impero prussiano

Invita Minerva

L’occhio sempre attento della mia morosa mi ha segnalato un frammento di quella trasmissione occasionalmente accettabile che è Servizio Pubblico che, per non smentire la lunga tradizione di pressappochismo del giornalismo italiano, ha prodotto uno dei soliti servizi sul ritrito leitmotiv “Cose che all’estero funzionano mentre da noi, signoramia: Italia vs. paese a caso”. Quelle inchieste in cui secchiate di qualunquismo vengono erroneamente scambiate per indagini scomode che scuotono il sistema. Che è vero, se “scuotere il sistema” è un elegante eufemismo per “favorire la peristalsi.”

Il servizio in questione, come i mugugni e i brontolii nell’altra stanza mi hanno fatto subito intuire, parla di Berlino ed è infatti stato riportato da Il Mitte, webzine italoberlinese dove l’abbiamo scovato con qualche giorno di ritardo. Al tredicesimo roteamento di testa con occhio strabuzzante, i nostri sguardi si sono incrociati, abbiamo canonizzato all’unisono una dozzina di nuovi santi e abbiamo concluso che ci sarebbe voluto un bel debunking delle molteplici inesattezze. Calcolatrice alla mano, le abbiamo numerate e riportate qui di seguito.

1)     Ho trovato lavoro dopo venti giorni e ho uno stipendio normalissimo di 1.100 €.

E’ il primo mito da sfatare, o quanto meno da ridimensionare. Berlino non è la Germania. Berlino è un’eccezione rispetto a capitali europee come Londra o Parigi, che sono contemporaneamente centro nevralgico della politica e dell’economia. Berlino, a fronte di 3,4 milioni di abitanti (tendenza in calo), ha 212.873 disoccupati e 291.231 sottoccupati, dicono le statistiche dell’Agenzia Federale del Lavoro. Significa un tasso di disoccupazione del 12,3% (dati 2012) che oscilla tra il 10% di Pankow e il 17% di Neukölln (dati aprile 2013). Ci sono segnali di miglioramento, ma è lungi dall’essere un campione rappresentativo della Repubblicona Federale. Tanto per avere un’idea, il motore economico del paese sono Baviera (disoccupazione al 3,7%) e Baden-Württemberg (4,0%).

La coppia di ragazzi intervistati parla a ragion veduta sul Kindergeld (il sussidio per i figli) e sul congedo di maternità e paternità, ma il fatto che lui abbia trovato lavoro in venti giorni è un dato poco rilevante, visto che non sappiamo di quale lavoro stia parlando e di quali qualifiche fossero richieste per la mansione. Sebbene sembri un ragionamento leggermente classista, in realtà è la struttura occupazionale stessa che richiede dei profili ben precisi per ogni singola mansione, tant’è vero che per ogni figura esiste una corrispondente formazione professionale: un bancario ha un background diverso da un assicuratore, anche se i due settori hanno molto know-how comune. L’idea che a fare un fiorista siano capaci tutti non ha senso qui: vuoi fare il fiorista? Dimostra che sai farlo. E come lo dimostri? Presentando il certificato che attesta il tuo completamento di una formazione triennale come fiorista. All’italiano arrangione suonerà strano, ma una volta capita la logica ti rendi conto di quanto senso abbia la cosa. In fondo, la tanto decantata meritocrazia è esattamente questo: un mercato che ottimizza sé stesso tramite figure professionali ben definite, evitando così dispersioni di talenti. Ovviamente non funzionerà sempre come da manuale: per capirlo basta chiedere a un laureato in Media & Comunicazione mentre gli ricordate che il Big Mac lo volevate senza cetriolo, ma l’idea di fondo è buona.

2)     Chiunque può affittare una casa.

Non è vero. Devi provare la tua solidità finanziaria.. Per quello, oltre alle classiche ultime tre buste paga (il tuo stipendio dev’essere di norma almeno 3-3,5 volte l’affitto), serve la certificazione Schufa (una specie di Equitalia): è obbligatoria, a spese tue (18,50 €) e serve al locatore per avere un rapporto dettagliato di tutti i tuoi crediti e debiti (serve anche quando vuoi fare mutui o finanziamenti rateali, altrimenti niente casa, auto o maxischermo OLED).

