and then iran away

PRD Speciale Iran – Giorno 6: Abyaneh, Natanz, Esfahan

16 marzo | 26 esfand

Kāshān-Ābyāneh +86 km; Ābyāneh-Esfahān +168 km

Nella migliore tradizione iraniana, ci muoviamo per raggiungere Ābyāneh ed Esfahān seguendo la rotta meno intelligente: deserto > Kāshān > Ābyāneh > Esfahān. Qualcuno dovrebbe regalare a ogni iraniano un enorme rasoio di Ockham. Il lato positivo è che a Kāshān cambiamo autista, occasione d’oro per farci raccontare da Mareike com’è andata la serata con Babak il Cialtrone.

Oggesù.

Mareike conferma che il tanghero si è effettivamente approfittato di lei, ma non nel senso più allarmante del termine: non volendo lasciarsi sfuggire un’occasione unica (una donna occidentale da trattare come Siri), il Cialtrone ha colto la palla al balzo e l’ha tempestata di domande sulla fisiologia umana per recuperare in un’unica serata anni e anni di assoluta mancanza di educazione sessuale, tematica che per ovvi motivi non fa parte del curriculum scolastico iraniano, e che per gli stessi motivi non fa parte di quello italiano.

Con il nuovo autista, un omino mite di mezza età con la classica acconciatura da casellante, attraversiamo le solite aree desertiche che separano città e paesi e ci arrampichiamo a passo di Saipa 132 lungo le strade che portano ad Ābyāneh, un villaggio dove pare che l’architettura e gli abiti siano rimasti quelli tradizionali; la classica frase da prendere con le pinze in qualsiasi angolo del mondo ci si trovi, perché troppo spesso si traduce – mutatis mutandis – in una vecchietta di Kabul emigrata ad Ābyāneh infilata in una riproduzione in poliestere degli abiti locali, un ignobile tarocco cucito in un quartiere dormitorio di Shanghai e indossato per sollazzare la voglia di esotismo dei classici turisti eat-pray-love.

Il villaggio è innegabilmente antico, visto che risale all’epoca sassanide: per darne un’idea cronologica in termini europei, è quel mezzo millennio in cui i Sassanidi regnano la Persia sorseggiando caipirinha a Ctesifonte mentre l’Impero Romano subisce una doppia penetrazione non consensuale da parte di due muscolosi idraulici noti come Cristianesimo e Invasioni Barbariche.

In tema di vestiario, invece, i problemi sembrano essere più pressanti del semplice dubbio sull’autenticità dei costumi e riguarda noi. A dispetto degli anziani che ne piangono la dipartita, il compromesso ideale per un viaggio primaverile con un peso confortevole sulle spalle sono esattamente gli abiti di mezza stagione: stare caldini senza sudare e ventilati senza liofilizzarsi, essere impermeabili senza creare microclimi equatoriali nei piedi ed evitare il peso superfluo di abiti monostagionali poco versatili.

Ora, il problema principale è che parlare di “primavera in Iran” è come parlare di “Natale nel mondo”: mentre sei lì a bere vin brulé con addosso una sciarpa di alpaca, a Sydney un surfista in bermuda sta grigliando mazzancolle sulla spiaggia.

Noi, sapendo di dover attraversare un paese così climaticamente poliedrico, abbiamo ovviamente dovuto optare per un compromesso in grado di minimizzare i disguidi termici senza richiedere bauli trascinati da schiavi, ma Ābyāneh si trova comunque a 2500 metri di altitudine. Ci siamo cipollati come non ci fosse un domani dando fondo a tutto il guardaroba, ma inerpicarsi sulle pendici di una montagna che sovrasta due valli spoglie è come fare jogging nella galleria del vento. Se è vero che l’aria di montagna è una festa per l’apparato circolatorio, immagino che i miei eritrociti stessero cantando Filho Maravilha facendo il trenino tra le arterie.

Finito il giro del villaggio siamo tornati dal nostro casellante di fiducia, siamo riscesi a valle e abbiamo attraversato il resto della provincia di Natanz, sede dell’omonimo capoluogo e a sua volta sede dell’omonimo impianto di arricchimento dell’uranio, struttura ora convertita a uso civile ma pur sempre sotto l’autorità militare, come dimostrato dalla segnaletica che già chilometri prima scoraggia dal fare foto – anche da dentro un veicolo –  e come ribadito dal dito del nostro autista in direzione del cartello a forma di fucile. La città di Natanz, a differenza dell’estetica letteralmente postatomica della propria periferia desertica, ospita una moschea costruita durante l’epoca buyide e saccheggiata durante l’epoca in cui gli imperi russo e britannico hanno trattato l’Iran come i Casalesi trattano le giunte comunali nel Casertano.

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Ovviamente, giusto per non farci dimenticare che ogni dettaglio dell’escursione porta il marchio di Hossein l’Infame, l’ingresso alla moschea NON è incluso nell’all-inclusive. Telefoniamo di nuovo al Gran Visir dei Paraculi, che ovviamente sostiene di averci espressamente detto che i biglietti NON sono extra. Immagino lo abbia accennato quando a Kāshān ha promesso a me e alla Teutone uno sconto sulla gita, ovviamente a patto di non rivelare questa informazione top secret a Mareike. O forse l’ha accennato quando a Kāshān ha promesso a Mareike uno sconto sulla gita, ovviamente a patto di non rivelare questa informazione top secret a noi.

