l’esprit des lois

Friends with benefits

Non ci smentiamo mai.

Come se non fosse già sufficientemente imbarazzante assistere alla quadriennale regolarità con cui 60 milioni di esperti di tattica calcistica si materializzano dal nulla e assicurano che col loro 4-4-2 avremmo vinto il mondiale di turno.

Come se non fosse già sufficientemente imbarazzante assistere alla regolarità con cui 60 milioni di fini analisti politici si materializzano dal nulla dopo ogni elezione politica o crisi di governo e assicurano che con la loro ricetta infallibile si sarebbe creato un governo stabile, efficiente e duraturo che avrebbe risolto la fame nel mondo, azzerato la disoccupazione, abolito imposte, tasse, bolli e canoni e distribuito pure camionate di angeli di Victoria’s Secret a tutti i virili maschi italici.

E invece, in elvetica sincronia con grandi eventi politici interni o esteri, si materializzano dal nulla pure 60 milioni di esperti di politica internazionale con in mano la panacea che salverà il Belpaese dallo spauracchio di turno: ultranegroidi, albarumenoslavi, predoni saraceni, meridionapoli e altre tribù barbare. Solitamente sono gli stessi luminari di cui si sente parlare solo durante i servizi del TG sugli italiani che leggono 0,27 libri l’anno. Quelli che nei sondaggi li riconosci subito perché crocettano direttamente “non sa/non risponde”. Quelli che pensano che il ministro Paolo Fox farebbe bene a invadere il granducato di Couscous. Bastano un paio di coglioni jihadisti in giro per la Ville Lumière ed ecco che un mese dopo ancora non hanno smesso di postare citazioni di Oriana Fallaci e sono di colpo tutti Charlie (Sheen, immagino).

Ultima occasione d’oro per improvvisarsi corrispondenti esteri di Foreign Policy è stata la visita istituzionale di Hassan Rohāni in Italia e il tradizionale strascico di italianità che solitamente accompagna certi eventi: l’immancabile gaffe di turno (vera o presunta) e la polemica che ne segue e alla quale tutti si sentono in dovere di partecipare esprimendo il proprio parere tecnico maturato in anni e anni di dibattiti alla bocciofila di Borgo Sticazzi.

Per carità, sono ben conscio che il solo parlarne mi colloca automaticamente nella stessa paradossale posizione e che ho ben poco diritto di alzare la cresta: in fondo anch’io sto esprimendo opinioni su recenti vicissitudini istituzionali iraniane dall’alto della mia profonda conoscenza della materia frutto di ore e ore a stretto contatto con una cartina dell’Iran e conoscenze base di Farsi. Chi meglio di me potrebbe testimoniare della complessa evoluzione sociopolitica di un paese dal quale mi separano solo 5000 chilometri scarsi e almeno altrettanti anni di storia?

Quando ho letto della faccenda delle statue dei musei capitolini, inscatolate – in un gesto paradossalmente considerato spudorato ed eccesso di pudore allo stesso tempo – per assecondare le usanze culturali dei musulnegri che vogliono conquistare l’Eurabia e costringere le nostre donne a girare per strada travestite da sacco dell’umido, il proverbiale puntone di domanda stile cartone animato mi è comparso sopra la testa.

Opzione 1

È una decisione presa dal governo italiano in seguito a previ accordi con il barbuto interessato? E allora:

  1. Se il presidente e il suo staff hanno preteso un trattamento del genere precisamente per le ragioni tanto temute dagli italiani, ovvero per un puro senso di offesa del proprio sentimento religioso, un sonoro pernacchione sarebbe anche una risposta adeguata.
  2. Se però, più realisticamente, una richiesta del genere fosse avvenuta per una mera questione di politica interna, francamente al posto di Rohāni avrei fatto la stessa cosa: non serve essere Machiavelli per capire che l’ultima cosa che mi serve è tornare in Iran e vedere i falchi filokhomeinisti e il resto dell’intelligencija conservatrice mentre mostrano la mia faccia stretta tra lo scroto di Ercole e i capezzoli di Arianna con una didascalia pretestuosa che suggerisce quanto io sia immorale nel posare di fianco a immagini che offendono chiaramente lo spirito coranico che dovrebbe contraddistinguere un membro del clero come me. E presumibilmente mi scoccerebbe altrettanto assistere al tentativo di captatio benevolentiae da parte di correntoni e correntine interne alla mia frangia moderata, che pur di scaricarmi e di ingraziarsi il favore di Khamenei (la vera eminenza grigia della Repubblica Islamica) farebbero eco pure ai peggiori reazionari. Sono i leggeri svantaggi nel vivere in una teocrazia, ma del resto cosa ne vogliamo sapere noi in Italia, dove la separazione costituzionale tra Stato e Chiesa impedisce ogni ingerenza delle istituzioni religiose nel processo legislativo?

Opzione 2

È una decisione presa di propria iniziativa dal governo italiano senza consultare il barbuto interessato? E allora:

  1. Ma tipo chiedere prima? Vi siete accertati che fosse una misura necessaria o siete partiti dal presupposto che “fa parte della loro cultura” e mostrare le areole di Medea è così haram da far piangere Allah?
  2. Ritenete plausibile che essere circondati da una gangbang di tette, culi e cazzi marmorei possa effettivamente creare un incidente diplomatico tra i due paesi? Mmm, quale possibile soluzione a questo spinoso impasse? Peccato che Roma non offra altre location storiche di rilievo in grado di fare da scenografia per un summit la cui posta in gioco sono giusto 17 miliardi in accordi commerciali intranazionali. Una vera sfortuna che la sala consiliare del municipio di Caronno Pertusella fosse già prenotata per un’assemblea straordinaria delle Nazioni Unite, altrimenti sarebbe stata ideale. Immagino che la prossima conferenza sulla dieta mediterranea la organizzeranno in un McDonald’s di Glasgow.

Fedeli alla tradizione italica che impone di trasformare ogni figuraccia in un’occasione per polemizzare ad libitum, il pueblo e i loro megafoni preferiti non si sono fatti attendere: da una parte i giornali che già paventano un’imminente nuova battaglia delle Termopili con noi nel ruolo degli spartani e i persiani nel ruolo dei persiani; dall’altra i prodi Opliti del Bene, pericolosamente armati fino ai denti delle solite dosi di volemosebbène e di account Instagram su cui postare foto dei capolavori dell’arte ellenico-romana per dare una bella lezione a ‘sti barbari retrogradi. Eppure non ricordo nessun paladino della libertà scomporsi e/o unirsi allo tsunami di sdegno quando lo stesso identico governo ha fatto la stessa identica cosa per il principe Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan quando è arrivato a Firenze da Abu Dhabi per le stesse identiche ragioni.

Essenzialmente, contro il gentismo sempre all’erta è impossibile uscirne vittoriosi. Il governo italiano copre le statue e giù tutti a dire“ma sono impazziti? Il presidente iraniano viene qui e Renzi nasconde millenni di cultura per assecondare i barbari che vogliono imporci il burqa!11!!1!!” Scommettiamo che, se il governo italiano non avesse coperto le statue, gli italiani avrebbero comunque trovato modo di lamentarsi? “Ma sono impazziti? Il presidente iraniano viene qui a negoziare un accordo bilaterale da diciassette miliardi di euro e Renzi rischia di sputtanare tutto mettendo in bella mostra le puppe di Venere e la fava di Perseo!11!!1!!”