3)     A Berlino si trovano case a 1000 €/m2 o meno:

Tecnicamente è vero: esistono aree con prezzi sotto il migliaio di euro. Ma per avere un’idea del livello e dell’oscillazione dei prezzi bisogna dare un’occhiata ai valori medi, che dicono ben altro.

I dati odierni della Wohnungsbörse indicano che il prezzo medio di un metro quadro a Berlino è compreso tra 2.173 € (per un’abitazione di 30 m2) e 3.128 € (per 100 m2), in crescita dai 1.457 € del 2011. Non solo è più del doppio di quanto affermato nel servizio, ma è anche un aumento di quasi il 50% in un periodo decisamente breve, a conferma che la tendenza del mercato è fortemente al rialzo. I prezzi degli immobili, se si esclude il caso limite degli 866 € di Hellersdorf (un residuato di realismo socialista dove di solito non scegli di vivere volontariamente), oscilla tra i 1.070 € di Neu-Hohenschönhausen e i 4.467€ di Wilmersdorf. Questo invalida pertanto anche l’affermazione dell’agente immobiliare tedesco che mostra al giornalista l’appartamento da 2500 €/m2 definendolo “di lusso” per gli standard berlinesi. Questo è un appartamento di lusso: 1,75 milioni per 332 m2 (5.223 €/m2) con 1.020 di spese condominiali. Al mese.

I due immobiliaristi italiani che offrono una casa a “Reickendolf” [sic] a 81.700 € per 61 m2 aggiungendo che sono “poco più di 1000 €/m2” (un bel po’ di più, aggiungo io: 1339 €/m2) stanno solo offrendo un immobile nella media di Reinickendorf (1.370 €), area già di per sé decisamente poco rappresentativa del quadro globale berlinese. Nel mio calcolo ho inoltre generosamente presunto che il prezzo nell’annuncio sia già quello definitivo: in realtà, anche con il 19% di IVA già incluso [errata corrige: sugli acquisti immobiliari a uso privato non si applica IVA], bisogna comunque considerare il 7,14% di provvigione standard; niente di sconvolgente, ma pur sempre una mancia da 5833 €.

4)     In Italia i salari sono bassi e i prezzi delle case alti, in Germania viceversa.

Durante la visita all’appartamento di lusso, il giornalista si lascia andare alla considerazione che in Europa ci siano due Euro: quello solido dei tedeschi e quello farlocco del Belpaese. A parte il fatto che l’Eurozona è per forza di cose un amalgama eterogeneo di infrastrutture economiche diverse tra loro e più o meno efficienti, l’idea che la colpa di queste disparità sia dell’Euro è una conclusione soggettiva basata sul confronto arbitrario tra due mercati immobiliari.

In primis, il rapporto salario/costo della vita è certo più proporzionato che in Italia, ma il confronto non è così asimmetrico: l’ex-Germania Ovest, baricentro economico della Germania, guadagna di più, però spende anche di più per vivere; nei Länder agricoli o sottoindustrializzati della ex-DDR l’onda d’urto causata dal crollo del Muro è invece ancora visibile nella forbice salariale, ma il costo della vita è parimenti ridotto. La proporzionalità è diretta e non, come suggerito nel commento, inversa.

Inoltre i governi tedeschi degli ultimi settant’anni hanno semplicemente fatto quello che fanno i governi nei paesi normali: hanno trascorso i loro quadrienni di legislatura tentando di creare un’infrastruttura economica, finanziaria, politica e sociale con quel livello minimo di lungimiranza e pianificazione a lungo termine richiesto a una classe dirigente decorosa. Per intenderci, non una che si accontenti di compiacere i propri sudditi con ceste di perline colorate in cambio di un po’ di ritorno elettorale immediato, ma una che viva nella realtà e sia consapevole che, purtroppo, ogni tanto l’economia si sgonfia e c’è bisogno di attrezzarsi prima per reggere l’urto con l’iceberg senza ridursi a buttare tutto e tutti a mare.

In questo caso concreto, politiche abitative lungimirante sarebbero ad esempio quelle che tentano di mantenere il mercato immobiliare fluido, facendo in modo che le leggi rendano difficile ai proprietari mantenere gli appartamenti artificialmente sfitti e lucrare indebitamente riducendo l’offerta per gonfiare i prezzi. Naturalmente bisognerebbe aggiungere un dettaglio significativo: in Germania, probabilmente per la maggiore mobilità sociale, il rapporto tra proprietà e affitto è speculare a quello italiano. Al vertice della piramide c’è proprio Berlino, con i suoi 85,9% di abitanti in affitto (purtroppo i dati che ho trovato sono del 2006, ma almeno io ho fatto i compiti).

