn piacevolmente sorpresa da – tra le altre cose – la mia anatra all’arancia.

Manco a dirlo, il destro non va esattamente a buon fine, complice una distorta percezione spaziale, un pessimo equilibrio e una lentezza tale che, a dire il vero, qualsiasi nonnina paraplegica sarebbe riuscita a uscirne illesa. Devio il braccio all’altezza del tricipite aggiungendoci una leggera pressione, pressione che in quelle condizioni basta a farlo inciampare su sé stesso e cadere per terra e rialzarsi per mezzo secondo prima che due armadi fosforescenti lo agguantino da dietro e nello stesso attimo in cui l’ambulanza arriva a raccattare Gennarino ‘o Zombie per portarlo via e medicarlo (o sfondargli la testa di legnate).

vaffanculo a ‘tte, a ‘sto cazzo de zombismo che c’hai e all’anima de li non-mortacci tua, a ‘tte e a Gennarino!

Fortunatamente il bilancio della serata si è limitato a uno strappo di due centimetri e mezzo nella giacca invernale comprata a dicembre, gradito omaggio della rovinosa caduta del babbo di minchia, oltre che ovviamente a del succoso materiale da blog.

Una quotidiana guerra / con la razionalità

Pensavo che le vicissitudini casalinghe di rilievo avessero avuto il loro inizio e la loro fine nel post precedente, ma a quanto pare hanno il potenziale per trasformarsi in un appuntamento regolare. Un po’ come Medicina 33, ma meno soporifero di Luciano Onder. E allora, intanto che il ferro è caldo, battiamolo: tutto era iniziato con la mia ricerca di una persona che volesse vivere a Berlino e fosse vagamente normale, dimenticandomi ancora una volta che le due cose non vanno mai di pari passo — oh me stolto. La ricerca si era conclusa con Olivia, la più normale in un raggio di parecchi chilometri (per essere precisi, i 17.938 che la separano da casa).

Orbene, di recente Mademoiselle O ha deciso di andare in vacanza con i genitori. O meglio, i signori Olivi hanno deciso di circumnavigare il pianeta per riabbracciare la loro figlioletta, core de mamma, sfuggita alle orde di Nazgûl che hanno invaso la Terra di Mezzo e attualmente dispersa nella Sin City prussiana. Il padre ha dovuto purtroppo dare forfait causa impegni di lavoro (la mia teoria è che lavori per Sauron), lasciando così a una figlia con scarso senso pratico e a una moglie che non ha mai messo piede fuori dall’isola il compito di sopravvivere tre settimane disseminate per l’Europa. Cosa potrà mai andare storto?

Nel caso qualcuno stesse pensando che io sia eccessivamente apprensivo, questo dialogo dovrebbe dirimere ogni dubbio:

Io: ah, allora è tutto pronto per domani? A che ora parti? Mattino, sera…

Lei: sì, c’è praticamente tutto. Il volo parte alle 9.30 di mattina da Schönefeld e poi mi incontro a Londra con mia madre. Sai qual è il modo migliore per arrivarci?

Io: mah, io direi di andare a piedi fino alla S-Bahn e prendere la S45 o la S9. Devi solo controllare gli orari, ma è comoda.

Lei: se esco di casa alle 8.45 dovrebbe bastare, che dici?

Io [perplesso]: mi sembra leggermente tirato: calcola che ci metti dieci minuti a piedi e almeno una mezz’ora di S-Bahn. E una volta arrivata devi comunque fare il check-in.

Lei: ah, ma io l’ho già fatto online!

Io [basito]: stai via più di tre settimane e hai solo il bagaglio a mano?

Lei: no, ho anche quello zainone lì.

Io: eh, vedi.

Lei: aaah, tipo che lo pesano e lo caricano, quelle robe lì?

Io: tipo quelle robe lì. E tieni conto che ci sarà sicuramente la fila. Cerca di essere lì almeno un’ora e mezza prima. Facciamo due, giusto per andare sul sicuro.

Lei: mmm, sì, mi sa che hai ragione.

Epilogo: la mattina dopo mi sono alzato alle sette e la casa era già vuota.

ma che oooh?

la mia reazione, un misto di silenzio attonito e Germano Mosconi.

In tutto questo, Olive ha pensato bene – previo il mio consenso – di subaffittare la sua camera per tre settimane. E con la capacità che ho io di attirare casi umani, chissà chi mi ritroverò in casa, ho pensato. Ecco, appunto.

