the house of the rising fun

Una quotidiana guerra / con la razionalità

Pensavo che le vicissitudini casalinghe di rilievo avessero avuto il loro inizio e la loro fine nel post precedente, ma a quanto pare hanno il potenziale per trasformarsi in un appuntamento regolare. Un po’ come Medicina 33, ma meno soporifero di Luciano Onder. E allora, intanto che il ferro è caldo, battiamolo: tutto era iniziato con la mia ricerca di una persona che volesse vivere a Berlino e fosse vagamente normale, dimenticandomi ancora una volta che le due cose non vanno mai di pari passo — oh me stolto. La ricerca si era conclusa con Olivia, la più normale in un raggio di parecchi chilometri (per essere precisi, i 17.938 che la separano da casa).

Orbene, di recente Mademoiselle O ha deciso di andare in vacanza con i genitori. O meglio, i signori Olivi hanno deciso di circumnavigare il pianeta per riabbracciare la loro figlioletta, core de mamma, sfuggita alle orde di Nazgûl che hanno invaso la Terra di Mezzo e attualmente dispersa nella Sin City prussiana. Il padre ha dovuto purtroppo dare forfait causa impegni di lavoro (la mia teoria è che lavori per Sauron), lasciando così a una figlia con scarso senso pratico e a una moglie che non ha mai messo piede fuori dall’isola il compito di sopravvivere tre settimane disseminate per l’Europa. Cosa potrà mai andare storto?

Nel caso qualcuno stesse pensando che io sia eccessivamente apprensivo, questo dialogo dovrebbe dirimere ogni dubbio:

Io: ah, allora è tutto pronto per domani? A che ora parti? Mattino, sera…

Lei: sì, c’è praticamente tutto. Il volo parte alle 9.30 di mattina da Schönefeld e poi mi incontro a Londra con mia madre. Sai qual è il modo migliore per arrivarci?

Io: mah, io direi di andare a piedi fino alla S-Bahn e prendere la S45 o la S9. Devi solo controllare gli orari, ma è comoda.

Lei: se esco di casa alle 8.45 dovrebbe bastare, che dici?

Io [perplesso]: mi sembra leggermente tirato: calcola che ci metti dieci minuti a piedi e almeno una mezz’ora di S-Bahn. E una volta arrivata devi comunque fare il check-in.

Lei: ah, ma io l’ho già fatto online!

Io [basito]: stai via più di tre settimane e hai solo il bagaglio a mano?

Lei: no, ho anche quello zainone lì.

Io: eh, vedi.

Lei: aaah, tipo che lo pesano e lo caricano, quelle robe lì?

Io: tipo quelle robe lì. E tieni conto che ci sarà sicuramente la fila. Cerca di essere lì almeno un’ora e mezza prima. Facciamo due, giusto per andare sul sicuro.

Lei: mmm, sì, mi sa che hai ragione.

Epilogo: la mattina dopo mi sono alzato alle sette e la casa era già vuota.

ma che oooh?

la mia reazione, un misto di silenzio attonito e Germano Mosconi.

In tutto questo, Olive ha pensato bene – previo il mio consenso – di subaffittare la sua camera per tre settimane. E con la capacità che ho io di attirare casi umani, chissà chi mi ritroverò in casa, ho pensato. Ecco, appunto.

Ai se eu ci credo

Il primo sub-coinquilino è stato Christoph, ingegnere solare (nel senso di fotovoltaico, non di esuberante) mezzo tedesco e mezzo brasiliano. Un po’ il classico cliché dell’ingegnere quadrato e con i piedi per terra che quando si parla del tempo dice cose tipo “fuori ci saranno 25°C, forse anche venticinque-virgola-cinque”, come se l’umano medio percepisse le stesse differenze di temperatura rilevate da una stazione meteo. Scommetto che ti sa dire quante polveri sottili ci sono nell’aria semplicemente annusandola come un sommelier; probabilmente avverte anche i terremoti prima che arrivino, tipo gli animali della savana.

who gives a shit?