Hungry like the Wulff

Oh, finalmente. Era da un po’ che tentavo di accumulare un po’ di informazioni sulle magnifiche sorti e progressive, sull’attuale deriva bananoide della Federazione per poi trovare un po’ di tempo e scriverci qualcosa. Venerdì mattina mi sono svegliato e ho giusto pensato: ok, oggi lo faccio. E cosa ti succede? Scopro che proprio venerdì i sogni proibiti di una decente maggioranza della popolazione (per ius sanguinis oppure solis, tipo me) si sono avverati.

Christian Wulff, già sosia di molti altri politici tedeschi, ha finalmente liberato il palcoscenico politico dalla sua già impercettibile presenza e dalla sua faccia da chierichetto acromegalico, a soli due anni dalle dimissioni del suo predecessore  Horst Köhler, con il quale condivide la più totale assenza di carisma e un’inesauribile scorta di frasi fatte, e più in generale quella che può essere definita una istituzionale Espressione da Pirla™, senza contare l’inquietante Sorriso da Stalker™.

L’esordio pubblico del gran casino attorno a questo mammifero insipido con la faccia del secchione che non ti fa copiare ha una data ben precisa e ricorda molto il modus operandi di politici e mafiosi del Belpaese: il 12 dicembre 2011 Wulff chiama Kai Diekmann, capoccia di Bild, la carta igienica più us il giornale più letto della Germania, abitualmente prono  a sensazionalismi e scoop da telegiornale Mediaset e più in generale prono tout court. Perché mai il Presidente della Repubblica Federale, per di più mentre si trova in visita ufficiale tra gran visir e altri dignitari degli stati del Golfo, dovrebbe darsi la briga di chiamare il direttore di un giornale? Ed ecco che arriva il momento in cui un politico dimostra di che pasta è fatto, nel suo caso pastafrolla: trova solo la segreteria telefonica e, da stratega qual è, sa che i veri uomini non si limitano a riattaccare. No: lascia un messaggio in segreteria. Come se l’idea non fosse già abbastanza stupida di suo, nel pizzino di don Christian c’è la richiesta di non pubblicare l’inchiesta sulle irregolarità nell’acquisto di un immobile da 415.000 euro tramite un credito di una mezza milionata a condizioni ridicolmente agevolate (si parla di interessi allo 0,9%, per dire quanto ridicole); tutto questo smanacciamento risale al 2008, quando il democristiano Christian — nomen omen — era ancora solo un umile presidente dello stato federale che ha dato i natali ai politici più invischiati in magagne legali nella storia della Germania postbellica, il Niedersachsen (aka Bassa Sassonia aka Volkswagenlandia) ed era ancora così imberbe e ingenuo da incontrarsi con imprenditori edili e le loro mogli prestanome (già suoi amici e testimoni di nozze) senza immaginare che fare affari con loro sfruttando il proprio ruolo politico avrebbe fatto alzare i sopraccigli destri a più di un procuratore federale. A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, diceva Andreotti; ecco come si riconosce un vero democristiano spregiudicato da uno farlocco. Nota a margine: durante un’interrogazione informale davanti al parlamento regionale di cui all’epoca era presidente, Wulff aveva respinto ogni illazione come infondata.

Vani si rivelano poi anche i tentativi di Demochristian di fare la vocina grossa con Mathias Döpfner — amministratore delegato delle edizioni Axel Springer e quindi datore di lavoro del Kai Diekmann di cui sopra — a colpi di battute a effetto come “avete varcato il Rubicone” e altre sobrie frasone da B-Movie dello stesso calibro. Né il megadirettore galattico, né il suo miglior sgherro si sentono intimiditi da questo omino che gonfia il petto per mostrare le sue mille medaglie, manco fosse il generale Žukov che porge la penna ai nazisti per firmare la resa. Conseguenza: l’intero universo editoriale dell’Impero ribadisce a ranghi serrati che non siamo in Corea del Nord, in Iran o in Italia e che la stampa non è al servizio del potere, tantomeno se sei la persona con meno potere tra tutte quelle che vorrebbero asservirla. Voglio dire, sei il Presidente della Repubblica! Da quando i presidenti della repubblica hanno un potere che vada oltre la firma delle leggi e la degustazione di specialità locali?