Ai se eu ci credo

Il primo sub-coinquilino è stato Christoph, ingegnere solare (nel senso di fotovoltaico, non di esuberante) mezzo tedesco e mezzo brasiliano. Un po’ il classico cliché dell’ingegnere quadrato e con i piedi per terra che quando si parla del tempo dice cose tipo “fuori ci saranno 25°C, forse anche venticinque-virgola-cinque”, come se l’umano medio percepisse le stesse differenze di temperatura rilevate da una stazione meteo. Scommetto che ti sa dire quante polveri sottili ci sono nell’aria semplicemente annusandola come un sommelier; probabilmente avverte anche i terremoti prima che arrivino, tipo gli animali della savana.

who gives a shit?

E’ la stessa persona che una sera è riuscita a tenere una miniconferenza sul proprio spazzolino elettrico (modello di punta da cento euri; sette programmi, incluso il massaggio gengivale; ha un astuccio che funge anche da caricatore; un set di quattro testine di ricambio costa venticinque euro; mi sono scordato il numero di oscillazioni al minuto, perdonatemi).

esticazzi?

E’ la stessa persona che un’altra sera, poco dopo aver sparpagliato mezza confezione di Edamer pregrattugiato sulle linguine al sugo (eddai, cazzo), se ne è uscito con “ho detto per sempre addio ai tensioattivi”, detto con l’espressione compiaciuta di chi ti direbbe “hai presente Adriana Lima? Ma sai che labbra morbide che ha? E hanno il sapore della rugiada.” Mi ha raccontato che da un paio d’anni si lava solo con la terra. Ora, innanzitutto io sospetto di aver appena trovato una nuova nicchia di mercato per una truffa tanto redditizia quanto esilarante: riempio bottiglie con la sabbia del Müggelsee (o del parco giochi dietro l’angolo), le etichetto come “sabbia detergente olistica del Mar Morto” e la vendo online ai berlinesi, che quando si tratta di paccottiglia new age pseudoalternativa hanno le stesse capacità critiche di una vecchietta napoletana davanti al sangue di San Gennaro.

"con quella bocca può dire ciò che vuole" [cit.]

Adriana Lima, anche lei brasiliana, ha detto no ai tensioattivi.

Insomma, Christoph ha sostituito i tensioattivi con una terra magica che si diluisce in acqua e si usa come detergente naturale. Per carità, nulla da obiettare: ben venga qualsiasi sforzo per salvare il nostro puccioso pianeta e i suoi insopportabili abitanti. Chiedetemi e sarò il primo a dare una mano, basta che non mi telefoniate mentre sto mangiando il mio filetto di cucciolo di foca in salsa di panda.

join the baby seal club

La cosa più buffa, quella che mi ha lasciato leggermente perplesso, è avvenuta un paio di sere dopo: si parlava di scienza, di natura e – sorprendentemente – di neurolinguistica e di genetica delle popolazioni: la facoltà tutta umana di un linguaggio complesso e ricorsivo che ci ha permesso di sviluppare la cultura in ogni sua forma, di come tutto sia dovuto a una serie di fortuite coincidenze, il marchio di fabbrica dell’evoluzione, blablabla. Quella roba lì.

Poteva una simile discussione rimanere ancorata nella realtà? A Berlino? Ovviamente no. A Berlino c’è sempre qualcuno che – perdonate il petrarchismo – deve per forza rovinare la degustazione prendendo la bottiglia, pisciandoci dentro e offrendola on the rocks ai presenti. L’ingegnere coi piedi per terra ha cominciato a decollare pian piano per condurmi sul pianeta parallelo di cui pare essere cittadino onorario e ha cominciato a blaterare di fantomatici campi morfogenetici. Secondo questa teoria di nicchia (più precisamente: teoria del cazzo), l’evoluzione della specie è influenzata da una sorta di campo magnetico che funge da acceleratore o moltiplicatore della capacità di apprendere una determinata abilità. Mecojoni. Esempio: perché ci vuole così poco a imparare a giocare a badminton? Forse perché il badminton è uno sport da decerebrati? No, perché l’aumento esponenziale di giocatori di badminton (ommadonna, suona come una piaga d’Egitto) ha generato un campo morfogenetico che ha alterato il DNA potenziando la capacità delle nuove generazioni di apprendere le regole del badminton. L’argomento con cui ha risposto alle mie comprensibili obiezioni è stato “eh, ma non può essere altrimenti.” Certo, quale modo migliore per rendere i tuoi argomenti più credibili che ammettere la tua incapacità di immaginare altre opzioni?

certo, certo

Ovviamente, San Tommaso come sono, quando il tasso di minchiate supera il numero di bambini leucemici di Černóbyl’, mi viene l’istinto di fare un po’ di ricerca e risalire la corrente a mo’ di salmone fino alla fonte di questa teoria: nella fattispecie a Rupert Sheldrake, accademico con un vero PhD, con un passato da vero ricercatore a Cambridge e Harvard e con vere dissonanze cognitive. Ruppy ha ipotizzato questa famigerata idea di morphic resonance secondo la quale – cito Wikipedia – “memory is inherent in nature” e anche “natural systems, such as termite colonies, or pigeons, or orchid plants, or insulin molecules, inherit a collective memory from all previous things of their kind” con scappellamento a destra del tarapia tapioco. Praticamente le stesse stronzate dell’omeopatia circa la memoria dell’acqua, ma applicate all’etologia di sistemi sociali complessi. Le sue idee sono state accolte con favore dal “guru della coscienza quantica” Deepak Chopra, generalmente la conferma definitiva che si che si tratta davvero di stronzate.

lino banfi says relax.