E’ la stessa persona che una sera è riuscita a tenere una miniconferenza sul proprio spazzolino elettrico (modello di punta da cento euri; sette programmi, incluso il massaggio gengivale; ha un astuccio che funge anche da caricatore; un set di quattro testine di ricambio costa venticinque euro; mi sono scordato il numero di oscillazioni al minuto, perdonatemi).

esticazzi?

E’ la stessa persona che un’altra sera, poco dopo aver sparpagliato mezza confezione di Edamer pregrattugiato sulle linguine al sugo (eddai, cazzo), se ne è uscito con “ho detto per sempre addio ai tensioattivi”, detto con l’espressione compiaciuta di chi ti direbbe “hai presente Adriana Lima? Ma sai che labbra morbide che ha? E hanno il sapore della rugiada.” Mi ha raccontato che da un paio d’anni si lava solo con la terra. Ora, innanzitutto io sospetto di aver appena trovato una nuova nicchia di mercato per una truffa tanto redditizia quanto esilarante: riempio bottiglie con la sabbia del Müggelsee (o del parco giochi dietro l’angolo), le etichetto come “sabbia detergente olistica del Mar Morto” e la vendo online ai berlinesi, che quando si tratta di paccottiglia new age pseudoalternativa hanno le stesse capacità critiche di una vecchietta napoletana davanti al sangue di San Gennaro.

"con quella bocca può dire ciò che vuole" [cit.]

Adriana Lima, anche lei brasiliana, ha detto no ai tensioattivi.

Insomma, Christoph ha sostituito i tensioattivi con una terra magica che si diluisce in acqua e si usa come detergente naturale. Per carità, nulla da obiettare: ben venga qualsiasi sforzo per salvare il nostro puccioso pianeta e i suoi insopportabili abitanti. Chiedetemi e sarò il primo a dare una mano, basta che non mi telefoniate mentre sto mangiando il mio filetto di cucciolo di foca in salsa di panda.

join the baby seal club

La cosa più buffa, quella che mi ha lasciato leggermente perplesso, è avvenuta un paio di sere dopo: si parlava di scienza, di natura e – sorprendentemente – di neurolinguistica e di genetica delle popolazioni: la facoltà tutta umana di un linguaggio complesso e ricorsivo che ci ha permesso di sviluppare la cultura in ogni sua forma, di come tutto sia dovuto a una serie di fortuite coincidenze, il marchio di fabbrica dell’evoluzione, blablabla. Quella roba lì.

Poteva una simile discussione rimanere ancorata nella realtà? A Berlino? Ovviamente no. A Berlino c’è sempre qualcuno che – perdonate il petrarchismo – deve per forza rovinare la degustazione prendendo la bottiglia, pisciandoci dentro e offrendola on the rocks ai presenti. L’ingegnere coi piedi per terra ha cominciato a decollare pian piano per condurmi sul pianeta parallelo di cui pare essere cittadino onorario e ha cominciato a blaterare di fantomatici campi morfogenetici. Secondo questa teoria di nicchia (più precisamente: teoria del cazzo), l’evoluzione della specie è influenzata da una sorta di campo magnetico che funge da acceleratore o moltiplicatore della capacità di apprendere una determinata abilità. Mecojoni. Esempio: perché ci vuole così poco a imparare a giocare a badminton? Forse perché il badminton è uno sport da decerebrati? No, perché l’aumento esponenziale di giocatori di badminton (ommadonna, suona come una piaga d’Egitto) ha generato un campo morfogenetico che ha alterato il DNA potenziando la capacità delle nuove generazioni di apprendere le regole del badminton. L’argomento con cui ha risposto alle mie comprensibili obiezioni è stato “eh, ma non può essere altrimenti.” Certo, quale modo migliore per rendere i tuoi argomenti più credibili che ammettere la tua incapacità di immaginare altre opzioni?