Interessante, perché tra le tante cose interessanti che Mareike NON ci ha assolutamente rivelato durante la visita è che il custode della moschea (in spudorata combutta telefonica con il Paraculo) le ha ridato indietro i soldi dell’ingresso, ovviamente a patto di non rivelare questa informazione top secret a noi. Un particolare che all’uscita dalla moschea sono fermamente intenzionato a rinfacciare senza ritegno quando – colpo di scena! – il custode mi chiama nel suo ufficio e mi propone un do-ut-des: lui mi ridà i soldi e in cambio mi chiede la mail per potermi contattare e farsi pagare in natura con le foto che ho fatto alla moschea, foto che lui vorrebbe usare per del materiale turistico. A tutt’oggi attendo sue notizie.

Ripartiamo e ci fiondiamo verso Esfahān, capolinea di questa gita un po’ fuori porta e un po’ fuorilegge. L’autista ci lascia davanti all’ostello che ci hanno consigliato, anche se Mareike non sarà dei nostri perché ha trovato un posto per couchsurfare. Prima che le nostre strade si dividano, eccoci alla resa dei conti, nel vero senso del termine: telefono al Gran Mufti dei Deprecabili, entro in modalità PFP (Pensionato in Fila alle Poste) e gliela meno tantissimo col fatto che la realtà dei fatti non ha corrisposto alla sua descrizione e che i biglietti che abbiamo dovuto pagare extra glieli scaliamo in automatico dalla sua tariffa, tanto più che ce l’aveva pure menata con quanto lui fosse fair e professional rispetto alla concorrenza. Il risultato è che io, con lo stesso atteggiamento fair e professional della Corte dei Conti Europea verso Yanis Varoufakis, faccio sì che ognuno di noi tre si porti a casa lo sconto scontato. Ué pirletti, ma cosa ti credevi?

PRD Speciale Iran – Giorno 5: Dasht-e Kavir

15 marzo | 25 esfand

Ultima colazione alla Sadeghi House prima di lasciare Kāshān: nel corso dei nostri vagabondaggi eravamo incappati in Hamid, organizzatore di tour menzionato – come lui stesso ci aveva tenuto a sottolineare – “a pagina ottantordici della Lonely Planet” dove si legge anche del suo excellent English, dettaglio non da poco in un paese dove il livello medio di competenze linguistica sfiora l’habitat naturale dei mostri degli abissi. È uno dei tanti sfortunati danni collaterali causati dalla Rivoluzione Islamica nell’impeto della propria battaglia contro l’ancien régime dello Shah e dei suoi mandanti. La vittoria nella lotta escatologica contro Shaytan-e Bozorg (il “Grande Satana” di turno, in questo caso la ‘Murica) pare passi anche dalle purghe linguistiche, come altri precedenti storici ci insegnano: Sankt-Peterburg che durante la Prima Guerra Mondiale diventa Petrograd per non suonare troppo prussiana, o la casata von Sachsen-Coburg und Gotha che nello stesso periodo e per lo stesso motivo si trasforma magicamente in Windsor per non causare un WTF di massa ai sudditi del Commonwealth.

A ogni modo, Hamid propone un tour di due giorni a 55 euro che include una visita alle colline di Sialk, alla città sotterranea di Nushābād, al giardino di Fin, all’Holy Shrine of Hilal ibn Ali (o anche Emamzadeh Mohammad Al-Awsat), per poi passare dal Dasht-e Kavir (il bassopiano desertico noto come Bassopiano Desertico) e dal Daryacheh-ye Namak (ex-lago salato noto come Lago Salato), pernottare in un caravanserraglio in mezzo alle dune, ripartire il giorno dopo alla volta di Ābyāneh, villaggio rossiccio di tutto abbarbicato sulle montagne, e finire in bellezza arrivando a Esfahān, che avevamo già messo in lista come tappa successiva.

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A partire da Kāshān non siamo solo noi, perché Hamid ha colto l’occasione per pompare il livello di teutonaggine in macchina affiancandoci Mareike, giovane studentessa di medicina in viaggio attraverso l’Iran alla solitaria ricerca di frammenti del proprio cuore spezzato. Dopo le colline di Sialk facciamo un letterale salto nel buio visitando Nushābād, un reticolo di cunicoli sotterranei scavati illo tempore per proteggersi dagli incursori di turno (la storia della Persia ci insegna che “di turno” significa essenzialmente “ogni martedì pomeriggio”), dopodiché facciamo un giro per il Baq-e Fin, giardino di corte dell’epoca qajara ora sotto tutela Unesco. La due giorni all-inclusive non sembra essere così inclusive come ci ha detto Hamid l’Infame, ma con aplomb teutonico decidiamo di goderci la gita e di dedurre semplicemente i biglietti d’ingresso dai 55 euro e via.

Dopo il giardino ci dirigiamo all’Holy Shrine of Hilal ibn Ali Serbelloni Mazzanti Viendalmare ma già mentalmente proiettati verso il deserto e il caravanserraglio. Ovviamente uno si immagina scene avventurose in cui sfreccia tra le sabbie modellate dal vento in groppa a un gippone massiccio e ciccioso che si impone impavido su ogni duna, ma sfortunatamente l’estetica da Mad Max è leggermente disattesa dal fatto che l’unica cosa associabile a una Duna è la macchina con cui sfidiamo “le sabbie modellate dal vento”: la solita Saipa 131, berlinetta che dubito sia mai entrata in lizza tra i possibili veicoli d’assalto di Imperator Furiosa ma non per questo lanciata a minore velocità sulla carretera sabbiosa del Kavir al ritmo di Enrique Iglesias e altra paccottiglia pop-dance iraniana tipo questa.

Prima tappa, il deserto:

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La seconda, il lago salato.