Peccato che, fedeli a un’altra tradizione italica, l’ondata di indignazione ha suscitato anche la più classica delle reazioni: la presa per il culo. Mentre noi siamo lì a fare dietrologia per scoprire quali piani d’attacco si nascondono tra le righe delle dichiarazioni di Rohāni, parole evidentemente troppo ragionevoli per sembrare vere, gli iraniani sui social network hanno reagito con l’inevitabile riflesso che segue la perplessità per una paranoia infondata: il perculaggio a oltranza, appunto.

In effetti immagino – anzi, conosco per esperienza diretta – la frustrazione di dover spiegare al resto del mondo che il comportamento di un governo non rispecchia necessariamente il sentimento politico o la mentalità dei suoi cittadini. Quell’atteggiamento degli stranieri di turno – nel mio caso i tedeschi – fatto di commenti alla cazzo che collegano il tuo essere italiano a un oscuro mix di berlusconismo, affiliazione alla malavita organizzata e inspiegabile propensione genetica verso il ritardo, il calcio, il caffè e il Cattolicesimo (per fortuna è risaputo che i tedeschi, grazie al loro senso dell’umorismo, sanno prenderla bene se fai loro notare il livello di idiozia utilizzando analoghi paragoni campati per aria: non c’è come chiedere “ah sì? L’hai letto su una copia del Völkischer Beobachter che hai trovato in casa di nonno Karl-Heinz?” per assaporare appieno il sapore della Schadenfreude).

L’irrisione è l’unica valvola di sfogo nell’attesa che la gggente installi gli aggiornamenti ai propri preconcetti, e secondo me l’Iran è un’area sulla quale idiosincrasie di ogni genere abbondano, non solo per colpa del qualunquismo: le ultime notizie eclatanti risalgono al 1979, la rivoluzione di cui ricordiamo solo il grugno incazzato di quello stesso Khomeini che dieci anni dopo lancia la fatwa su Salman Rushdie. Poi niente di rilevante fino a quando la presidenza di Mahmud Ahmadinejād ci ha ricordato quanto sia pericoloso lasciare il pulsantone rosso in mano a sbroccati che vogliono ridisegnare le mappe geografiche a colpi di testate nucleari.

Forse è stato proprio questo quasi-decennio di linea dura a ricreare le condizioni politiche per una transizione (o meglio, un ritorno) verso la linea del disgelo e della moderazione che già nel 1997 aveva accolto con percentuali da sogno la schiacciante vittoria presidenziale di Khātami e le speranze di rinnovamento vanificate poi dall’elezione e la rielezione di Ahmadinejād. L’Iran della presidenza Rohāni si sta piuttosto rivelando un paese in rapida evoluzione, un’evoluzione resa possibile da una politica che sembra favorire il buonsenso diplomatico alla belligeranza fine a sé stessa e che sta riuscendo a canalizzare nella giusta direzione i punti di forza del paese: una piramide demografica invidiabile con quasi due terzi della popolazione sotto i 30 anni e con un’infrastruttura educativa che, almeno in teoria, ha il potenziale per trasformare un’intera generazione di giovani in una riserva praticamente infinita di manodopera altamente qualificata. Tanto per fare un paio di esempi, l’università è gratuita e il 60% degli studenti di ingegneria sono donne. Non sono chiaramente dati sufficientemente rappresentativi e certo non sono il contrappunto adeguato di una realtà sociale che vede ancora una palese disparità dei diritti tra sessi e il più alto tasso al mondo di fuga di cervelli, né perdonano all’Iran un record poco invidiabile in fatto di diritti umani che necessiterà di decenni di lavoro per essere riportato ai livelli di progresso che la Persia – dettaglio paradossale – aveva raggiunto nel sesto secolo a.C. con i principi di uguaglianza stabiliti nel Cilindro di Ciro. Del resto si tratta pur sempre della Jomhuri-ye Eslāmi-ye Irān, una repubblica islamica il cui capo di stato è un’autorità ecclesiastica nominata a vita e la separazione Stato-Chiesa non è contemplata; di conseguenza ogni passo in avanti in termini di legislazione è affidato all’arbitrio di teologi via via più liberali che valutano l’ammissibilità di un disegno di legge in base alla sua compatibilità con le norme coraniche. È quindi inevitabile che il resto delle libertà individuali se le prendano le persone rosicchiandosele poco alla volta, un po’ come è successo con il velo femminile che, partito dal chador nero ad altezza fronte, è indietreggiato di un paio di centimetri ogni anno per arrivare all’hijab colorato che copre a malapena mezza testa.

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Invita Minerva

L’occhio sempre attento della mia morosa mi ha segnalato un frammento di quella trasmissione occasionalmente accettabile che è Servizio Pubblico che, per non smentire la lunga tradizione di pressappochismo del giornalismo italiano, ha prodotto uno dei soliti servizi sul ritrito leitmotiv “Cose che all’estero funzionano mentre da noi, signoramia: Italia vs. paese a caso”. Quelle inchieste in cui secchiate di qualunquismo vengono erroneamente scambiate per indagini scomode che scuotono il sistema. Che è vero, se “scuotere il sistema” è un elegante eufemismo per “favorire la peristalsi.”

Il servizio in questione, come i mugugni e i brontolii nell’altra stanza mi hanno fatto subito intuire, parla di Berlino ed è infatti stato riportato da Il Mitte, webzine italoberlinese dove l’abbiamo scovato con qualche giorno di ritardo. Al tredicesimo roteamento di testa con occhio strabuzzante, i nostri sguardi si sono incrociati, abbiamo canonizzato all’unisono una dozzina di nuovi santi e abbiamo concluso che ci sarebbe voluto un bel debunking delle molteplici inesattezze. Calcolatrice alla mano, le abbiamo numerate e riportate qui di seguito.

1)     Ho trovato lavoro dopo venti giorni e ho uno stipendio normalissimo di 1.100 €.

E’ il primo mito da sfatare, o quanto meno da ridimensionare. Berlino non è la Germania. Berlino è un’eccezione rispetto a capitali europee come Londra o Parigi, che sono contemporaneamente centro nevralgico della politica e dell’economia. Berlino, a fronte di 3,4 milioni di abitanti (tendenza in calo), ha 212.873 disoccupati e 291.231 sottoccupati, dicono le statistiche dell’Agenzia Federale del Lavoro. Significa un tasso di disoccupazione del 12,3% (dati 2012) che oscilla tra il 10% di Pankow e il 17% di Neukölln (dati aprile 2013). Ci sono segnali di miglioramento, ma è lungi dall’essere un campione rappresentativo della Repubblicona Federale. Tanto per avere un’idea, il motore economico del paese sono Baviera (disoccupazione al 3,7%) e Baden-Württemberg (4,0%).