certo, certo

Ovviamente, San Tommaso come sono, quando il tasso di minchiate supera il numero di bambini leucemici di Černóbyl’, mi viene l’istinto di fare un po’ di ricerca e risalire la corrente a mo’ di salmone fino alla fonte di questa teoria: nella fattispecie a Rupert Sheldrake, accademico con un vero PhD, con un passato da vero ricercatore a Cambridge e Harvard e con vere dissonanze cognitive. Ruppy ha ipotizzato questa famigerata idea di morphic resonance secondo la quale – cito Wikipedia – “memory is inherent in nature” e anche “natural systems, such as termite colonies, or pigeons, or orchid plants, or insulin molecules, inherit a collective memory from all previous things of their kind” con scappellamento a destra del tarapia tapioco. Praticamente le stesse stronzate dell’omeopatia circa la memoria dell’acqua, ma applicate all’etologia di sistemi sociali complessi. Le sue idee sono state accolte con favore dal “guru della coscienza quantica” Deepak Chopra, generalmente la conferma definitiva che si che si tratta davvero di stronzate.

lino banfi says relax.

Florence + The Mangime

Partito Christoph nel weekend, il lunedì successivo è arrivata Florence: uno stereotipo della francese con l’espressione schifata di chi è appena tornato dalle vacanze e dà un’annusata nel frigo che si era dimenticato di svuotare. Ecco, quella faccia.

Al contrario di Christoph, Florence – viva viva gli eufemismi – non è molto loquace: se n’è sempre stata essenzialmente chiusa in camera al buio senza nemmeno fare rumore, tanto da farmi sospettare che si stesse lentamente decomponendo. Fortunatamente per lei, no.

Florence è uscita dal sarcofago sempre e solo per due motivi: mangiare e lavarsi. Alla faccia della nouvelle cuisine française, Florence pare si nutra solo di cereali in fiocchi che sembrano il mangime per quei fastidiosi pappagallini verdi e gialli.

"pensavo fosse solo silenziosa" [cit.]

“pensavo fosse solo silenziosa” [cit.]

Per la doccia ha usato invece un liquido semitrasparente contenuto in un sacchetto dalla forma strana, una roba a metà tra una sacca di plasma e la ricarica del Denk Mit per i vetri. Quantomeno non è terra magica incantata da uno sciamano del Mato Grosso.

ricarica Denk MitE cosa fa Florence a Berlino? Mi vien da ridere solo a scriverlo, ma – sorpresa – fa arte.

Medici senza frontiere

Eh certo, e cosa sennò? A sentire la gente che c’è in giro, a Berlino sembra di stare nella Firenze medicea, con i geni rinascimentali che affrescano, scolpiscono, poetano, filosofeggiano e dischiudono i segreti dell’universo con la sola forza del pensiero. Oppure sono dj, perlomeno quando non vanno a ballare al Berghain. Eh già, perché un numero allarmante di francesi, di spagnoli e soprattutto di italiani fa fatica a disabituarsi al riflesso cattolico di punire il proprio corpo per non meglio precisate colpe. Quel masochismo che li fa stare in fila nelle ore più gelide delle notti invernali berlinesi per farsi rimbalzare da Sven Marquardt, il buttafuori con il più alto tasso di schadenfreude nel sangue.

Sven says nope.

Sven Marquardt, sosia di Mario Brega per passione e buttafuori per hobby.

Tutto questo in una capitale europea dove il concetto di selezione all’ingresso praticamente non esiste e quando esiste non significa “vestito bene = dentro, vestito male = fuori”, ma è semplicemente delegato all’arbitraria benevolenza di un tizio a caso. In una città considerata buzzurra anche per gli standard tedeschi di calore umano? In bocca al lupo. Crepi.