Florence + The Mangime

Partito Christoph nel weekend, il lunedì successivo è arrivata Florence: uno stereotipo della francese con l’espressione schifata di chi è appena tornato dalle vacanze e dà un’annusata nel frigo che si era dimenticato di svuotare. Ecco, quella faccia.

Al contrario di Christoph, Florence – viva viva gli eufemismi – non è molto loquace: se n’è sempre stata essenzialmente chiusa in camera al buio senza nemmeno fare rumore, tanto da farmi sospettare che si stesse lentamente decomponendo. Fortunatamente per lei, no.

Florence è uscita dal sarcofago sempre e solo per due motivi: mangiare e lavarsi. Alla faccia della nouvelle cuisine française, Florence pare si nutra solo di cereali in fiocchi che sembrano il mangime per quei fastidiosi pappagallini verdi e gialli.

"pensavo fosse solo silenziosa" [cit.]

“pensavo fosse solo silenziosa” [cit.]

Per la doccia ha usato invece un liquido semitrasparente contenuto in un sacchetto dalla forma strana, una roba a metà tra una sacca di plasma e la ricarica del Denk Mit per i vetri. Quantomeno non è terra magica incantata da uno sciamano del Mato Grosso.

ricarica Denk MitE cosa fa Florence a Berlino? Mi vien da ridere solo a scriverlo, ma – sorpresa – fa arte.

Medici senza frontiere

Eh certo, e cosa sennò? A sentire la gente che c’è in giro, a Berlino sembra di stare nella Firenze medicea, con i geni rinascimentali che affrescano, scolpiscono, poetano, filosofeggiano e dischiudono i segreti dell’universo con la sola forza del pensiero. Oppure sono dj, perlomeno quando non vanno a ballare al Berghain. Eh già, perché un numero allarmante di francesi, di spagnoli e soprattutto di italiani fa fatica a disabituarsi al riflesso cattolico di punire il proprio corpo per non meglio precisate colpe. Quel masochismo che li fa stare in fila nelle ore più gelide delle notti invernali berlinesi per farsi rimbalzare da Sven Marquardt, il buttafuori con il più alto tasso di schadenfreude nel sangue.

Sven says nope.

Sven Marquardt, sosia di Mario Brega per passione e buttafuori per hobby.

Tutto questo in una capitale europea dove il concetto di selezione all’ingresso praticamente non esiste e quando esiste non significa “vestito bene = dentro, vestito male = fuori”, ma è semplicemente delegato all’arbitraria benevolenza di un tizio a caso. In una città considerata buzzurra anche per gli standard tedeschi di calore umano? In bocca al lupo. Crepi.

Eh, ma vuoi mettere poter tornare a Busto Arsizio dai tuoi per Natale e raccontare di essere stato dentro (o più probabilmente davanti a) il tempio europeo dell’electro? Ma stigrancazzi: il giorno in cui direte al piccolo Peppino “al Berghain ho fatto una pompa a un australiano sbronzo nella darkroom; proprio come zia Matilde, zia Sofia e nonno Jason”, io starò raccontando ai miei nipoti di quando ho rotolato una balla di fieno da 200 chili attorno a una piazza contro un team di gente travestita da bottiglia di birra boema o di quando, in una domenica d’inverno e per una serie di casualità, mi sono ritrovato a farmi raccontare storie di vita da un perfetto sconosciuto. Un ex-pugile. Polacco. Con precedenti penali. Per omicidio (tranquilli, era colposo). Mentre andavamo a visitare la madre di lui. In un ospedale in Brandeburgo.

The dark side of the room

Gli ultimi mesi sono stati, per dirla con un understatement, piuttosto movimentati: a partire da fine estate, la mia occupazione principale è stata vagare tra i distretti di Berlino alla ricerca di un posto dove stare a lungo termine. Una parvenza di stabilità è arrivata a metà novembre, quando per vie traverse ho trovato una casa da dividere con qualcuno che cercava una sorta di coinquilino che custodisse l’appartamento fino ad aprile, in attesa di sapere se il contratto di sei mesi si sarebbe trasformato in un lavoro vero nello Stato Libero di Sassonia o in un ritorno al campo base nella capitale.