La coppia di ragazzi intervistati parla a ragion veduta sul Kindergeld (il sussidio per i figli) e sul congedo di maternità e paternità, ma il fatto che lui abbia trovato lavoro in venti giorni è un dato poco rilevante, visto che non sappiamo di quale lavoro stia parlando e di quali qualifiche fossero richieste per la mansione. Sebbene sembri un ragionamento leggermente classista, in realtà è la struttura occupazionale stessa che richiede dei profili ben precisi per ogni singola mansione, tant’è vero che per ogni figura esiste una corrispondente formazione professionale: un bancario ha un background diverso da un assicuratore, anche se i due settori hanno molto know-how comune. L’idea che a fare un fiorista siano capaci tutti non ha senso qui: vuoi fare il fiorista? Dimostra che sai farlo. E come lo dimostri? Presentando il certificato che attesta il tuo completamento di una formazione triennale come fiorista. All’italiano arrangione suonerà strano, ma una volta capita la logica ti rendi conto di quanto senso abbia la cosa. In fondo, la tanto decantata meritocrazia è esattamente questo: un mercato che ottimizza sé stesso tramite figure professionali ben definite, evitando così dispersioni di talenti. Ovviamente non funzionerà sempre come da manuale: per capirlo basta chiedere a un laureato in Media & Comunicazione mentre gli ricordate che il Big Mac lo volevate senza cetriolo, ma l’idea di fondo è buona.

2)     Chiunque può affittare una casa.

Non è vero. Devi provare la tua solidità finanziaria.. Per quello, oltre alle classiche ultime tre buste paga (il tuo stipendio dev’essere di norma almeno 3-3,5 volte l’affitto), serve la certificazione Schufa (una specie di Equitalia): è obbligatoria, a spese tue (18,50 €) e serve al locatore per avere un rapporto dettagliato di tutti i tuoi crediti e debiti (serve anche quando vuoi fare mutui o finanziamenti rateali, altrimenti niente casa, auto o maxischermo OLED).

3)     A Berlino si trovano case a 1000 €/m2 o meno:

Tecnicamente è vero: esistono aree con prezzi sotto il migliaio di euro. Ma per avere un’idea del livello e dell’oscillazione dei prezzi bisogna dare un’occhiata ai valori medi, che dicono ben altro.

I dati odierni della Wohnungsbörse indicano che il prezzo medio di un metro quadro a Berlino è compreso tra 2.173 € (per un’abitazione di 30 m2) e 3.128 € (per 100 m2), in crescita dai 1.457 € del 2011. Non solo è più del doppio di quanto affermato nel servizio, ma è anche un aumento di quasi il 50% in un periodo decisamente breve, a conferma che la tendenza del mercato è fortemente al rialzo. I prezzi degli immobili, se si esclude il caso limite degli 866 € di Hellersdorf (un residuato di realismo socialista dove di solito non scegli di vivere volontariamente), oscilla tra i 1.070 € di Neu-Hohenschönhausen e i 4.467€ di Wilmersdorf. Questo invalida pertanto anche l’affermazione dell’agente immobiliare tedesco che mostra al giornalista l’appartamento da 2500 €/m2 definendolo “di lusso” per gli standard berlinesi. Questo è un appartamento di lusso: 1,75 milioni per 332 m2 (5.223 €/m2) con 1.020 di spese condominiali. Al mese.

I due immobiliaristi italiani che offrono una casa a “Reickendolf” [sic] a 81.700 € per 61 m2 aggiungendo che sono “poco più di 1000 €/m2” (un bel po’ di più, aggiungo io: 1339 €/m2) stanno solo offrendo un immobile nella media di Reinickendorf (1.370 €), area già di per sé decisamente poco rappresentativa del quadro globale berlinese. Nel mio calcolo ho inoltre generosamente presunto che il prezzo nell’annuncio sia già quello definitivo: in realtà, anche con il 19% di IVA già incluso [errata corrige: sugli acquisti immobiliari a uso privato non si applica IVA], bisogna comunque considerare il 7,14% di provvigione standard; niente di sconvolgente, ma pur sempre una mancia da 5833 €.

4)     In Italia i salari sono bassi e i prezzi delle case alti, in Germania viceversa.

Durante la visita all’appartamento di lusso, il giornalista si lascia andare alla considerazione che in Europa ci siano due Euro: quello solido dei tedeschi e quello farlocco del Belpaese. A parte il fatto che l’Eurozona è per forza di cose un amalgama eterogeneo di infrastrutture economiche diverse tra loro e più o meno efficienti, l’idea che la colpa di queste disparità sia dell’Euro è una conclusione soggettiva basata sul confronto arbitrario tra due mercati immobiliari.

In primis, il rapporto salario/costo della vita è certo più proporzionato che in Italia, ma il confronto non è così asimmetrico: l’ex-Germania Ovest, baricentro economico della Germania, guadagna di più, però spende anche di più per vivere; nei Länder agricoli o sottoindustrializzati della ex-DDR l’onda d’urto causata dal crollo del Muro è invece ancora visibile nella forbice salariale, ma il costo della vita è parimenti ridotto. La proporzionalità è diretta e non, come suggerito nel commento, inversa.

Inoltre i governi tedeschi degli ultimi settant’anni hanno semplicemente fatto quello che fanno i governi nei paesi normali: hanno trascorso i loro quadrienni di legislatura tentando di creare un’infrastruttura economica, finanziaria, politica e sociale con quel livello minimo di lungimiranza e pianificazione a lungo termine richiesto a una classe dirigente decorosa. Per intenderci, non una che si accontenti di compiacere i propri sudditi con ceste di perline colorate in cambio di un po’ di ritorno elettorale immediato, ma una che viva nella realtà e sia consapevole che, purtroppo, ogni tanto l’economia si sgonfia e c’è bisogno di attrezzarsi prima per reggere l’urto con l’iceberg senza ridursi a buttare tutto e tutti a mare.

In questo caso concreto, politiche abitative lungimirante sarebbero ad esempio quelle che tentano di mantenere il mercato immobiliare fluido, facendo in modo che le leggi rendano difficile ai proprietari mantenere gli appartamenti artificialmente sfitti e lucrare indebitamente riducendo l’offerta per gonfiare i prezzi. Naturalmente bisognerebbe aggiungere un dettaglio significativo: in Germania, probabilmente per la maggiore mobilità sociale, il rapporto tra proprietà e affitto è speculare a quello italiano. Al vertice della piramide c’è proprio Berlino, con i suoi 85,9% di abitanti in affitto (purtroppo i dati che ho trovato sono del 2006, ma almeno io ho fatto i compiti).

Rebel without a cause

Il fatto che il mio portatile sia entrato in coma pochi giorni prima della mia capatina in Brianza e mi abbia fatto aspettare fino al venerdì successivo alle ultime elezioni prima di riprendersi è una cosa che, a posteriori, dovrei riconoscere come una benedizione. Dato l’esito della tornata, sbirciare dal buco della serratura transalpina centellinando le informazioni post-elettorali è stato più un toccasana che un’attesa snervante.