Eh, ma vuoi mettere poter tornare a Busto Arsizio dai tuoi per Natale e raccontare di essere stato dentro (o più probabilmente davanti a) il tempio europeo dell’electro? Ma stigrancazzi: il giorno in cui direte al piccolo Peppino “al Berghain ho fatto una pompa a un australiano sbronzo nella darkroom; proprio come zia Matilde, zia Sofia e nonno Jason”, io starò raccontando ai miei nipoti di quando ho rotolato una balla di fieno da 200 chili attorno a una piazza contro un team di gente travestita da bottiglia di birra boema o di quando, in una domenica d’inverno e per una serie di casualità, mi sono ritrovato a farmi raccontare storie di vita da un perfetto sconosciuto. Un ex-pugile. Polacco. Con precedenti penali. Per omicidio (tranquilli, era colposo). Mentre andavamo a visitare la madre di lui. In un ospedale in Brandeburgo.

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The dark side of the room

Gli ultimi mesi sono stati, per dirla con un understatement, piuttosto movimentati: a partire da fine estate, la mia occupazione principale è stata vagare tra i distretti di Berlino alla ricerca di un posto dove stare a lungo termine. Una parvenza di stabilità è arrivata a metà novembre, quando per vie traverse ho trovato una casa da dividere con qualcuno che cercava una sorta di coinquilino che custodisse l’appartamento fino ad aprile, in attesa di sapere se il contratto di sei mesi si sarebbe trasformato in un lavoro vero nello Stato Libero di Sassonia o in un ritorno al campo base nella capitale.

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La seconda che hai detto. E così mi si sono presentate due opzioni: cercarmi un’altra WG (che, per i non germanofoni, si pronuncia veghé e sta per Wohngemeinschaft, casa in condivisione) o rimanere qui e prendere in mano le redini del bilocalino.

La seconda che hai detto. Con il beneplacito di Frau Proprietaria ho deciso di restare qui e di trasformare la casetta singola in una WG a due piazze. Per carità, vivere per la prima volta assolutamente solo è stato assolutamente catartico, ma il mio team di financial adviser mi ha assicurato che l’ufficiale giudiziario sarebbe stato troppo impegnato a leggermi l’istanza di pignoramento per sentirmi filosofeggiare sul concetto di katharsis, così ho deciso di AAA cercarmi un coinquilino ambosessi telefonare ore pasti astenersi perditempo.

Ho preparato bel bello il mio annuncio e l’ho postato a mo’ di offerta votiva nel tempio di wg-gesucht.de, con cauto ottimismo ma soprattutto con debito anticipo. Chiamatela lungimiranza, chiamatela ansia, mi sono concesso un margine di tempo sufficiente per rispondere alle richieste, concedere a ogni persona invitata almeno un’oretta per chiacchierare senza essere interrotti dal citofono e per potermi alla fine sedere, riflettere con calma, scegliere, comunicare la mia scelta e addirittura avere un minimo spazio di manovra in caso di disdetta repentina. E, come avrete intuito, per disporre un numero pari di fiammiferi in una fila simmetrica perfettamente perpendicolare al bordo dei fornelli.

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36! 42! 58!

Campione dell’eccesso di cautela come sono, le mie aspettative sono state essenzialmente messe sottosopra: a un’ora dalla messa online già si contavano ventuno mail. Quando la mattina successiva ho ricontrollato la mail, la conta era salita a ottanta-cazzo-otto mail nel giro di nemmeno ventiquattr’ore, motivo per cui ho dovuto disattivare l’annuncio per manifesta impossibilità a gestire da solo tutta quella mole di posta e per concentrarmi sulla domanda: “e mo’?”