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Tappa finale, il caravanserraglio di Maranjab.

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Dopo aver mollato lo zainone nel cubo che sarà la nostra stanza per la notte, ci ritroviamo su una collinetta davanti al serraglio di fronte a questo tramonto

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e chiacchierare con i due ragazzi/autisti/guide. Ali, studente di giurisprudenza e futuro criminologo, ci mostra con orgoglio il libro che è riuscito ad avere tramite amici degli amici (fa sempre un certo effetto sentire parlare di un libro come di una droga pesante reperibile solo sul mercato nero e che ti mette in un sacco di guai se gli sbirri te la sgamano). È anche la prima volta che sento usare afghano in un contesto che non sottintenda guerriglia, integralismo religioso o narcotraffico: “Parli come un afghano” è difficilmente annoverabile tra i dieci complimenti che non vedi l’ora di sentire, ma garantisco che è stato inteso nel senso positivo di “parli scandendo le parole come gli afghani invece di mangiartele come facciamo noi iraniani: per esempio ‘io non posso’ lo pronunci man nemitavānam invece di man nemitunam.” “Ah, quindi mi stai dicendo che in pratica non parlo fārsi ma dari? Buono a sapersi, stavo giusto pensando di fare una vacanza a Kabul.” [attimo di silenzio – occhi sgranati – pausa di riflessione – realizzazione – risata]

Ritorniamo al serraglio per la cena mentre gli autisti-guide dei due gruppi – oltre a noi tre c’è una coppia di pediatri di Hong Kong – fanno la conta per decidere chi rimane nel deserto e chi torna a Kāshān. Decisione non facile, anche perché oggi è Chahārshanbeh Suri, l’ultimo chahārshanbeh (mercoledì) prima del Noruz in cui le antiche usanze pagane impongono di saltare sopra i falò e dare in escandescenze per scrollarsi di dosso la sfiga accumulata prima che inizi il nuovo anno. Non sono un esperto di storia delle antiche religioni dell’Asia Centrale – come immagino si fosse già intuito dalla mia riduttiva descrizione dell’eterna lotta tra gli ahura e i daeva come “scrollarsi di dosso la sfiga accumulata” – ma la presenza del fuoco è un chiaro indizio delle origini zoroastriane di questo rituale, alla faccia di Maometto e di tutti gli ayatollah.

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Due grandi colpi di scena ci attendono: la “cena” si rivela essere kuku sabzi, una semplice patacca di verdure fritte da mangiare col pane; e delle guide chi rimane? Forse Ali, lo studente colto che parla bene inglese e legge libri proibiti? Ovviamente no: Babak, il cialtrone che si sforza in tutti i modi di fare il brillante ed è tutto il giorno che le prova tutte per appoliparsi a Mareike (invano). Il modo stesso in cui scopriamo l’infausta novella riflette il suo carattere sgradevolmente mellifluo: noi tre siamo lì bel belli a chiacchierare allegramente nella stanza quando la porticina si apre e una ventata di metaforico gelo polare causa l’immediata interruzione del dialogo e semina il disagio tra gli astanti ormai consapevoli del peggio. Il resto della serata si riduce fondamentalmente a un loop della stessa sequenza: Mareike che parla con noi e Babak che ci pedina, prima inserendosi a caso nel discorso con commenti spassosissimi (invano) e poi tentando di creare un diversivo per liberarsi di noi due bodyguard improvvisati e restare solo con lei, obiettivo efficacemente nascosto tra le righe di frasi come “la gente viene qui nel deserto perché non c’è polizia, non ci sono regole, perché ognuno può sentirsi libero di [pausa teatrale, occhiata da fotoromanzo] fare ciò che vuole.” Se avesse girato per il cortile urlando “viva la figa!” sarebbe stato meno imbarazzante.

La melodrammatica sparata sulla libertà è una frase che normalmente potrei anche condividere, specie se penso agli iraniani che non possono nemmeno girare in bermuda, tenersi per mano, comprarsi un decoder o togliersi lo sfizio di mandare a cagare Khamenei sulla pubblica piazza con una scenata alla Pasquale Ametrano, ma pronunciata in quel contesto sembra più una descrizione geopolitica della Somalia. Senza contare che ho una certa circospezione attorno a persone che assaggiano per la prima volta la libertà dopo esserne stati digiuni per una vita. In sostanza è come il giorno in cui i fratboy in un college americano compiono ventun anni: non è che la sera festeggiano sorseggiando elegantemente un Brunello.

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A ogni modo, i salti sul fuoco (le piro-ette? Ahahah) per il Chahārshanbeh Suri si rivelano meno esaltanti delle aspettative, così dopo un po’ io e la Teutone decidiamo di ritornare nel cubicolo, non prima di avere cercato di rintracciare Mareike (invano), che alla fine rientrerà più tardi con un’enorme ventosa umana attaccata alle proprie gonadi virtuali.

PRD Speciale Iran – Giorno 5: Kashan

14 marzo | 24 esfand

Esploriamo l’area attorno alle case storiche e continuiamo il vagabondaggio attraverso i vicoletti della città fino a raggiungere l’area del bazar, che è sorprendentemente e inspiegabilmente vuoto. Ah, giusto, è il primo pomeriggio: pausa pranzo.

Dopo l’esperienza nel gigabazar di Tehran, l’idea di non essere immersi in una folla chiassosa, stile Daenerys alle porte di Yunkai, ha un effetto indescrivibilmente distensivo. Vaghiamo e ci perdiamo per i vicoli del bazar fino a ritrovarci in un passaggio cieco che si interrompe a ridosso di un cortile dove non c’è niente a parte una tessitura di tappeti. Sul limitare del passaggio c’è un barettino minuscolo e ciccioso gestito da un omino maiuscolo e molto ciccioso che ricorda un surreale ibrido genetico tra Gimli, Mangiafuoco e Ron Jeremy e che fa un tè buonissimo.