Grazie alla mia provvidenziale fuga domenicale ero riuscito a godermi solo il meglio (si fa per dire) delle elezioni, arginando così i postumi da lesione cerebrale (localizzata probabilmente nelle aree di Broca e Wernicke, visto che i risultati mi hanno lasciato senza parole), fronteggiando l’insostenibile pesantezza degli exit poll da una cauta distanza di sicurezza di 1020 km e soprattutto proteggendomi dall’ancora più insopportabile fuoco di sbarramento di ogni singolo canale cartaceo e catodico dell’intero spettro mediatico italico; quel tremendo momento in cui, in una specie di reminiscenza di Cenerentola, la vocazione italiana alla tuttologia amatoriale prende la forma del polpettone opinionistico da Bar Sport e, poco dopo lo scoccare della mezzanotte, trasforma magicamente gli italiani in esperti di diritto costituzionale (o strateghi calcistici, a seconda della situazione; non che in Italia la differenza sia visibile, beninteso).

Avevo optato per un sobrio distacco fisico e mediatico confidando che avesse almeno un effetto palliativo, ma avevo sottovalutato le sorprese che le elezioni in Italia – e soprattutto l’elettorato – sanno sempre riservare. Eh certo, perché mica si può fare come nei paesi normali, dove qualcuno vince e qualcuno perde; mi ero dimenticato del potenziale esplosivo della miscela tutta nostrana di partiti che oscillano tra l’inconsistente e l’impresentabile e che fanno a gara di seghe millantando misure da record sulla base di una legge elettorale che ricorda le Special Olympics, le olimpiadi fatte apposta (a differenza delle Paralimpiadi, che sono una competizione vera) per dare una medaglia a tutti e farli sentire speciali. Ecco, il Porcellum è praticamente il corrispettivo legislativo del bambino down che gareggia nei 110 ostacoli contro un albero di eucalipto, perde e si becca pure un premio, con l’attenuante che perlomeno i down, a differenza dei parlamentari reali e potenziali, la trisomia 21 mica se la sono scelta.

gnooooh!

Mangino brioche

Queste elezioni verranno ricordate come il trionfo del populismo, come una fontana di guano caduta a pioggia sul paese stile piaghe d’Egitto. E non solo il trionfo, bensì la rivendicazione del populismo sotto due punti di vista speculari: chi lo usa ne ha dimostrato l’imperitura utilità come leva per aizzare il popolo bove contro il nemico di turno; chi se ne è lasciato ammaliare ne ha involontariamente attestato l’efficacia come cartina di tornasole per misurare l’indice di boccalonaggine di un popolo. Più alto è, più probabile è la correlazione con un basso livello medio di spirito critico del campione, quindi con uno standard molto basso dei relativi rappresentanti e di conseguenza della politica del paese (in questo caso una nazione che – incredibile ma vero – è ancora uno dei global player sullo scacchiere politico-economico planetario).

In tutta la fase pre-elettorale ho tentato di mantenermi il più informato possibile sul dibattito politico nostrano, leggendomi le notizie, informandomi sulle proposte e le metodologie dei vari partiti e intrufolandomi più o meno attivamente nelle discussioni per saggiare il dibattito. Inutile dire che, come già scritto nel post precedente, il fenomeno che è balzato maggiormente ai miei occhi non è stato il mitomane ma metodico ufficiale sabaudo travestito da Grande Gatsby, né le criptiche metafore nazional-popolari di Bersani, né l’allucinante ripresa di un PDL che fino a qualche mese prima giaceva esanime sotto il peso delle proprie macerie, complice l’eterea consistenza politica di uno come Angelino Alfano (più che un leader, un segnaposto). Non mi ha nemmeno sorpreso il sussulto di indignazione popolare dei rivoluzionari di Ingroia; uno che in fondo voti solo per principio, che sai già che non andrà da nessuna parte ma che crocetti per fare una di quelle cose italianamente inutili tipo “dare un segnale” (non oso immaginare quanto sia deprimente essere considerati una scheda nulla con la barba).

Il vero segnale – un segnale di allarme rosso che sicuramente avrà sorpreso pochi – è stato il jackpot del Movimento 5 Stelle, summa indiscussa della demagogia: più che altro mi ha sorpreso il fatto che tutti gli altri partiti fossero sorpresi. Beppe Grillo è in giro dal 2005 con il suo blog di sbroccati a incitare le folle contro la Ka$ta, e la Ka$ta ha sempre offerto nuovi assist per lo sbroccaggio che Grillo ha saputo capitalizzare alla grande e con quegli stessi metodi berlusconiani che la dissonanza cognitiva degli accoliti grillini si ostina a negare. C’è stato addirittura (cito testuali parole di un dibattito) chi ha chiesto “domanda curiosa: quanti di voi oggi sono per il movimento 5 stelle (io sì)?”, a cui ho risposto che bisognerebbe innanzitutto capire cosa c’è nel partito di Grillo – oltre la semplice indignazione contro la Ka$ta, visto che per quello non ci vuole molto – che dovrebbe spingere la gente a riconoscervisi, e cosa ci sia di così sorprendente nel non esserne minimamente attratti. Io penso di non avere nessun punto di contatto con un partito del genere, e (escludendo il fatto di possedere delle sinapsi funzionanti, ragione necessaria e sufficiente) posso elencare in ordine sparso tutta una serie di motivi.

1) Come ho già scritto in precedenza, è un movimento che sostiene di essere “dal basso”, ma nessuno sembra accorgersi o lamentarsi del fatto che sia esattamente l’opposto: un apparato centralizzato da cui una figura cardine emana la propria opinione e lascia agli adepti due scelte: annuire in silenzio all’ortodossia o scontare l’eterodossia con la scomunica e la damnatio memoriae. Il termine “opinione” è da intendersi naturalmente anche e soprattutto nell’accezione di “tutto ciò che viene affermato senza il minimo supporto di fatti.”

2) E’ un partito che dice di avere idee innovative per cambiare il paese e metodi innovativi per farlo, ma i fatti smentiscono impietosamente questa pretesa vanagloriosa. Il manifesto programmatico (chiamiamolo generosamente così) riflette il problema a monte del partito: il monopolio ideologico di cui al punto 1, e di conseguenza i contenuti e i metodi del monopolista in questione, costituiti essenzialmente da grandi promesse e roboanti proclami da agitprop, ma niente di più. Andrà bene per arringare le masse, ma poi devi anche rendere conto di quello che dici, non ultimo ai tuoi stessi elettori. E qui arriva il punto 3.

3) Grillo parla di processo democratico, ma è il primo a sottrarsi a uno dei passaggi cardine di questo processo: il dialogo. Ovviamente lui si giustifica con una foglia di fico da due lire, ovvero che i poteri occulti ce l’hanno con lui e i media sono tutti servi del potere, e quindi lui fa bene a cacciare chiunque tenti di intervistarlo e chiedergli conto dei suoi piani. Ora, il panorama mediatico italiano è senza dubbio imbarazzante, ma così lo stai solo strumentalizzando per affrancarti dalle tue responsabilità e scaricare la colpa sugli altri (altro tipico vezzo nostrano): di fatto ti stai sottraendo al Quarto Potere, quello che serve creare una corrispondenza biunivoca col pubblico. Non basta buttare lì concetti a caso come “sovranità monetaria”, “referendum propositivo senza quorum” o “reddito di cittadinanza” e poi chiudersi a riccio quando provano a chiederti con che mezzi li vuoi realizzare. Usare gli slogan al posto dei contenuti, promesse impossibili al posto di proposte realistiche, e usare i media in senso unidirezionale non ti rendono diverso dai “vecchi politici che vogliamo mandare a casa”: ti rende esattamente uguale a loro. Da questo punto di vista Grillo non è molto dissimile da Forza Italia nel 1994 o dal celodurismo bossiano della Lega anni ‘80-‘90.