Perché era chiaro che non avrei potuto rispondere a ogni singola persona in tempi ragionevoli. Così ho dovuto armarmi di intransigenza per restringere la cerchia a una quindicina di interessati. La prima cosa che ho notato è che le richieste arrivavano da ogni angolo del pianeta: tra i continenti mancava solo l’Antartide, e i tedeschi erano in schiacciata minoranza. Nel selezionare le persone più interessanti non ho potuto che orientarmi al contenuto delle mail, ed è qui che mi è balzato all’occhio un secondo dettaglio: i messaggi più interessanti e meglio articolati avevano tendenzialmente un delicato tocco femminile, convalidando peraltro il pattern della donna dotata di migliori capacità verbali e comunicative, lo stesso che ha generato decenni di comicità noiosissima e innumerevoli vignette della Settimana Enigmistica. I messaggi che si limitavano a un “Ciao, la stanza è ancora libera? Saluti” erano invariabilmente opera di Homo sapiens più avvezzi al procacciamento del cibo che al networking; mediamente sono state le femmine-alfa – cuore in mano – a prendersi la briga di aprirsi e raccontare qualcosa di più su sé stesse. Va da sé che stiamo parlando di tendenze statistiche, e non sono mancati esempi in una o nell’altra direzione: una ragazza slovacca si è aperta un po’ troppo e ha allegato due link che si sono rivelati essere due foto di lei, e non erano fototessere. Un altro messaggio era talmente sgrammaticato, sconnesso e palesemente scritto durante un’overdose di bamba nella darkroom del Berghain che mi è sanguinato il naso solo a leggerlo. Alla fine, sia la carenza sia l’eccesso di parole hanno avuto lo stesso effetto: “tu proprio no.”

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nella foto: il postino consegna le lettere di risposta

E’ iniziata così la fase due: organizzare le visite. Come saprete, io ho un debole per i casi umani: mi piace ascoltare le loro storie e osservare come si comportano. Non sono mai stato in uno strip club, ma sono sicuro che se ci andassi mi metterei a guardare gli impiegati del Comune con il gilerino beige e gli occhiali da Gianfranco Funari più che le strappone siliconate appese al palo. Sfortunatamente, forse grazie alla severa selezione a monte, il tasso medio di sbroccaggine si è ridotto al minimo sindacale. Qui di seguito c’è il best of dei momenti più surreali del casting.

1) Paranoid Android

La prima è stata Franzi, una tedesca che assomiglia a Tom Schilling ma con un inguardabile caschetto castano-biondiccio che irrita gli occhi e fa piangere Gesù. Franzi fa arte coi bambini (chiaro, e cosa sennò? Siamo a Berlino: tutti hanno un progetto, tutti fanno arte). Non so bene se intendesse dire che fa le sculture di pasta al sale all’asilo o se i bambini fossero parte delle installazioni, ma ha aggiunto che adesso vuole studiare Cultura & Filosofia. Sicuramente per avere qualcosa di ancora più concreto tra le mani.

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Tom Schilling

Franzi guarda per un po’ la stanza ormai quasi vuota, annuendo e fissando in continuazione la finestra, poi a un certo punto si gira e mi chiede: “le finestre qui di fronte sono bagni?” “Be’, quelle piccole e strette sono bagni, le altre sono camere o cucine.” “Ah, no, perché non mi piace sentirmi osservata.” Ora, innanzitutto dubito che i vicini passino le giornate ad aspettare che il tuo enorme ego si sposti al centro dell’attenzione, e poi ho sentito dire che esiste una tecnologia avanzatissima per aggirare il problema: le tende.

2) My (soy) milkshakes bring all the boys to the yard

Dopo di lei è stata la volta di Kimberly, mezza tedesca e mezza statunitense, un vero e proprio inno all’estetica afroamericana: un po’ Jada Pinkett-Smith, un po’ Alicia Keys e con una cofana afro tipo Kelis. Appassionata di yoga e fitness, ci ha anche tenuto a dirmi che era vegana, come del resto qualsiasi altro vegano. Le ho detto che per me sarebbe stato irrilevante, e le ho chiesto se trovasse problematico che io non lo fossi (no).

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Jada Pinkett-Smith

Se non fosse stata per l’incertezza sul suo futuro a lungo termine (millantava un imminente quanto imprecisato prossimo inizio di uno studio in Scienze della Comunicazione), una delle migliori candidate in assoluto. Unico neo: ogni otto minuti ribadiva quanto fosse “spirituale”, senza sapere che cinque anni di vita con una buncia di cialtroni esoterici mi hanno reso pacatamente circospetto verso chiunque sia entrato nell’età adulta senza liberarsi del proprio amico immaginario.