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La seconda che hai detto. E così mi si sono presentate due opzioni: cercarmi un’altra WG (che, per i non germanofoni, si pronuncia veghé e sta per Wohngemeinschaft, casa in condivisione) o rimanere qui e prendere in mano le redini del bilocalino.

La seconda che hai detto. Con il beneplacito di Frau Proprietaria ho deciso di restare qui e di trasformare la casetta singola in una WG a due piazze. Per carità, vivere per la prima volta assolutamente solo è stato assolutamente catartico, ma il mio team di financial adviser mi ha assicurato che l’ufficiale giudiziario sarebbe stato troppo impegnato a leggermi l’istanza di pignoramento per sentirmi filosofeggiare sul concetto di katharsis, così ho deciso di AAA cercarmi un coinquilino ambosessi telefonare ore pasti astenersi perditempo.

Ho preparato bel bello il mio annuncio e l’ho postato a mo’ di offerta votiva nel tempio di wg-gesucht.de, con cauto ottimismo ma soprattutto con debito anticipo. Chiamatela lungimiranza, chiamatela ansia, mi sono concesso un margine di tempo sufficiente per rispondere alle richieste, concedere a ogni persona invitata almeno un’oretta per chiacchierare senza essere interrotti dal citofono e per potermi alla fine sedere, riflettere con calma, scegliere, comunicare la mia scelta e addirittura avere un minimo spazio di manovra in caso di disdetta repentina. E, come avrete intuito, per disporre un numero pari di fiammiferi in una fila simmetrica perfettamente perpendicolare al bordo dei fornelli.

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36! 42! 58!

Campione dell’eccesso di cautela come sono, le mie aspettative sono state essenzialmente messe sottosopra: a un’ora dalla messa online già si contavano ventuno mail. Quando la mattina successiva ho ricontrollato la mail, la conta era salita a ottanta-cazzo-otto mail nel giro di nemmeno ventiquattr’ore, motivo per cui ho dovuto disattivare l’annuncio per manifesta impossibilità a gestire da solo tutta quella mole di posta e per concentrarmi sulla domanda: “e mo’?”

Perché era chiaro che non avrei potuto rispondere a ogni singola persona in tempi ragionevoli. Così ho dovuto armarmi di intransigenza per restringere la cerchia a una quindicina di interessati. La prima cosa che ho notato è che le richieste arrivavano da ogni angolo del pianeta: tra i continenti mancava solo l’Antartide, e i tedeschi erano in schiacciata minoranza. Nel selezionare le persone più interessanti non ho potuto che orientarmi al contenuto delle mail, ed è qui che mi è balzato all’occhio un secondo dettaglio: i messaggi più interessanti e meglio articolati avevano tendenzialmente un delicato tocco femminile, convalidando peraltro il pattern della donna dotata di migliori capacità verbali e comunicative, lo stesso che ha generato decenni di comicità noiosissima e innumerevoli vignette della Settimana Enigmistica. I messaggi che si limitavano a un “Ciao, la stanza è ancora libera? Saluti” erano invariabilmente opera di Homo sapiens più avvezzi al procacciamento del cibo che al networking; mediamente sono state le femmine-alfa – cuore in mano – a prendersi la briga di aprirsi e raccontare qualcosa di più su sé stesse. Va da sé che stiamo parlando di tendenze statistiche, e non sono mancati esempi in una o nell’altra direzione: una ragazza slovacca si è aperta un po’ troppo e ha allegato due link che si sono rivelati essere due foto di lei, e non erano fototessere. Un altro messaggio era talmente sgrammaticato, sconnesso e palesemente scritto durante un’overdose di bamba nella darkroom del Berghain che mi è sanguinato il naso solo a leggerlo. Alla fine, sia la carenza sia l’eccesso di parole hanno avuto lo stesso effetto: “tu proprio no.”

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nella foto: il postino consegna le lettere di risposta

E’ iniziata così la fase due: organizzare le visite. Come saprete, io ho un debole per i casi umani: mi piace ascoltare le loro storie e osservare come si comportano. Non sono mai stato in uno strip club, ma sono sicuro che se ci andassi mi metterei a guardare gli impiegati del Comune con il gilerino beige e gli occhiali da Gianfranco Funari più che le strappone siliconate appese al palo. Sfortunatamente, forse grazie alla severa selezione a monte, il tasso medio di sbroccaggine si è ridotto al minimo sindacale. Qui di seguito c’è il best of dei momenti più surreali del casting.