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Ci sediamo all’aperto su questo tavolo vista cortile e io entro nel caffè – anche se forse sarebbe più corretto definirla una teieria – per ordinare e farmi spiegare che tè sia. Come se un tè verde con cannella e fiori d’arancia non fosse già abbastanza buono di suo, sul vassoio ci sono biscotti e ben quattro tipi di zucchero. Barbabietola e canna valgono la pena di essere ignorati per puntare alla ciotolina di nābād (cristalli di zucchero allo zafferano), goduria pareggiata dalle zollette di zucchero al cardamomo dell’altra ciotolina. Foodgasm over 9000.

Poco dopo facciamo amicizia con una coppia di belgi francofoni che da un anno insegnano francese nel Kurdistan turco (che immagino sia un lavoro indispensabile quanto il tronista o lo youtuber) e cominciamo a scambiare le classiche quattro chiacchiere sui rispettivi itinerari di viaggio. La coppia se ne va poco dopo per proseguire la visita di Kashan, noi restiamo un po’ a chiacchierare con la cameriera che nel frattempo ha sostituito il capo al timone del bollitore. Seguono le inevitabili foto e poi si continua lungo il bazar alla ricerca di un ristorante che ci è stato consigliato dai belgi: un ex-hammam convertito in ristorante che troviamo e dove ci infiliamo al volo (menù: spiedini di fegato spruzzati di cannella per Eva e abgusht per me, oltre al solito duq).

All’uscita dal ristorante, il bazar è tornato a essere un bazar e noi torniamo a essere sperduti in una bolgia dantesca dalla quale è impossibile uscire. Approfitto del transito attraverso i girono infernali per cercare di nuovo – e finalmente trovare! – dei pantaloni di ricambio. Da Berlino ero partito di proposito con un solo paio e l’obiettivo di potenziare la dotazione con merce locale comoda ed economica. Il fatto che i miei pantaloni abbiano voluto vendicarsi di questo diabolico piano facendomi una scenata in cui si strappano all’altezza del cavallo e rendendosi così inutilizzabili ha solo fatto sì che, presentatasi finalmente l’occasione, ho cominciato a mercanteggiare come un vero bāzāri per avere uno sconto. Missione compiuta: dopo lunghe trattative riduco il prezzo da 280.000 a 260.000 rial. Sembra un supersconto, ma a conti fatti ho semplicemente portato a casa due pantaloni a 7 euro invece che a 7,50.

[Un altro piccolo excursus, visto che si parla di soldi: ufficialmente la valuta iraniana è il rial ma, per ragioni insondabili, in Iran nessun prezzo è mai espresso in rial, bensì in toman. Per dire quanto la cosa sia radicata, non sono solo i venditori a esprimersi in toman, ma persino i display delle pompe di benzina. In pratica funziona così: se al bazar vedi un paio di pantaloni e chiedi il prezzo, il venditore ti dirà quattordici, che sottintende -mila, che a sua volta sottintende toman. A questo punto moltiplichi per dieci, aggiungi le migliaia e ottieni finalmente l’unico valore che abbia senso pratico, quello che ti serve per tirare fuori le banconote giuste, espresse in tagli da mille a un milione di rial. Ora, è palesemente un metodo da schizofrenici e nessun iraniano è stato in grado di fornirmi spiegazioni esaurienti per questa arcana consuetudine, né di illustrarmi la logica o i vantaggi di scrivere i prezzi senza uno zero e omettere le migliaia per indicarne il valore equivalente in una valuta abolita nel 1932, decuplicare l’importo ottenuto e reinserire tre zeri per riconvertirlo nella divisa attualmente in uso in modo tale da non fare confusione con le banconote.]

PRD Speciale Iran – Giorno 4: Kashan

13 marzo | 23 esfand

+244 km

Stamattina a colazione la tavola era di nuovo imbandita e io, ingenuamente, ho commesso il grave errore di assaggiare una marmellata di cotogne rigorosamente fatta in casa e dire “mmm, troppo buona” in fārsi invece di limitarmi a pensarlo. Risultato: a un certo punto la madre di Mehrzad sbuca fuori dal nulla come un ninja e mi molla in mano un barattolo da un chilo di quella roba. Ovviamente è risaputo che lo zaino di un viaggiatore è sempre piuttosto pieno e l’ultima cosa che serve sono peso e ingombro aggiuntivi; l’istinto suggerisce di rifiutare, ma è anche risaputo che per gli iraniani la tua opinione non sembra contare nemmeno quando te la chiedono, figurarsi quando non si prendono nemmeno la briga di domandare retoricamente.

Prendiamo la metro per il Terminal-e Jonub, la stazione sud da cui partono i bus che collegano Tehran con ogni possibile città del paese. La vendita dei biglietti funziona grosso modo così: all’ingresso dell’enorme area parcheggio vagano omini di varia età, stazza e grado di irsutismo che ti urlano in faccia nomi di città e tu cerchi di fare lo slalom tra il grassone sudato che sbraita Qom! Qom! Qom! e il ragazzino che grida Mashhad! Mashhad! Mashhad! Per prevenire eventuali attaccamenti di bottone – il solito where are you from? – decido di passare al contrattacco strillando io belit dārim! Belit dārim! Belit dārim! (“abbiamo il biglietto!”) in faccia a loro, escamotage che miracolosamente funziona.