A proposito di reddito di cittadinanza, ho tentato invano di lasciarmi spiegare dai diretti interessati cosa credevano che fosse e come intendessero garantirlo. Non essendo mai stato illustrato in concreto, ho preso la definizione genericamente accettata di questo concetto direttamente da Wikipedia: “un reddito di base universale pagato a tutti, senza alcun obbligo di attività, per una somma sufficiente a esistere e a partecipare alla vita della società.” E’ una cosa di cui si parla da tempo anche in Germania (dove i grillini sostengono che già ci sia, ma non è vero) e che Grillo pare vorrebbe introdurre in Italia a 1000€ mensili. Partendo da questa base speculativa ho cercato di riportare un po’ di senno e mi sono messo – ecco il solito professorone saccente – a fare un paio di calcoli:

(1000 €) x (12 mesi) x (60 milioni di cittadini) = 720 miliardi di euro l’anno.

Che per 5 anni di legislatura fanno 3,6 bilioni di euro.

Due volte l’intero debito pubblico del Paese.

Tre virgola sei per dieci alla dodicesima, giusto per chiarire quanti zeri ci vogliono.

MilaK - meco“Mecojoni!” ha esclamato Mila Kunis, attuale direttrice esecutiva dell’Ufficio Riscossione Tributi.

Ho chiesto ovviamente con quali misure economiche il M5S avesse intenzione di partorire i suddetti quaqquarantordici bumbastilioni necessari al mantenimento di un mastodonte del genere. Ovvio risultato: TSO totale. Quando i grillini vedono i numeri, reagiscono facendo ciò che viene loro meglio: sbroccare. E via coi mondiali di arrampicata sugli specchi:

a) “ma no, Grillo intende solo i disoccupati!” Ok, presto rifatto il calcolo: ti reitero la domanda concedendoti una generosa stima al ribasso, diciamo del 10% su una popolazione attiva di 30 milioni. Fanno 36 miliardi l’anno. In termini semplici che anche un grillino possa capire, equivalgono grosso modo a un paio di manovre finanziarie una tantum da una ventina di bombe, solo che sono due tantum. Ogni anno. Per un quinquennio. Al confronto, la politica fiscale di Mario Monti sembra un ballo di corte del Re Sole.

b)  “ma no, Grillo non intende i disoccupati, ma quelli che hanno perso il lavoro!” True story su cui non aggiungo altro, se non la surreale chiosa “Vedi che non sai nemmeno di cosa stai parlando!” ma con molti più punti esclamativi e le immancabili accuse in stampatello di collusione con partiti e lobby di turno. A monte di tutta questa brusca retromarcia bisogna contare che uno strumento che dia i soldi a disoccupati non serve, visto che il sussidio di disoccupazione esiste già.

c) “Basta sospendere la costruzione degli F35 ed è fatto!” Eh certo, peccato solo che al risparmio di 25 miliardi ne andrebbero sottratti 3-4 di penali per la rescissione dei contratti (oltre a circa diecimila posti di lavoro, che fanno 120 milioni annui aggiuntivi da aggiungere al fondo per il reddito di cittadinanza, decerebrati pacifisti del cazzo). Senza contare che non risolvi nulla, visto che quello che rimane basta per coprire un semestre di spesa, e restano altri quattro anni e mezzo su cui fantasticare mentre vi masturbate davanti alla foto di Gianroberto Casaleggio.

4) Un ulteriore motivo di preoccupazione sono i criteri di scelta dei candidati, e in questo Beppe Grillo ha saputo capitalizzare perfettamente sul sentimento anti-intellettuale dell’italiano medio, quello che vede ogni centimetro percorso oltre la scuola dell’obbligo come un pericolo, una minaccia, una truffa o, peggio di tutti, una vergogna. Infatti la pletora di acefali che lo circonda lo applaude quando tuona contro i professoroni, contro “i professionisti della politica”, contro i loro tecnicismi. Che tutto sommato andrebbe anche bene, se solo la sua intenzione fosse sostituire i tecnici corrotti con quelli onesti.

Peccato che non sia così: il partito di Grillo fa della provenienza “dal basso” dei propri membri un motivo di vanto, una spilletta da esibire con orgoglio per meriti mai ottenuti. “Pierciccio ha 27 anni, lavora al tornio da 10 e non ha mai rubato, quindi è una garanzia di onestà” è una logica che non sta in piedi. Se Pierciccio ha iniziato a lavorare a 17 anni come tornitore, le probabilità di rimanere implicato in un caso di insider trading penso non siano mai state particolarmente elevate. E basandoti sulla semplice permanenza sul pianeta come unico criterio di merito non stai nemmeno garantendo la condotta morale del tuo candidato: ci stai scommettendo. Sei sicuro che Pierciccio saprà resistere alla tentazione di un bell’appalto truccato quando l’Impregilo del caso gli piazzerà davanti agli occhi più banconote di quante lui ne vedrebbe reincarnandosi sedici volte? Non capisco come piazzare dei dilettanti a schiacciare i pulsantoni colorati di Montecitorio sia qualificabile come una conquista: certo che voglio dei “professionisti della politica” ai tavoli ministeriali, esattamente come voglio dei professionisti della fisica alla costruzione di ponti. Non è degradando la competenza a difetto per sostituirla con la melodrammatica nostalgia per la veracità rurale che migliori le cose.

facimm' ammuina!Il futuro Ministro delle Infrastrutture, in livrea.

Microchip promozionale

A Beppe Grillo bisogna quantomeno dare atto di aver fatto della trasparenza un cavallo di battaglia, anche se con esiti involontariamente imbarazzanti, ad esempio la possibilità di compulsare online i curriculum dei suoi prodi paladini della democrazia duepuntozero, tipo quello del giovane Paolo Bernini: un cittadino italiano (il cui voto sfortunatamente vale quanto il mio) finito controvoglia sotto i riflettori per l’elevato quoziente di boccaloneria grazie al quale è stato folgorato da Zeitgeist, il “documentario” che l’ha convinto incontrovertibilmente che delle cospirazioni segrete internazionali orchestrate da chissà quali emissari degli Illuminati, della Massoneria, dei Rettiliani o del Gruppo Bilderberg vogliono installare dei microchip sottocutanei per controllare le masse e instaurare finalmente il tanto agognato New World Order. Di fronte ad affermazioni di tale dimensione, Bernini non ha nemmeno sentito il bisogno di avere una controprova o anche solo di uno straccio di prova, giusto per dire il livello della tanto paventata coscienza critica di un tizio che non riesce nemmeno a compilare un curriculum senza disseminarlo di refusi e che annovera ad esempio 5 mesi estivi di lavoro in 5 anni come esperienza professionale e “buona capacità di comunicazione” grazie alla sua esperienza nel campo delle “attività di volantinaggio”; che decanta la sua “ottima conoscenza nell’uso della mail” nonché di social network come Twetter [sic] e che ha inserito “alimentazione” (vegana, ci tiene a specificare) sotto la voce “capacità e competenze”. In pratica, uno che qualsiasi persona sana di mente non assumerebbe nemmeno come paraspifferi, figuriamoci dargli voce in capitolo nel processo legislativo. E invece.

cacchio cacchione, mandiamoli a casa! Eheheh!gli stati generali del M5S a Olgiate Olona, con il leader sullo sfondo.