Il bello di essere indagati è che l’effetto palla di neve fa emergere un sacco di dettagli interessanti sulla tua vita, tipo che cercare soldi e favori a gente è un’abitudine piuttosto radicata di Herr Wulff: anche l’imprenditore Carsten Maschmeyer — famoso per essere il marito dell’attrice Veronika Ferres, famosa per essere l’amichetta tettona di Carsten Maschmeyer — ha partecipato a un gioco di do ut des in cui nel 2007 Wulff ha ricevuto 42.731,71 euro per fare pubblicità al suo libro Besser die Wahrheit. Intitolare un libro “meglio la verità” e pubblicizzarlo con i soldi di ciò che si è poi rivelato essere un gioco di scatole cinesi volto ad arricchire la CDU bassosassone aggirando le norme sui finanziamenti ai partiti direi che è un capolavoro del grottesco senza che il faccendiere senta il bisogno di spiegare come il suo volteggiare sopra Hannover gli abbia permesso di conoscere la sua attuale morosa.

Il cammino di Christian Wulff verso l’Olimpo delle Figure di Merda è anche costellato di piccoli gesti, come licenziare il proprio portavoce Olaf Glaeseker senza apparente giustificazione (nel senso che gli è stato chiesto perché e lui ancora non ha risposto) o accettare con reticenza un’intervista di 21 minuti per dare delle spiegazioni alle persone che gli pagano lo stipendio. Sì, perché il 4 gennaio, davanti a due giornalisti di punta dei due maggiori canali pubblici ARD e ZDF, il presidente ha dovuto rendere conto di questi e altri magheggi tra amici. In sintesi: l’inizio è già pessimo, con un chiaro nein in risposta all’opzione dimissioni alla faccia dell’opinione pubblica. Motivo ufficiale: la volontà di mostrare “un bilancio positivo al termine del quinquennio presidenziale.” Sul tema intimidazioni alla stampa non ha ovviamente potuto fare altro che cospargersi il capo di senape, farsi infilare due patatine nel naso e chiedere scusa alle vittime del suo bullismo da oratorio. Epic fail è invece il momento in cui la giornalista Bettina Schusten gli chiede se non trovi politicamente discutibile il passare le vacanze a casa di Amici Imprenditori™ a scrocco, visto che una cosa del genere potrebbe dare l’impressione di creare un certo conflitto di interessi. Risposta di Wulff: “lei lo fa?” Risposta della giornalista: “sì.”

Nota a margine: con le rivelazioni emerse nel corso delle indagini, la domanda si sarebbe potuta ampliare; non solo vacanze a scrocco a casa di Amici Imprenditori™, ma anche room-upgrade per le vacanze in hotel a spese di Amici Imprenditori™, o voli pagati daAmici Imprenditori™, o festeggiare la propria elezione a presidente in un party organizzato da indovinate chi, o acquistare una Audi Q3 con contratto VIP-Leasing a condizioni ridicole grazie all’intercessione di indovinate chi e attraverso la stessa moglie-prestanome che già in precedenza aveva ricevuto abbigliamento e accessori di lusso aggratis da case di moda.

Insomma, siamo alle solite, la domanda che scatta automatica è la classica “cosa sarebbe successo in Italia?” e basta vedere i vari affaire Scajola e simili per rendersene conto. E trovo poco consolatorio l’atteggiamento di un po’ della stampa italiota, il cercare il mal comune che ci permetta di avere quel mezzo gaudio qualunquista, quel così fan tutti che ci fa sentire meglio e meno diversi. Senza dubbio il caso Wulff conferma che così fan molti e che è difficile resistere alla tentazione quando si presenta l’occasione di un piccolo tornaconto con la quasi-certezza di farla franca. Immagino che sia una tendenza umana, ma anche a questo serve che le istituzioni ci siano e che funzionino nel miglior modo possibile, e solo nei paesi anomali si cerca di relativizzare tutto e di spostare il baricentro della responsabilità dai controllati ai controllori credendo di fare un favore. Nei paesi normali, fosse anche solo per convenienza politica (vedere alla voce elezioni politiche 2013 in Germania), i rappresentanti prima o poi sanno qual è la cosa tecnicamente giusta da fare per non abbassare gli standard di qualità di chi deve mantenere in funzione uno stato.