La coda nella biglietteria del terminal è come tutte le altre code ital iraniane: non è una fila, è un blob informe. Ciononostante riusciamo a prendere il biglietto che in realtà ancora non avevamo e a salire sul bus delle 12:20 per Kāshān! Kāshān! Kāshān!

Scendiamo dal bus nel primo pomeriggio e veniamo assaliti da un’orda di tassisti abusivi ansiosi di banchettare sulla carne fresca appena arrivata. Il vecchio Mahmudi, un metro e cinquanta per un metro e cinquanta, mi piazza subito in mano il telefono e mi dice di parlare con suo figlio mentre ci accompagna a un hotel. Il figlio del tassista è una guida turistica (come le altre millemila guide turistiche figlie degli altri millemila tassisti che abbiamo incontrato), offre tour guidati della zona e chiede non se, ma a che ora vogliamo partire per un’escursione. La risposta è il classico we’ll think about it and let you know, che tradotto significa “intanto mi guardo in giro e vedo se c’è qualcun altro che offre gli stessi tour a minor prezzo, poi al massimo ne riparliamo.” Al vecchio Mahmudi va comunque il merito di averci portato in un posto strafigo: un edificio storico dalla struttura a corte tipica delle case delle famiglie di mercanti (simile a questo), e la stanza è una camera da quattro persone da occupare in due. Il boss è un certo Mansur, un maneggione di prima categoria tagliatissimo per fare quel mestiere e che la sera, dopo essere tornati da un primo giro di perlustrazione urbana e mentre siamo lì bel belli a bere il tè, ci fa segno di seguirlo per una scalinata così ripida che sembra uscita dalla scenografia di un film espressionista e che porta fino al camminamento tutto attorno al tetto dell’edificio, dal quale ci mostra alcune delle case storiche per cui Kāshān è famosa (AbbāsiĀmeri, Borujerdi, Tabātabāi nonché l’Hammām-e Sultān Amir Ahmad), i cui cortili sono immediatamente adiacenti. Una veduta di tutto rispetto.

PS: la versione originale della mappa è questa.

PRD Speciale Iran – Giorno 3: ultimo giorno a Tehran

12 marzo| 22 esfand

La giornata prevede un programma intenso e inizia con me e la Teutone che prendiamo la metro a incontrarci con i Fidanzati e un’omonima amica di lei. La prima destinazione è Sa’dābād, residenza estiva dello shah trasformata in un aggregato di musei dopo la brusca fine della monarchia. Il complesso, costruito nel XIX secolo direttamente in prossimità delle montagne a nord della città, è stato ampliato durante il regno degli ultimi Pahlavi fino a coprire un’area di dimensioni paraculissime, presumibilmente per far capire chi comandasse ai tempi di Mohammad Rezā Shah (la CIA).

Uno degli edifici è diventato un museo che raccoglie abiti tipici delle varie etnie presenti in Iran, oltre ad avere un’intera ala dedicata alle sobrie uniformi di Mohammad Rezā, tempestate di medagliette a un non meglio precisato valore, ai frugali abiti indiamantati della fashion blogger Farah Dibā e al resto del guardaroba familiare; quello stile pomposo tipico dei regnanti che si fanno spedire le linguine all’astice col jet privato mentre il popolo mangia brioche e qualche anno dopo si chiedono come mai lo stesso popolo, invece di apprezzare il loro glamour, si fa aizzare dal primo che passa e li insegue coi forconi.

Dopo la visita ai musei della residenza abbiamo proseguito la risalita delle pendici del Darband, che da un certo punto in poi è accessibile solo a piedi; le viuzze sono così strette che l’unico modo per rifornire i ristorantini incastonati sul sentiero è a dorso d’asino. A ridosso di una parete della montagna ci siamo seduti in quello che con un po’ di fantasia si potrebbe definire “il dehors del ristorante”, una serie di cabine a un mezzo metro da terra dotate di tappeto (tenete presente che in Iran il pavimento è anche sala da pranzo, oltre che materasso) e ci siamo goduti un altro giro di cibo iraniano: un kabāb, lo spiedone di carne nonché altro grande classico della cucina persiana, protetto dall’onnipresente montagnetta di polō e ovviamente affiancato dall’irrinunciabile duq, e a ‘sto giro pure con un assaggio di yogurt allo scalogno (che detto così sembra uno di quegli abomini culinari che concepirebbe Carlo Cracco in botta da speed, ma che invece è buonissimo). Come tocco finale postprandiale, giro di narghilè con graduale retrocessione dell’hijab fino alla completa caduta. Perché quando sei abbastanza lontano dal Grande Fratello, un virtuale dito medio al Supremo Leader ci sta tutto.

Al ritorno dal Darband siamo stati ri-ospitati in famiglia, stavolta nell’altrettanto barocca casa di Mehrzad, edificio costruito in gran pompa e con attenzione al dettaglio e alla qualità dei materiali, dettaglio che è giusto accennare in quanto estremamente raro.

Inutile dire che sarebbe stato impossibile ritrovarsi semplicemente a chiacchierare con la famiglia fino all’ora di cena: se per più di cinque minuti non hai ingerito solidi e/o liquidi, un familiare a rotazione verrà come minimo a chiederti retoricamente se hai fame e/o sete, ignorando la tua risposta e portando comunque tè. E “tè” non significa mai solo una tazza di tè, ma sottintende un vassoio di biscotti, un vassoio di biscotti e un vassoio di biscotti, più una cascata di cioccolatini, un cumulo di frutta secca e un desco di frutta fresca (che in Iran comprende anche i cetrioli). Sia mai che arrivi affamato alla cena che avrà luogo un’ora più tardi. Per la suddetta cena a base di qormeh sabzi è stato invitato tutto il condominio: il fratello che vive coi genitori, l’altro fratello che vive al quinto piano con moglie e figlio e il vicino del quarto piano con progenie al seguito.