Tra le personalissime proposte di legge del paraspifferi, oltre a voler sbrurocratizzare [sic; ok, i refusi capitano, ma almeno chiedi a un amico di correggerti la bozza, eccheccazzo] la Pubblica Amministrazione, spiccano ovviamente le solite panzane sul ritorno a “la sovranità monetaria nel nostro Paese evitando che banche private come Bankitalia e BCE abbiano in mano il potere di produrre moneta senza restrizioni”, chiaro segno che i mercati mobiliari e il diritto europeo non sono evidentemente il suo punto forte, nonché – poteva mancare? – “vietare la produzione di armi e la vendita a Stati esteri”: perché si sa che l’Italia ha il monopolio globale dei mezzi di produzione bellica. Formulata così, sembra una teoria del caos: se la Beretta chiude a Gardone Val Trompia, in tutto il resto del mondo la gente smette di spararsi. Un po’ come dire che alcuni millenni fa, grazie all’introduzione del reato di furto, la gente ha smesso di scippare le vecchiette davanti agli uffici postali.

Einstürzende Altbauten

Ah, it’s time to relax, and you know what that means: a glass of wine, your favorite easy chair, and of course this compact disc playing on your home stereo. So go on, indulge yourself, that’s right: kick off your shoes, put your feet up, lean back and just enjoy the melodies. After all, music soothes even the savage beasts.

Ettipareva. E allora aspetta che mi metto comodo e stappo una Lübzer – o più che altro un Maalox – mentre per l’ennesima volta mi tocca veder crollare su sé stesso il vecchio edificio che dà il titolo al post.

Stranamente, in Italia la scena politica è di nuovo misteriosamente scossa dall’ennesima turbolenza che, guarda caso, si tradurrà quasi certamente nella consueta crisi di governo. Anzi, della crisi del governo di crisi, un numero circense talmente surreale che solo a una fucina politica come l’Italia può riuscire: un circo che ricorda quei freakshow vittoriani con i personaggi che diventavano delle celebrità perché avevano l’unico merito di essere degli scherzi di natura, tipo la donna barbuta, il busto umano e l’uomo con tre gambe; gente per la quale l’unica chance di sussistenza – oggi come allora – era trovare lavoro imbarcandosi in uno di quei baracconi (nel nostro caso, un partito e/o un organo governativo a scelta) o finire recluso in un qualche nosocomio dickensiano causa inabilità di inserimento sociale e professionale (nel nostro caso, le regie galere o i campi di pomodori nelle Murge).

E mentre mi preparo a resistere alle Barbare Tribù del Nord con la loro imminente sventagliata di domande su un altro esempio di einstürzender Altbau, Berlusconi – quelle che iniziano appunto con “ma è vero che Berlusconi…” – mi ritrovo persino a dare ragione al capotribù degli Avari (nel suo caso, accento sdrucciolo o piano, a scelta) Guido Westerwelle, che ha giustamente sfanculato il fluorescente Oompa Loompa brianzolo dicendogli di smetterla di usare lo spauracchio prussiano come oggetto della sua già patetica campagna elettorale populista e facendogli giustamente notare che la causa delle attuali difficoltà in Italia non sono né la Germania, né l’Unione Europea, bensì l’inquietante guardone che lo fissa sorridente dallo specchio ogni mattina. Al senile Oompa Loompa bisognerebbe anche ricordare che nemmeno il suo mesto successore è la causa degli attuali impasse economici italiani: evidentemente non gli hanno ancora spiegato che è proprio per contenere i danni del ventennio di potere − dello strapotere di un vecchietto attempato (e attempiato, visto che l’attaccatura dei capelli avanza invece di recedere) in perenne midlife crisis che ha governato l’Italia come una puntata di Colpo Grosso − che hanno dovuto assumere la sua antitesi: l’austero grigiore varesino di un tecnico con le braccine corte contro il variopinto kitsch di un PR da discoteca; il nonno che non ti dà la mancetta perché hai preso un’insufficienza contro il nonno che ti regala una lap-dancer per il tuo diciottesimo compleanno (però ingaggiata dietro una cambiale a 180 giorni mai saldata). Praticamente hanno bloccato la carta di credito a Lindsay Lohan per darla a Ebenezer Scrooge.

E così adesso ci si ritrova di nuovo con i nervi a fior di pelle e con le mani saldamente ancorate in zona pelvica nella speranza che la quarta evocazione del Maligno (quarta!) venga scongiurata dall’esorcista di turno. Il problema è che un paio di decenni di monopolio del palcoscenico paiono aver lasciato chiari segni di stress post-traumatico. Aver ridotto di una decina di punti il quoziente di intelligenza politica del popolo – o forse solo l’averne assecondato il desiderio di inerzia intellettiva – ha abbassato gli standard qualitativi e le aspettative della Ggènte nei confronti della Kasta, e soprattutto ha indebolito le difese immunitarie nei confronti della demagogia aggressiva, l’unico linguaggio che la masnada di mentecatti ha saputo usare, convinta che per parlare a un paese rustico e provinciale devi trattarlo come una buncia di contadini analfabeti di un paesotto verghiano. Dipingere ogni problema con le tinte forti di quell’irritante manicheismo populista che vede tutto bianco o nero, noi vs. loro, vecchio vs. nuovo, tristi burocrati polverosi e malvestiti vs. gioviali self-made men dinamici e patinati, intellettualoni da salotto vs. ggènte come te, be’, è una tattica che non ha mai fallito.

La cosa che mi infastidisce è che ora ognuno corre in ogni direzione per disfarsi della propria corresponsabilità nel declino nazionale; tutti a cambiarsi velocemente d’abito per tuonare indisturbati contro i sé stessi di poco prima. Peccato solo che le abitudini siano dure a morire. Se fino a ieri eri particolarmente vulnerabile al linguaggio escatologico dell’imbonitore di turno, non è che la mattina dopo ti alzi e tieni una conferenza su Thomas Paine. E qui entra in scena il neopopulismo che si finge antipopulista, la politica che si spaccia per antipolitica, il movimento dal basso che arriva dall’alto: se vuoi convincere quella fetta di popolo che ragiona per dicotomie a cambiare rotta, è ovvio che Rights of Man, The Age of Reason e Common Sense li lasci sullo scaffale e illustri loro i concetti di diritto, ragione e buonsenso nel linguaggio che capiscono meglio; oppure scegli da subito di rinunciarci tout court e ti butti sulla politica “che parla alla pancia della gente”, un concetto che nella sua vanitosa supponenza mi fa venire l’orticaria.