1) Paranoid Android

La prima è stata Franzi, una tedesca che assomiglia a Tom Schilling ma con un inguardabile caschetto castano-biondiccio che irrita gli occhi e fa piangere Gesù. Franzi fa arte coi bambini (chiaro, e cosa sennò? Siamo a Berlino: tutti hanno un progetto, tutti fanno arte). Non so bene se intendesse dire che fa le sculture di pasta al sale all’asilo o se i bambini fossero parte delle installazioni, ma ha aggiunto che adesso vuole studiare Cultura & Filosofia. Sicuramente per avere qualcosa di ancora più concreto tra le mani.

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/8/83/Tom_Schilling_(Berlin_Film_Festival_2011).jpg

Tom Schilling

Franzi guarda per un po’ la stanza ormai quasi vuota, annuendo e fissando in continuazione la finestra, poi a un certo punto si gira e mi chiede: “le finestre qui di fronte sono bagni?” “Be’, quelle piccole e strette sono bagni, le altre sono camere o cucine.” “Ah, no, perché non mi piace sentirmi osservata.” Ora, innanzitutto dubito che i vicini passino le giornate ad aspettare che il tuo enorme ego si sposti al centro dell’attenzione, e poi ho sentito dire che esiste una tecnologia avanzatissima per aggirare il problema: le tende.

2) My (soy) milkshakes bring all the boys to the yard

Dopo di lei è stata la volta di Kimberly, mezza tedesca e mezza statunitense, un vero e proprio inno all’estetica afroamericana: un po’ Jada Pinkett-Smith, un po’ Alicia Keys e con una cofana afro tipo Kelis. Appassionata di yoga e fitness, ci ha anche tenuto a dirmi che era vegana, come del resto qualsiasi altro vegano. Le ho detto che per me sarebbe stato irrilevante, e le ho chiesto se trovasse problematico che io non lo fossi (no).

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Jada Pinkett-Smith

Se non fosse stata per l’incertezza sul suo futuro a lungo termine (millantava un imminente quanto imprecisato prossimo inizio di uno studio in Scienze della Comunicazione), una delle migliori candidate in assoluto. Unico neo: ogni otto minuti ribadiva quanto fosse “spirituale”, senza sapere che cinque anni di vita con una buncia di cialtroni esoterici mi hanno reso pacatamente circospetto verso chiunque sia entrato nell’età adulta senza liberarsi del proprio amico immaginario.

3) Do you come from the land down under?

Curiosa è stata anche Emily, arrivata quattro giorni prima dall’Australia. E nulla suggerisce un piano ben congegnato come la frase “sono arrivata martedì da Brisbane con solo due jeans, quattro magliette e una giacca leggera; sai, pensavo che facesse più caldo…” Certo, perché controllare il meteo su internet prima di circumnavigare il pianeta è così retrò. Mi ha raccontato di essersi preparata al proprio esodo riducendo le spese: per prima cosa ha barattato con una coinquilina la propria stanza con una più piccola e svenduto tutti i mobili tranne il letto e la scrivania. Poi si è resa conto che anche tutto quello era superfluo, ha venduto ogni oggetto che aveva tranne lo zaino e i pochi residui di vestiario, ha subaffittato la stanza e ha vissuto gli ultimi due mesi in una tenda in giardino. Ha infine aggiunto di voler restare a Berlino per cercare lavoro, aiutata dal fatto di essere madrelingua inglese. E quando sei convinta di essere l’unica native speaker nel circondario e consideri una città col 12% di disoccupati un epicentro occupazionale, qualcosa mi fa pensare che tu abbia trascorso i tuoi ultimi anni di vita in uno stato di morte apparente in un tumulo tribale aborigeno.

4) Y Ddraig Goch Ddyry Cychwyn

In terza posizione troviamo Kathleen, una giovane gallese dagli occhi vispi e tondi. Anche il viso era perfettamente tondo e con i pomelli tondi sulle guance, tipo Heidi. Non so spiegarvi come mai, ma persino la sua capigliatura era tonda, un groviglio di riccioloni biondo platino che esplodevano in ogni direzione. Se ci aggiungiamo l’incredibile maglietta argentata stile Raffella Carrà che aveva addosso, praticamente pareva una lampadina a incandescenza con i filamenti di tungsteno per aria e l’attacco a vite in metallo. Anche caratterialmente temo che avesse avuto brutte esperienze con l’alta tensione, visto che non smetteva di ripetere entusiasta quanti party party party si possano fare a Berlino. Ottimo: you say party, I say die.

5) Catalagna

Interessante è stata anche Nuria, una cascata di capelli castani che sembravano non finire mai e due occhi verdi luminosissimi. Ricordava vagamente una versione un po’ più adulta di Jennifer Connelly in Labyrinth, con in più uno sguardo penetrante a metà tra “adoro l’architettura almoravide in Catalogna” e “sto immaginando come starebbe il tuo cuore nel mio freezer.”