3) Do you come from the land down under?

Curiosa è stata anche Emily, arrivata quattro giorni prima dall’Australia. E nulla suggerisce un piano ben congegnato come la frase “sono arrivata martedì da Brisbane con solo due jeans, quattro magliette e una giacca leggera; sai, pensavo che facesse più caldo…” Certo, perché controllare il meteo su internet prima di circumnavigare il pianeta è così retrò. Mi ha raccontato di essersi preparata al proprio esodo riducendo le spese: per prima cosa ha barattato con una coinquilina la propria stanza con una più piccola e svenduto tutti i mobili tranne il letto e la scrivania. Poi si è resa conto che anche tutto quello era superfluo, ha venduto ogni oggetto che aveva tranne lo zaino e i pochi residui di vestiario, ha subaffittato la stanza e ha vissuto gli ultimi due mesi in una tenda in giardino. Ha infine aggiunto di voler restare a Berlino per cercare lavoro, aiutata dal fatto di essere madrelingua inglese. E quando sei convinta di essere l’unica native speaker nel circondario e consideri una città col 12% di disoccupati un epicentro occupazionale, qualcosa mi fa pensare che tu abbia trascorso i tuoi ultimi anni di vita in uno stato di morte apparente in un tumulo tribale aborigeno.

4) Y Ddraig Goch Ddyry Cychwyn

In terza posizione troviamo Kathleen, una giovane gallese dagli occhi vispi e tondi. Anche il viso era perfettamente tondo e con i pomelli tondi sulle guance, tipo Heidi. Non so spiegarvi come mai, ma persino la sua capigliatura era tonda, un groviglio di riccioloni biondo platino che esplodevano in ogni direzione. Se ci aggiungiamo l’incredibile maglietta argentata stile Raffella Carrà che aveva addosso, praticamente pareva una lampadina a incandescenza con i filamenti di tungsteno per aria e l’attacco a vite in metallo. Anche caratterialmente temo che avesse avuto brutte esperienze con l’alta tensione, visto che non smetteva di ripetere entusiasta quanti party party party si possano fare a Berlino. Ottimo: you say party, I say die.

5) Catalagna

Interessante è stata anche Nuria, una cascata di capelli castani che sembravano non finire mai e due occhi verdi luminosissimi. Ricordava vagamente una versione un po’ più adulta di Jennifer Connelly in Labyrinth, con in più uno sguardo penetrante a metà tra “adoro l’architettura almoravide in Catalogna” e “sto immaginando come starebbe il tuo cuore nel mio freezer.”

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Jennifer Connelly in Labyrinth

Aveva un certo ascendente, un magnetismo cupo da quadro di Caravaggio, quelli dove metà dell’immagine ti abbaglia con la sua luce ma l’altra metà ti intimorisce perché riesci a malapena a intravederla tra le ombre. Nuria ha seguito il solito iter di tante altre operose api mediterranee: dopo aver studiato storia dell’arte nella natìa Valencia si è arrotolata la laurea sotto l’ascella ed è partita alla volta del grande barattolo di miele Berlino, ovviamente senza parlare una parola di tedesco e con la stereotipica reticenza italoispanica a volerlo imparare, salvo poi lamentarsi degli altri spagnoli e contemporaneamente di quanto sia difficile integrarsi con i tedeschi.

6) Sonata Arctica

Il premio un certain regard lo merita senza dubbio Sara, una svedese assolutamente simpatica e alla mano: una di quelle persone delle quali pensi che il detto “vale tanto oro quanto pesa” sia stato inventato per loro. Non che fosse grassa, beninteso: era semplicemente svedese e quindi una valchiria dieci centimetri più alta di me, capelli di un biondo accecante e un corpo giunonico intagliato a colpi di ascia bipenne direttamente nel legno delle querce scandinave da un padre che probabilmente di mestiere fa lo sventratore di troll o il domatore di orsi polari.