La perfetta incarnazione di questa forma mentis è – non sorprendentemente – Beppe Grillo e la pletora di accoliti che è riuscito a evangelizzare. Una massa di automi che parla per messaggi preregistrati ma che purtroppo crede di essere la quintessenza della coscienza critica (bitch please) di un movimento dal basso (bitch please), di appartenere a un non-partito (bitch please) con un non-statuto (bitch please) dove “ognuno vale uno” (bitch please). Con questi presupposti, avete già il mio non-voto.

bitch-please

Il guaio è che il mito del messia è duro a morire, tanto più in Italia, dove si tende a vegetare in un barattolo di formaldeide fino al giorno prima delle elezioni per poi svegliarsi di colpo dal torpore, strillare che “non se ne può più” e confidare in un redentore che, nottetempo, liberi il popolino dal male con un sortilegio. E’ stato così con il Pelato, alias Uomo della Provvidenza (appunto) ed è stato così anche con l’ex-Pelato, alias Unto del Signore (appunto), e anche fuori dall’Italia ogni regime di successo ha avuto una genesi simile, con il Salvatore di turno che promette paradisi terreni e/o ultraterreni agli adepti e la Gehenna a nemici ed eretici.

Con il partito dei grillini (inutile che si perdano in acrobazie semantiche da due lire: è un partito e ha il proprio statuto) è esattamente la stessa cosa. Io verso i pastori nutro sempre un certo scetticismo, ma a farmi paura è il gregge. Tentando di seguire un po’ quell’ultimo parto anale delle Parlamentarie mi sono ritrovato con gli occhi sgranati e la mandibola sulla scrivania dalla perplessità. Candidati il cui unico argomento con il quale chiedono il tuo voto è che “siamo gente comune.” Esticazzi. Io non capirò mai quanta dissonanza cognitiva (se sei in buona fede) o ipocrisia (se non lo sei) devi avere per pensare che essere membro del popolo sia una qualifica sufficiente per capirne i bisogni e diventarne rappresentante. Immagino che queste siano le stesse persone che si lamentano della mancanza di meritocrazia ed esigono a gran voce dallo Stato che ai comandi di treni e aerei ci sia personale adeguatamente addestrato, che i figli ricevano una formazione scolastica, accademica e professionale dai migliori insegnanti possibili, che stetoscopi e bisturi siano saldamente nelle mani dei migliori medici e chirurghi sulla piazza, e che a trattare delicate questioni diplomatiche siano esperti di politica estera con la fluente padronanza di almeno una lingua internazionalmente rilevante. Sono d’accordo, ma allora mi chiedo perché quando c’è da eleggere i propri amministratori pubblici, la ggènte vede professionalità e competenza come un handicap o una colpa, preferendo cercare la copia-carbone di sé stessi, forse per sentirsi tranquillizzati da un distorto senso di empatia.

Il Movimento Cinque Stelle fa esattamente questo: considerare la semplice esistenza come una qualifica sufficiente per sedersi ai comandi. “Noi candidiamo cittadini onesti”: ah sì? E quindi? E’ una falsa dicotomia: onesto non è il contrario di esperto, né tantomeno sinonimo. Si possono anche avere entrambe le cose. Il fatto di non esserti mai arricchito alle spalle degli altri è una garanzia solo se ne hai avuto la possibilità e non l’hai sfruttata perché possiedi una coscienza: se sei un asfaltatore, o una casalinga, o uno che passa la giornata a fotografare le scie di condensa degli aerei, la questione non si è mai nemmeno posta, ergo se voglio impedire che ti mettano in mano il Ministero della Ricerca Scientifica non è perché sono un servo della Kasta: magari è perché sei semplicemente un coglione e l’unico a non essersene reso conto sei tu.

In fondo si tratta di dubbi legittimi che qualsiasi persona, di qualsiasi estrazione sociale ed educativa ma con un minimo di buonsenso, si pone quando si trova davanti a una scheda elettorale e una delle opzioni è crocettare un’accozzaglia di tizi che non si rendono conto di avere zero voce in capitolo davanti al furore fascisteggiante dei proclami a senso unico sbraitati da un Sommo Profeta che fugge dalla discussione, non ammette il dissenso e che per educarne cento punisce con l’esilio e la damnatio memoriae ogni deviazione dall’ortodossia (tipico quadro clinico da delirio di onnipotenza, oltre che marchio inconfondibile di chi evidentemente crede di possedere il dono dell’infallibilità, tipo papi, guru e simili ciarlatani dalla coda di paglia).

Dico, chi mai se la sentirebbe di dare il timone della Repubblica in mano a un’Armata Brancaleone del genere? Quale cittadino si sentirebbe a proprio agio sapendo che la sanità pubblica è in mano a qualcuno convinto che i vaccini causino idrargirismo o autismo, o che pensa che il cancro si curi col bicarbonato, o che l’AIDS sia un piano segreto per un genocidio omosessuale? Quale cittadino si sentirebbe a suo agio sapendo che queste stesse cose finiscono nei libri di testo assieme alle scie chimiche e i Savi di Sion, o che il direttore del Centro Sismografico pensa che i terremoti siano causati artificialmente da HAARP? E cosa fai se alle politiche finanziarie ed economiche ci finisce uno che blatera di signoraggio perché non ha compreso nemmeno i concetti base dell’economia, o dice che il New World Order ha comunque già deciso tutto anni fa con l’intercessione degli Illuminati e del Gruppo Bilderberg? E a parlare con Obama ci mandi uno che si mette a spiegargli che l’11 settembre è stato un inside job, o che sono stati i rettiliani capitanati da Kris Kristofferson?

Gli italiani avranno anche perseverato nel loro masochismo, ma invece di infierire continuando a considerarli una massa di ebeti con i bisogni elementari di un Homo neanderthalensis, forse sarebbe ora di trattarli come esseri raziocinanti, smetterla di parlare alla loro pancia e cominciare invece a parlare alla loro testa, visto che presumibilmente siamo tutti abbastanza sapiens da capire che la gestione della cosa pubblica non si ferma al ridicolo mito delle tasche piene (datemi un Imodium, vi prego), ma che un paese del cosiddetto primo mondo ha dei bisogni più articolati di una comunità di raccoglitori-cacciatori del primo Neolitico.

Hungry like the Wulff

Oh, finalmente. Era da un po’ che tentavo di accumulare un po’ di informazioni sulle magnifiche sorti e progressive, sull’attuale deriva bananoide della Federazione per poi trovare un po’ di tempo e scriverci qualcosa. Venerdì mattina mi sono svegliato e ho giusto pensato: ok, oggi lo faccio. E cosa ti succede? Scopro che proprio venerdì i sogni proibiti di una decente maggioranza della popolazione (per ius sanguinis oppure solis, tipo me) si sono avverati.

Christian Wulff, già sosia di molti altri politici tedeschi, ha finalmente liberato il palcoscenico politico dalla sua già impercettibile presenza e dalla sua faccia da chierichetto acromegalico, a soli due anni dalle dimissioni del suo predecessore  Horst Köhler, con il quale condivide la più totale assenza di carisma e un’inesauribile scorta di frasi fatte, e più in generale quella che può essere definita una istituzionale Espressione da Pirla™, senza contare l’inquietante Sorriso da Stalker™.