Una serata non può però dirsi completa se non ci sono almeno un paio di foto con lo straniero, in questo caso un bello slideshow con lo smartphone, uno col tablet e addirittura una mezza dozzina di polaroid; una manciata di jpeg che finiranno in qualche album dei ricordi o più probabilmente su Facebook.

Per dare un’idea di quanto gli iraniani accolgano degli sconosciuti dal Medio Occidente con un misto di sguardi perplessi ed euforia da belieber, basti pensare che più di una mamma ha obbligato i propri figli a fare selfie con noi o ha chiesto a noi di scattare una foto AI loro figli, da portarci a casa come ricordo dell’Iran. Dal conteggio sono esclusi i passanti che ti fermano per strada, ti dicono “welcome to Iran” e proseguono per i fatti loro, e i bambini che già a dieci metri di distanza si bisbigliano nell’orecchio per decidere chi sarà il coraggioso a cui toccherà dire “hello, how are you?” prima di passarti di fianco sogghignando.

PRD Speciale Iran – Giorno 2: Tehran

11 marzo | 21 esfand

L’appuntamento con Azadeh & Mehrzad e sorellame assortito è per l’una. La colazione all’hotel è possibile fino alle 10, ma la letale combinazione di leggero jet lag, stanchezza arretrata e generico sbattimento ci fa svegliare troppo tardi e ci costringe ad accontentarci dell’onnipresente tè prima di buttarci – per la prima volta da soli – sulle strade della metropoli. Ci avviamo a piedi lungo il vialone Ferdosi verso Piazza Khomeini e tentiamo di mettere in pratica gli insegnamenti di A&M sulle tecniche per attraversare incolumi la strada (il fatto stesso che lo stia scrivendo certifica che hanno funzionato, altrimenti adesso starei dettando queste parole a battiti di ciglia). Da Piazza Khomeini proseguiamo verso viale Nader Khosrow accodandoci allo struscio finesettimanale che sfocia nella via Pānzdah-e Khordad passando per negozietti e baracchini di street food. Il telefono vibra: Mehrzad mi scrive che lui e Azadeh sono stati reclamati a gran voce da amici che non li vedono da più di un anno, per cui il nostro incontro deve soccombere a un mix di ragion di stato e comprensibile nostalgia. Decidiamo così di tirare avanti col nostro piano e di esplorare la zona attorno al bazar e finiamo DENTRO il bazar.

Il bazar di Tehran è l’esemplificazione grafica per eccellenza del motivo per cui usiamo il termine “bazar” come sinonimo di “labirinto caotico di strade e persone”. Sono sicuro che siamo riusciti a vederne sì e no due terzi, e di certo non abbiamo mai trovato il passaggio che conducesse alla moschea che avrebbe dovuto trovarsi all’interno. Un ulteriore dettaglio da accennare è che l’Iran è un paese non ancora classificabile come meta turistica, particolare importante per demistificare l’aura esotica che circonda termini come “bazar” e ci fa immaginare prodotti arrivati direttamente con la macchina del tempo da lande misteriose ed epoche passate: la metà dei negozi vende vestiti fin troppo occidentali ma di fabbricazione fin troppo orientale, eufemismo per “orrende cinesate da due lire e dal gusto orripilante”, paccottiglia probabilmente cucita in un seminterrato male illuminato e arrivata lì seguendo percorsi meno romantici della Via della Seta, probabilmente un container Pechino-Bandar Abbas. Le uniche bancarelle che vale la pena fotografare sono quelle dei venditori di spezie, di frutta essiccata e le macellerie. Il resto, persino le vetrine dei gioiellieri, sono un accecante tripudio di kitsch che normalmente assoceremmo alla sala ricevimenti del Re Sole.

[Piccolo excursus sull’estetica della ricchezza: è difficile dire come faccia a piacere roba così baroccamente stucchevole, ma credo di avere una teoria. Un po’ ovunque nel mondo e nella storia la povertà è stata vissuta come una punizione, una condizione da paria da cui – comprensibilmente – volersi affrancare. Questa condizione ha creato tutte le menate attorno al concetto di status, all’idea del benessere non come mezzo, ma come fine, come trofeo da esibire, un diploma con su scritto “ce l’ho fatta” da appendere al muro. E come mostrare al meglio la transizione da indigente ad abbiente? Con prove tangibili; con La Roba, tanto per scomodare Verga. Essenzialmente il tutto si è ridotto alla patetica maratona in cui i parvenu, poracci che hanno trovato i mezzi per colmare il gap economico ma privi di idee originali, si riducono a emulare lo stile del ricco rincorrendone l’estetica. Specularmente, e soprattutto con l’ascesa della colta borghesia industriale, il ricco ha continuamente tentato di distanziarsi da questo patetico scimmiottamento invertendo il più radicalmente possibile la rotta alla ricerca di un’estetica diametralmente opposta: se per marcare la distinzione con l’arredo scarno e l’oggettistica essenziale di una casa comune punti al superfluo e all’appariscente, nel momento in cui vedi il pessimo gusto di chi ostenta il proprio comodino rococò in truciolato a fianco di una colonna dorica in gesso con sopra un busto di Beethoven al centro del salotto di un trilocale di Caronno Pertusella, la direzione da seguire è inevitabilmente prendere le distanze dallo stile “non è oro ma luccica” e sottolineare quanto minimaliste siano le linee del tuo arredamento. In sostanza: quando il contadino non aveva niente, il ricco metteva putti dorati anche sulla tazza del cesso; quando l’arricchito ha cominciato a mettere i putti dorati sulla tazza del cesso, il ricco si è trincerato dietro il minimalismo scandinavo dei propri mobili postindustriali shabby chic.]