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Jennifer Connelly in Labyrinth

Aveva un certo ascendente, un magnetismo cupo da quadro di Caravaggio, quelli dove metà dell’immagine ti abbaglia con la sua luce ma l’altra metà ti intimorisce perché riesci a malapena a intravederla tra le ombre. Nuria ha seguito il solito iter di tante altre operose api mediterranee: dopo aver studiato storia dell’arte nella natìa Valencia si è arrotolata la laurea sotto l’ascella ed è partita alla volta del grande barattolo di miele Berlino, ovviamente senza parlare una parola di tedesco e con la stereotipica reticenza italoispanica a volerlo imparare, salvo poi lamentarsi degli altri spagnoli e contemporaneamente di quanto sia difficile integrarsi con i tedeschi.

6) Sonata Arctica

Il premio un certain regard lo merita senza dubbio Sara, una svedese assolutamente simpatica e alla mano: una di quelle persone delle quali pensi che il detto “vale tanto oro quanto pesa” sia stato inventato per loro. Non che fosse grassa, beninteso: era semplicemente svedese e quindi una valchiria dieci centimetri più alta di me, capelli di un biondo accecante e un corpo giunonico intagliato a colpi di ascia bipenne direttamente nel legno delle querce scandinave da un padre che probabilmente di mestiere fa lo sventratore di troll o il domatore di orsi polari.

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in primo piano: Sigmar “Trituradraghi” Hafthorsson, fratellino minore di Sara (qui al corso di degustazione di vini del Périgord)

Un geyser di simpatia, giovialità e logorrea, un’inarrestabile slavina di parole abbinata alla stereotipica assenza di seghe mentali delle tribù nordiche: una che ti racconta di quando a Ginevra è stata beccata dalla police mentre – cito testuali parole – “ero lì in macchina che scopavo col mio moroso, perché sai, a Ginevra gli affitti sono alti, così lui viveva con i suoi e io in un sottoscala e quindi quando avevo voglia lo chiamavo e andavamo a imboscarci in macchina! Ohohoh! Dovevi vedere la faccia del vigile! E mi metteva pure fretta, pretendeva che mi rivestissi in cinque secondi, ma pensa te! Ahahah! Comunque non ci hanno arrestati, eh? Ahahah! Che simpatico il mio moroso, però ci siamo lasciati: lui vive lì e io sono tornata in Svezia, ma poi volevo vivere a Berlino e sono venuta qui e poi lui comunque ha deciso di fare il militare e adesso ci sentiamo, ma ormai non lo riconosco più, tutto ordine e disciplina! Non credo che qui potremmo andare d’accordo, di sicuro non riuscirei a portarmelo dietro il venerdì sera al Sisyphos! Ohohoh! Sei mai stato al Sisyphos? Qualche volta ci andiamo, se riesco a ritrovare la strada! Ahahah!” Se non fosse stato per il fatto che non sapesse ancora di preciso come mantenersi e che quindi avrei rischiato di ritrovarmi due affitti sul groppone, l’avrei presa subito. E’ difficile spiegare quanto fosse nordeuropeamente casual e diretta nel suo modo di essere e di fare, e siccome ci siamo resi conto che in fondo lo siamo un po’ entrambi e dato che non è persona da serbare rancore, è l’unica persona che ho rivisto DOPO aver fatto il gran rifiuto, per di più su sua iniziativa: “Hey man, want to grab a beer next week?” è stato il suo messaggio. Ma certo cara, of course I want. Semplicemente epica.

Someone I’d like to meet / Someone I’d like to know / as a kindred soul

La mia scelta finale si chiama Olivia e ha attraversato il globo terracqueo un annetto e mezzo fa perché la Nuova Zelanda – inspiegabilmente – le stava stretta. Ha portato con sé la freschezza dei suoi ventun anni ma con un tocco di vecchiadentro che la rende ancora più gradevole. Insomma, quanti twentysomething anglofoni neoberlinesi si mantengono lavorando invece di aprire atelier fuffa coi soldi del papi-cumenda e si fanno davvero un culo quadro in attesa di cominciare l’università? E quanti possono essere così batuffoli da parlare della scena electro dei club berlinesi e uscirsene con disarmante candore con una frase come “ormai sono troppo vecchia per queste cose”?