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in primo piano: Sigmar “Trituradraghi” Hafthorsson, fratellino minore di Sara (qui al corso di degustazione di vini del Périgord)

Un geyser di simpatia, giovialità e logorrea, un’inarrestabile slavina di parole abbinata alla stereotipica assenza di seghe mentali delle tribù nordiche: una che ti racconta di quando a Ginevra è stata beccata dalla police mentre – cito testuali parole – “ero lì in macchina che scopavo col mio moroso, perché sai, a Ginevra gli affitti sono alti, così lui viveva con i suoi e io in un sottoscala e quindi quando avevo voglia lo chiamavo e andavamo a imboscarci in macchina! Ohohoh! Dovevi vedere la faccia del vigile! E mi metteva pure fretta, pretendeva che mi rivestissi in cinque secondi, ma pensa te! Ahahah! Comunque non ci hanno arrestati, eh? Ahahah! Che simpatico il mio moroso, però ci siamo lasciati: lui vive lì e io sono tornata in Svezia, ma poi volevo vivere a Berlino e sono venuta qui e poi lui comunque ha deciso di fare il militare e adesso ci sentiamo, ma ormai non lo riconosco più, tutto ordine e disciplina! Non credo che qui potremmo andare d’accordo, di sicuro non riuscirei a portarmelo dietro il venerdì sera al Sisyphos! Ohohoh! Sei mai stato al Sisyphos? Qualche volta ci andiamo, se riesco a ritrovare la strada! Ahahah!” Se non fosse stato per il fatto che non sapesse ancora di preciso come mantenersi e che quindi avrei rischiato di ritrovarmi due affitti sul groppone, l’avrei presa subito. E’ difficile spiegare quanto fosse nordeuropeamente casual e diretta nel suo modo di essere e di fare, e siccome ci siamo resi conto che in fondo lo siamo un po’ entrambi e dato che non è persona da serbare rancore, è l’unica persona che ho rivisto DOPO aver fatto il gran rifiuto, per di più su sua iniziativa: “Hey man, want to grab a beer next week?” è stato il suo messaggio. Ma certo cara, of course I want. Semplicemente epica.

Someone I’d like to meet / Someone I’d like to know / as a kindred soul

La mia scelta finale si chiama Olivia e ha attraversato il globo terracqueo un annetto e mezzo fa perché la Nuova Zelanda – inspiegabilmente – le stava stretta. Ha portato con sé la freschezza dei suoi ventun anni ma con un tocco di vecchiadentro che la rende ancora più gradevole. Insomma, quanti twentysomething anglofoni neoberlinesi si mantengono lavorando invece di aprire atelier fuffa coi soldi del papi-cumenda e si fanno davvero un culo quadro in attesa di cominciare l’università? E quanti possono essere così batuffoli da parlare della scena electro dei club berlinesi e uscirsene con disarmante candore con una frase come “ormai sono troppo vecchia per queste cose”?

Storie bizzarre a parte, devo ammettere che prendere una decisione non è stato facile, per diversi motivi: non è stato certo il primo WG-casting della mia vita, ma nella mia prima e unica WG eravamo in otto, e i numeri fanno la differenza. Questa è stata la prima volta in cui l’onere della selezione e della scelta ha poggiato solo sulle mie spalle. Da un lato ho avuto l’occasione raramente ripetibile di conoscere in così poco tempo tante persone diverse e di ascoltare le storie di vita più disparate da ogni angolino del pianeta: un’esperienza che, a meno che uno non lavori per la NSA, difficilmente capita tutti i giorni. Dall’altro lato, il difficile compito di dover poi dire a n-1 persone che non hai scelto loro, un compito a metà tra il Minosse dantesco e il corrucciato “tut mir leid, aber ich habe diese Woche kein Foto für dich” di Heidi Klum il giovedì sera. E allora speriamo bene, visto che le favorite di su cui scommetto ogni stagione di Germany’s Next Topmodel vengono immancabilmente eliminate a un passo dal podio.

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