L’esordio pubblico del gran casino attorno a questo mammifero insipido con la faccia del secchione che non ti fa copiare ha una data ben precisa e ricorda molto il modus operandi di politici e mafiosi del Belpaese: il 12 dicembre 2011 Wulff chiama Kai Diekmann, capoccia di Bild, la carta igienica più us il giornale più letto della Germania, abitualmente prono  a sensazionalismi e scoop da telegiornale Mediaset e più in generale prono tout court. Perché mai il Presidente della Repubblica Federale, per di più mentre si trova in visita ufficiale tra gran visir e altri dignitari degli stati del Golfo, dovrebbe darsi la briga di chiamare il direttore di un giornale? Ed ecco che arriva il momento in cui un politico dimostra di che pasta è fatto, nel suo caso pastafrolla: trova solo la segreteria telefonica e, da stratega qual è, sa che i veri uomini non si limitano a riattaccare. No: lascia un messaggio in segreteria. Come se l’idea non fosse già abbastanza stupida di suo, nel pizzino di don Christian c’è la richiesta di non pubblicare l’inchiesta sulle irregolarità nell’acquisto di un immobile da 415.000 euro tramite un credito di una mezza milionata a condizioni ridicolmente agevolate (si parla di interessi allo 0,9%, per dire quanto ridicole); tutto questo smanacciamento risale al 2008, quando il democristiano Christian — nomen omen — era ancora solo un umile presidente dello stato federale che ha dato i natali ai politici più invischiati in magagne legali nella storia della Germania postbellica, il Niedersachsen (aka Bassa Sassonia aka Volkswagenlandia) ed era ancora così imberbe e ingenuo da incontrarsi con imprenditori edili e le loro mogli prestanome (già suoi amici e testimoni di nozze) senza immaginare che fare affari con loro sfruttando il proprio ruolo politico avrebbe fatto alzare i sopraccigli destri a più di un procuratore federale. A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, diceva Andreotti; ecco come si riconosce un vero democristiano spregiudicato da uno farlocco. Nota a margine: durante un’interrogazione informale davanti al parlamento regionale di cui all’epoca era presidente, Wulff aveva respinto ogni illazione come infondata.

Vani si rivelano poi anche i tentativi di Demochristian di fare la vocina grossa con Mathias Döpfner — amministratore delegato delle edizioni Axel Springer e quindi datore di lavoro del Kai Diekmann di cui sopra — a colpi di battute a effetto come “avete varcato il Rubicone” e altre sobrie frasone da B-Movie dello stesso calibro. Né il megadirettore galattico, né il suo miglior sgherro si sentono intimiditi da questo omino che gonfia il petto per mostrare le sue mille medaglie, manco fosse il generale Žukov che porge la penna ai nazisti per firmare la resa. Conseguenza: l’intero universo editoriale dell’Impero ribadisce a ranghi serrati che non siamo in Corea del Nord, in Iran o in Italia e che la stampa non è al servizio del potere, tantomeno se sei la persona con meno potere tra tutte quelle che vorrebbero asservirla. Voglio dire, sei il Presidente della Repubblica! Da quando i presidenti della repubblica hanno un potere che vada oltre la firma delle leggi e la degustazione di specialità locali?

Il bello di essere indagati è che l’effetto palla di neve fa emergere un sacco di dettagli interessanti sulla tua vita, tipo che cercare soldi e favori a gente è un’abitudine piuttosto radicata di Herr Wulff: anche l’imprenditore Carsten Maschmeyer — famoso per essere il marito dell’attrice Veronika Ferres, famosa per essere l’amichetta tettona di Carsten Maschmeyer — ha partecipato a un gioco di do ut des in cui nel 2007 Wulff ha ricevuto 42.731,71 euro per fare pubblicità al suo libro Besser die Wahrheit. Intitolare un libro “meglio la verità” e pubblicizzarlo con i soldi di ciò che si è poi rivelato essere un gioco di scatole cinesi volto ad arricchire la CDU bassosassone aggirando le norme sui finanziamenti ai partiti direi che è un capolavoro del grottesco senza che il faccendiere senta il bisogno di spiegare come il suo volteggiare sopra Hannover gli abbia permesso di conoscere la sua attuale morosa.

Il cammino di Christian Wulff verso l’Olimpo delle Figure di Merda è anche costellato di piccoli gesti, come licenziare il proprio portavoce Olaf Glaeseker senza apparente giustificazione (nel senso che gli è stato chiesto perché e lui ancora non ha risposto) o accettare con reticenza un’intervista di 21 minuti per dare delle spiegazioni alle persone che gli pagano lo stipendio. Sì, perché il 4 gennaio, davanti a due giornalisti di punta dei due maggiori canali pubblici ARD e ZDF, il presidente ha dovuto rendere conto di questi e altri magheggi tra amici. In sintesi: l’inizio è già pessimo, con un chiaro nein in risposta all’opzione dimissioni alla faccia dell’opinione pubblica. Motivo ufficiale: la volontà di mostrare “un bilancio positivo al termine del quinquennio presidenziale.” Sul tema intimidazioni alla stampa non ha ovviamente potuto fare altro che cospargersi il capo di senape, farsi infilare due patatine nel naso e chiedere scusa alle vittime del suo bullismo da oratorio. Epic fail è invece il momento in cui la giornalista Bettina Schusten gli chiede se non trovi politicamente discutibile il passare le vacanze a casa di Amici Imprenditori™ a scrocco, visto che una cosa del genere potrebbe dare l’impressione di creare un certo conflitto di interessi. Risposta di Wulff: “lei lo fa?” Risposta della giornalista: “sì.”

Nota a margine: con le rivelazioni emerse nel corso delle indagini, la domanda si sarebbe potuta ampliare; non solo vacanze a scrocco a casa di Amici Imprenditori™, ma anche room-upgrade per le vacanze in hotel a spese di Amici Imprenditori™, o voli pagati daAmici Imprenditori™, o festeggiare la propria elezione a presidente in un party organizzato da indovinate chi, o acquistare una Audi Q3 con contratto VIP-Leasing a condizioni ridicole grazie all’intercessione di indovinate chi e attraverso la stessa moglie-prestanome che già in precedenza aveva ricevuto abbigliamento e accessori di lusso aggratis da case di moda.

Insomma, siamo alle solite, la domanda che scatta automatica è la classica “cosa sarebbe successo in Italia?” e basta vedere i vari affaire Scajola e simili per rendersene conto. E trovo poco consolatorio l’atteggiamento di un po’ della stampa italiota, il cercare il mal comune che ci permetta di avere quel mezzo gaudio qualunquista, quel così fan tutti che ci fa sentire meglio e meno diversi. Senza dubbio il caso Wulff conferma che così fan molti e che è difficile resistere alla tentazione quando si presenta l’occasione di un piccolo tornaconto con la quasi-certezza di farla franca. Immagino che sia una tendenza umana, ma anche a questo serve che le istituzioni ci siano e che funzionino nel miglior modo possibile, e solo nei paesi anomali si cerca di relativizzare tutto e di spostare il baricentro della responsabilità dai controllati ai controllori credendo di fare un favore. Nei paesi normali, fosse anche solo per convenienza politica (vedere alla voce elezioni politiche 2013 in Germania), i rappresentanti prima o poi sanno qual è la cosa tecnicamente giusta da fare per non abbassare gli standard di qualità di chi deve mantenere in funzione uno stato.