Storie bizzarre a parte, devo ammettere che prendere una decisione non è stato facile, per diversi motivi: non è stato certo il primo WG-casting della mia vita, ma nella mia prima e unica WG eravamo in otto, e i numeri fanno la differenza. Questa è stata la prima volta in cui l’onere della selezione e della scelta ha poggiato solo sulle mie spalle. Da un lato ho avuto l’occasione raramente ripetibile di conoscere in così poco tempo tante persone diverse e di ascoltare le storie di vita più disparate da ogni angolino del pianeta: un’esperienza che, a meno che uno non lavori per la NSA, difficilmente capita tutti i giorni. Dall’altro lato, il difficile compito di dover poi dire a n-1 persone che non hai scelto loro, un compito a metà tra il Minosse dantesco e il corrucciato “tut mir leid, aber ich habe diese Woche kein Foto für dich” di Heidi Klum il giovedì sera. E allora speriamo bene, visto che le favorite di su cui scommetto ogni stagione di Germany’s Next Topmodel vengono immancabilmente eliminate a un passo dal podio.

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Invita Minerva

L’occhio sempre attento della mia morosa mi ha segnalato un frammento di quella trasmissione occasionalmente accettabile che è Servizio Pubblico che, per non smentire la lunga tradizione di pressappochismo del giornalismo italiano, ha prodotto uno dei soliti servizi sul ritrito leitmotiv “Cose che all’estero funzionano mentre da noi, signoramia: Italia vs. paese a caso”. Quelle inchieste in cui secchiate di qualunquismo vengono erroneamente scambiate per indagini scomode che scuotono il sistema. Che è vero, se “scuotere il sistema” è un elegante eufemismo per “favorire la peristalsi.”

Il servizio in questione, come i mugugni e i brontolii nell’altra stanza mi hanno fatto subito intuire, parla di Berlino ed è infatti stato riportato da Il Mitte, webzine italoberlinese dove l’abbiamo scovato con qualche giorno di ritardo. Al tredicesimo roteamento di testa con occhio strabuzzante, i nostri sguardi si sono incrociati, abbiamo canonizzato all’unisono una dozzina di nuovi santi e abbiamo concluso che ci sarebbe voluto un bel debunking delle molteplici inesattezze. Calcolatrice alla mano, le abbiamo numerate e riportate qui di seguito.

1)     Ho trovato lavoro dopo venti giorni e ho uno stipendio normalissimo di 1.100 €.

E’ il primo mito da sfatare, o quanto meno da ridimensionare. Berlino non è la Germania. Berlino è un’eccezione rispetto a capitali europee come Londra o Parigi, che sono contemporaneamente centro nevralgico della politica e dell’economia. Berlino, a fronte di 3,4 milioni di abitanti (tendenza in calo), ha 212.873 disoccupati e 291.231 sottoccupati, dicono le statistiche dell’Agenzia Federale del Lavoro. Significa un tasso di disoccupazione del 12,3% (dati 2012) che oscilla tra il 10% di Pankow e il 17% di Neukölln (dati aprile 2013). Ci sono segnali di miglioramento, ma è lungi dall’essere un campione rappresentativo della Repubblicona Federale. Tanto per avere un’idea, il motore economico del paese sono Baviera (disoccupazione al 3,7%) e Baden-Württemberg (4,0%).

La coppia di ragazzi intervistati parla a ragion veduta sul Kindergeld (il sussidio per i figli) e sul congedo di maternità e paternità, ma il fatto che lui abbia trovato lavoro in venti giorni è un dato poco rilevante, visto che non sappiamo di quale lavoro stia parlando e di quali qualifiche fossero richieste per la mansione. Sebbene sembri un ragionamento leggermente classista, in realtà è la struttura occupazionale stessa che richiede dei profili ben precisi per ogni singola mansione, tant’è vero che per ogni figura esiste una corrispondente formazione professionale: un bancario ha un background diverso da un assicuratore, anche se i due settori hanno molto know-how comune. L’idea che a fare un fiorista siano capaci tutti non ha senso qui: vuoi fare il fiorista? Dimostra che sai farlo. E come lo dimostri? Presentando il certificato che attesta il tuo completamento di una formazione triennale come fiorista. All’italiano arrangione suonerà strano, ma una volta capita la logica ti rendi conto di quanto senso abbia la cosa. In fondo, la tanto decantata meritocrazia è esattamente questo: un mercato che ottimizza sé stesso tramite figure professionali ben definite, evitando così dispersioni di talenti. Ovviamente non funzionerà sempre come da manuale: per capirlo basta chiedere a un laureato in Media & Comunicazione mentre gli ricordate che il Big Mac lo volevate senza cetriolo, ma l’idea di fondo è buona.

2)     Chiunque può affittare una casa.

Non è vero. Devi provare la tua solidità finanziaria.. Per quello, oltre alle classiche ultime tre buste paga (il tuo stipendio dev’essere di norma almeno 3-3,5 volte l’affitto), serve la certificazione Schufa (una specie di Equitalia): è obbligatoria, a spese tue (18,50 €) e serve al locatore per avere un rapporto dettagliato di tutti i tuoi crediti e debiti (serve anche quando vuoi fare mutui o finanziamenti rateali, altrimenti niente casa, auto o maxischermo OLED).