Finito il giro per il bazar risbuchiamo fuori, sorprendentemente senza nemmeno aver incontrato il Minotauro.

È venerdì – corrispettivo islamico della nostra domenica – e manca poco più di una settimana all’inizio del Noruz, un rave bisettimanale noto banalmente anche come capodanno persiano. La Pānzdah-e Khordad, già di suo un vialone da struscio domenicale, si è trasformata nell’equivalente pedonale delle code all’uscita di Borgo Panigale durante il ponte di Ferragosto. E in questi casi l’unica mossa sensata è una partenza intelligente verso la metro, direzione hotel. Il resto della giornata (e serata) è fondamentalmente riassumibile in uno stato vegetativo e nell’improvvisa perdita di conoscenza fino al mattino successivo.

PRD Speciale Iran – Giorno 1: Tehran

10 marzo 2016 | 20 esfand 1394

Ore dopo aver matrixianamente optato per la pillola rossa, il mal di testa sembra aver finalmente deciso di arrendersi al magico potere dell’ibuprofene. Non so esattamente come mai quell’emicrania mi fosse venuta, ma di certo l’aeroporto di Atene sembra essere stato progettato apposta per vendicarsi di un torto che non gli ho mai fatto: illuminato fin troppo bene da neon che tentano di fulminarmi i neuroni e irrorato da un’insopportabile musichetta da ascensore che incoraggia la lobotomia. Forse è per quello che le farmacie vendono l’ibuprofene in enormi confettoni rossi trasparenti.

L’ospitalità per cui i persiani sono menzionati in resoconti di viaggio del presente e del passato ci ha letteralmente aggredito nel cuore della notte, prima ancora di toccare suolo asiatico: poco prima di atterrare abbiamo conosciuto un trio di studenti iraniani di ritorno dalla loro patria d’adozione – l’Austria – nella loro patria vera e propria e che si sono subito offerti di aiutarci. La persianità di Azadeh, Parvaneh e Mehrzad ci ha salvato: in primis ci ha risparmiato le interminabili lungaggini burocratiche nelle quali avevamo già messo in conto di finire con l’omino dei visti, impantanati per ore tra ufficiali di polizia che non vedono l’ora di trovare un pretesto per uscire dall’irritante tedio del turno di notte sventolandoci in faccia i gradi sulla divisa, equivalente militare delle impennate col Fifty smarmittato davanti alla scuola media. E in secundis ha fortunatemente sventato i nostri piani di bighellonaggio notturno per l’aeroporto, idea non brillante con cui avevamo pensato di ammazzare il tempo fino alle prime luci dell’alba in attesa di avviarci verso l’hotel, comodamente raggiungibile dall’aeroporto via astronave o telecinesi.

La nostra trinità di salvatori ha fatto sì che nel giro di mezz’ora entrambi i passaporti fossero belli e timbrati e che avessimo non solo un mezzo per raggiungere immediatamente il centro città, ma addirittura un giaciglio per la notte. A nulla sono valsi i tentativi di declinare timidamente la proposta: all’uscita dal gate c’erano le due famiglie, venute all’aeroporto pensando di doversi limitare a riabbracciare la rispettiva progenie (tanto per chiarire sinteticamente i rapporti di parentela: Azadeh è sorella di Parvaneh e fidanzata di Mehrzad) e ritrovatesi invece a caricare due disperati su un’auto decisamente troppo piccola. Come impareremo nel corso delle future quattro settimane, in Iran si ricevono offerte che, corleonianamente, non si possono rifiutare.

Nella prima auto ci sono i genitori di Azadeh e Parvaneh con la terza sorella, mentre la seconda auto (la MVM 315 del fratello di Mehrzad) ci dà un assaggio immediato dell’arte iraniana di sopravvivere a ogni situazione di guida: il poderoso ed evidentemente indistruttibile bolide sembra reggere me e la Teutone seduti dietro con Mehrzad e il mio zainone, mentre il fratello ha l’aplomb di chi sembra abituato a guidare à l’iranienne con il padre e la madre incastrati a mo’ di Tetris sul sedile anteriore, senza contare il bagagliaio riempito fino all’orlo con lo zainone della Teutone e il gigatrolley da millantacinque libbre di Mehrzad. La 315 ha sicuramente tirato un sospiro di sollievo quando è riuscita a smollare i due stranieri davanti a casa dell’altra famiglia.

Eterna fantozziana genuflessione per una famiglia che si è fisicamente fatta in quattro (in cinque, per la precisione) per farci sentire a casa nostra; noi, due sconosciuti pronti a dormire sul pavimento dell’Imam Khomeini Airport, ci vediamo offrire un vero letto mentre le sorelle, come abbiamo scoperto solo il giorno dopo, si sono divise in tre la cameretta di Ahang, terza sorella, impresa tecnicamente irrealizzabile in un universo a tre dimensioni. Non solo: i genitori hanno pure trovato la forza di interagire con noi e restare svegli fino all’alba, quando sarei stato più che comprensivo se ci avessero liquidato con una sbrigativa buonanotte prima di dedicarsi alle figlie, core de mamma, che non vedevano da un anno.

La mattina, ancora in stato catatonico, ci troviamo davanti una famiglia Mulino Bianco che ci guida verso qualcosa che non ricordo bene se essere stata la cucina di un quadrilocale di Tehran o la sala banchetti del Re Sole: lavāsh, barbari, un formaggio di pecora casereccio, halim, altre cose di cui ho perso il conto e l’immancabile tè, bevanda nazionale iraniana per eccellenza e abitudine di cui sono estremamente felice. Cosa potrebbe fare ancora più contenta una mamma che ti vede assaggiare ogni singola cosa che ti ha appena piazzato sulla tavola? Una mamma che scopre che parli fārsi, tocco finale per trasformarti ufficialmente in figlio adottivo ad honorem.

Dopo la colazione, Azadeh e Mehrzad ci hanno portato a vedere una specie di piccola Cinecittà iraniana dove si può vedere che aspetto avesse il centro di Tehran all’epoca di Rezā Pahlavi, penultimo regnante di Persia prima della rivoluzione islamica. L’area è essenzialmente una replica in cartapesta che viene usata come ambientazione per film storici ed è incuneata tra aree industriali a ridosso di un’autostrada, ma c’è da dire che non capita tutti i giorni di ritrovarsi in una gita familiare fuori porta con i due fidanzati, le sorelle di lei e il fratello di lui con annesso Amir, il piccolo ginger dalla risata paciarotta.

Una menzione particolare la merita senza dubbio la guida iraniana durante le ore di luce, esperienza alla quale il tragitto notturno non ci aveva adeguatamente preparato. Avendo letto qualcosa a riguardo, per non essere colto totalmente alla sprovvista avevo tentato di abituarmi all’idea immaginandomi come sarebbe Napoli se avesse 15 milioni di abitanti, ma il mio ottimismo è stato sfortunatamente disatteso. Orde di furgoni Zamyad blu che oscillano pericolosamente; vecchi camion Mercedes arancioni caricati ben oltre quella che presumo essere l’altezza massima consentita dalle leggi vigenti (non sto parlando del Codice Stradale: intendo proprio le leggi della fisica); vecchie Paykan – storica berlina iraniana per antonomasia – che improvvisamente sbucano dal nulla; una Saipa 131 che pensa bene di fare retromarcia sulla corsia lenta; persino motorini, visibilmente al di sotto della cilindrata minima consentita per il transito autostradale, con a bordo tutta la famiglia (penso che a quel punto la mancanza del casco sia il minore dei problemi) e il gran finale: esseri umani che si piazzano TRA due corsie o DAVANTI allo spartitraffico degli svincoli per vendere l’inverosimile, dalle fragole ai CD masterizzati, dai selfie stick alle carte da poker (quale migliore testimonial per il gioco d’azzardo di uno sbroccato che gioca all-in camminando sulla striscia bianca tra due corsie di un’autostrada?). Non ho sottomano statistiche ufficiali del Ministero dei Trasporti, ma credo di poterne inventare di attendibili su due piedi, tutte riassumibili nella frase “vedo la gente morta.”

La giornata è proseguita con il ritorno a casa per la pausa pranzo, passaggio obbligato nel quale non abbiamo e mai avremo voce in capitolo. La mamma di Azadeh, che già la mattina aveva intuito che sarei stato la cavia ideale per ogni esperimento culinario, ci ha fatto trovare una tavolata dalla quale debordavano piatti strapieni di ogni cosa immaginabile. Un vassoio delle dimensioni e della stazza della corazzata Potëmkin dalla quale si stagliava una collinetta di polō (il classico contorno iraniano di riso bollito) con straccetti di carne e fagiolini; verdure miste sottaceto fatte in casa, compreso persino un aglio annerito dall’aceto; piattini con semplici foglie miste di menta, coriandolo, cicoria e altro fogliame sparso da ruminare crudo a mo’ di contorno. La mamma aveva persino preparato il duq, avendo senza dubbio intuito che non avrei perso occasione per strafogarmi di quest’altra bevanda definitiva a base di yogurt e menta tritata.

Prima di traslocare – ormai controvoglia – nell’hotel che avevamo dovuto prenotare per avere il visto abbiamo avuto addirittura l’onore di conoscere i nonni materni: una minuscola donnina che mi ha nominato ufficialmente nipote e un nonno con un’aura di autorità che parlava in un accento incredibilmente magnetico; persino le parole che non conoscevo avrei potuto comunque trascriverle come da un doppiaggio perfetto. I nostri amici (e uso questa parola nel senso più autentico del termine perché non c’è definizione più calzante) ci hanno promesso un’ultima tappa prima di lasciarci andare all’hotel: siamo saliti fino in cima al Bām-e Tehrān, il «tetto di Tehran» così chiamato per ovvie ragioni. Da questa pendice della corona di montagne che circondano la capitale si può ammirare quasi completamente la vastità di questa megalopoli tentacolare e caotica, un deserto sconfinato di luci dal quale è praticamente impossibile vedere la fine. Il Bām-e Tehrān è un posto da cui vedi le luci e percepisci il movimento ma non senti il rumore dell’intrico di strade che sembra sempre a un secondo dal collasso. È un posto da cui gli autoctoni sembrano sentirsi sicuri e letteralmente al di sopra di tutti quei comprensibili timori che presumo lascino un retrogusto di amarezza alla quotidianità, tant’è vero che è proprio lì che per la prima volta vedo tante coppie tenersi per mano, un dettaglio che balza immediatamente all’occhio anche nella liberale Tehran odierna.