3)     A Berlino si trovano case a 1000 €/m2 o meno:

Tecnicamente è vero: esistono aree con prezzi sotto il migliaio di euro. Ma per avere un’idea del livello e dell’oscillazione dei prezzi bisogna dare un’occhiata ai valori medi, che dicono ben altro.

I dati odierni della Wohnungsbörse indicano che il prezzo medio di un metro quadro a Berlino è compreso tra 2.173 € (per un’abitazione di 30 m2) e 3.128 € (per 100 m2), in crescita dai 1.457 € del 2011. Non solo è più del doppio di quanto affermato nel servizio, ma è anche un aumento di quasi il 50% in un periodo decisamente breve, a conferma che la tendenza del mercato è fortemente al rialzo. I prezzi degli immobili, se si esclude il caso limite degli 866 € di Hellersdorf (un residuato di realismo socialista dove di solito non scegli di vivere volontariamente), oscilla tra i 1.070 € di Neu-Hohenschönhausen e i 4.467€ di Wilmersdorf. Questo invalida pertanto anche l’affermazione dell’agente immobiliare tedesco che mostra al giornalista l’appartamento da 2500 €/m2 definendolo “di lusso” per gli standard berlinesi. Questo è un appartamento di lusso: 1,75 milioni per 332 m2 (5.223 €/m2) con 1.020 di spese condominiali. Al mese.

I due immobiliaristi italiani che offrono una casa a “Reickendolf” [sic] a 81.700 € per 61 m2 aggiungendo che sono “poco più di 1000 €/m2” (un bel po’ di più, aggiungo io: 1339 €/m2) stanno solo offrendo un immobile nella media di Reinickendorf (1.370 €), area già di per sé decisamente poco rappresentativa del quadro globale berlinese. Nel mio calcolo ho inoltre generosamente presunto che il prezzo nell’annuncio sia già quello definitivo: in realtà, anche con il 19% di IVA già incluso [errata corrige: sugli acquisti immobiliari a uso privato non si applica IVA], bisogna comunque considerare il 7,14% di provvigione standard; niente di sconvolgente, ma pur sempre una mancia da 5833 €.

4)     In Italia i salari sono bassi e i prezzi delle case alti, in Germania viceversa.

Durante la visita all’appartamento di lusso, il giornalista si lascia andare alla considerazione che in Europa ci siano due Euro: quello solido dei tedeschi e quello farlocco del Belpaese. A parte il fatto che l’Eurozona è per forza di cose un amalgama eterogeneo di infrastrutture economiche diverse tra loro e più o meno efficienti, l’idea che la colpa di queste disparità sia dell’Euro è una conclusione soggettiva basata sul confronto arbitrario tra due mercati immobiliari.

In primis, il rapporto salario/costo della vita è certo più proporzionato che in Italia, ma il confronto non è così asimmetrico: l’ex-Germania Ovest, baricentro economico della Germania, guadagna di più, però spende anche di più per vivere; nei Länder agricoli o sottoindustrializzati della ex-DDR l’onda d’urto causata dal crollo del Muro è invece ancora visibile nella forbice salariale, ma il costo della vita è parimenti ridotto. La proporzionalità è diretta e non, come suggerito nel commento, inversa.

Inoltre i governi tedeschi degli ultimi settant’anni hanno semplicemente fatto quello che fanno i governi nei paesi normali: hanno trascorso i loro quadrienni di legislatura tentando di creare un’infrastruttura economica, finanziaria, politica e sociale con quel livello minimo di lungimiranza e pianificazione a lungo termine richiesto a una classe dirigente decorosa. Per intenderci, non una che si accontenti di compiacere i propri sudditi con ceste di perline colorate in cambio di un po’ di ritorno elettorale immediato, ma una che viva nella realtà e sia consapevole che, purtroppo, ogni tanto l’economia si sgonfia e c’è bisogno di attrezzarsi prima per reggere l’urto con l’iceberg senza ridursi a buttare tutto e tutti a mare.

In questo caso concreto, politiche abitative lungimirante sarebbero ad esempio quelle che tentano di mantenere il mercato immobiliare fluido, facendo in modo che le leggi rendano difficile ai proprietari mantenere gli appartamenti artificialmente sfitti e lucrare indebitamente riducendo l’offerta per gonfiare i prezzi. Naturalmente bisognerebbe aggiungere un dettaglio significativo: in Germania, probabilmente per la maggiore mobilità sociale, il rapporto tra proprietà e affitto è speculare a quello italiano. Al vertice della piramide c’è proprio Berlino, con i suoi 85,9% di abitanti in affitto (purtroppo i dati che ho trovato sono del 2006, ma almeno io ho fatto i compiti).