PRD Speciale Iran – Giorno 6: Abyaneh, Natanz, Esfahan

16 marzo | 26 esfand

Kāshān-Ābyāneh +86 km; Ābyāneh-Esfahān +168 km

Nella migliore tradizione iraniana, ci muoviamo per raggiungere Ābyāneh ed Esfahān seguendo la rotta meno intelligente: deserto > Kāshān > Ābyāneh > Esfahān. Qualcuno dovrebbe regalare a ogni iraniano un enorme rasoio di Ockham. Il lato positivo è che a Kāshān cambiamo autista, occasione d’oro per farci raccontare da Mareike com’è andata la serata con Babak il Cialtrone.

Oggesù.

Mareike conferma che il tanghero si è effettivamente approfittato di lei, ma non nel senso più allarmante del termine: non volendo lasciarsi sfuggire un’occasione unica (una donna occidentale da trattare come Siri), il Cialtrone ha colto la palla al balzo e l’ha tempestata di domande sulla fisiologia umana per recuperare in un’unica serata anni e anni di assoluta mancanza di educazione sessuale, tematica che per ovvi motivi non fa parte del curriculum scolastico iraniano, e che per gli stessi motivi non fa parte di quello italiano.

Con il nuovo autista, un omino mite di mezza età con la classica acconciatura da casellante, attraversiamo le solite aree desertiche che separano città e paesi e ci arrampichiamo a passo di Saipa 132 lungo le strade che portano ad Ābyāneh, un villaggio dove pare che l’architettura e gli abiti siano rimasti quelli tradizionali; la classica frase da prendere con le pinze in qualsiasi angolo del mondo ci si trovi, perché troppo spesso si traduce – mutatis mutandis – in una vecchietta di Kabul emigrata ad Ābyāneh infilata in una riproduzione in poliestere degli abiti locali, un ignobile tarocco cucito in un quartiere dormitorio di Shanghai e indossato per sollazzare la voglia di esotismo dei classici turisti eat-pray-love.

Il villaggio è innegabilmente antico, visto che risale all’epoca sassanide: per darne un’idea cronologica in termini europei, è quel mezzo millennio in cui i Sassanidi regnano la Persia sorseggiando caipirinha a Ctesifonte mentre l’Impero Romano subisce una doppia penetrazione non consensuale da parte di due muscolosi idraulici noti come Cristianesimo e Invasioni Barbariche.

In tema di vestiario, invece, i problemi sembrano essere più pressanti del semplice dubbio sull’autenticità dei costumi e riguarda noi. A dispetto degli anziani che ne piangono la dipartita, il compromesso ideale per un viaggio primaverile con un peso confortevole sulle spalle sono esattamente gli abiti di mezza stagione: stare caldini senza sudare e ventilati senza liofilizzarsi, essere impermeabili senza creare microclimi equatoriali nei piedi ed evitare il peso superfluo di abiti monostagionali poco versatili.

Ora, il problema principale è che parlare di “primavera in Iran” è come parlare di “Natale nel mondo”: mentre sei lì a bere vin brulé con addosso una sciarpa di alpaca, a Sydney un surfista in bermuda sta grigliando mazzancolle sulla spiaggia.

Noi, sapendo di dover attraversare un paese così climaticamente poliedrico, abbiamo ovviamente dovuto optare per un compromesso in grado di minimizzare i disguidi termici senza richiedere bauli trascinati da schiavi, ma Ābyāneh si trova comunque a 2500 metri di altitudine. Ci siamo cipollati come non ci fosse un domani dando fondo a tutto il guardaroba, ma inerpicarsi sulle pendici di una montagna che sovrasta due valli spoglie è come fare jogging nella galleria del vento. Se è vero che l’aria di montagna è una festa per l’apparato circolatorio, immagino che i miei eritrociti stessero cantando Filho Maravilha facendo il trenino tra le arterie.

Finito il giro del villaggio siamo tornati dal nostro casellante di fiducia, siamo riscesi a valle e abbiamo attraversato il resto della provincia di Natanz, sede dell’omonimo capoluogo e a sua volta sede dell’omonimo impianto di arricchimento dell’uranio, struttura ora convertita a uso civile ma pur sempre sotto l’autorità militare, come dimostrato dalla segnaletica che già chilometri prima scoraggia dal fare foto – anche da dentro un veicolo –  e come ribadito dal dito del nostro autista in direzione del cartello a forma di fucile. La città di Natanz, a differenza dell’estetica letteralmente postatomica della propria periferia desertica, ospita una moschea costruita durante l’epoca buyide e saccheggiata durante l’epoca in cui gli imperi russo e britannico hanno trattato l’Iran come i Casalesi trattano le giunte comunali nel Casertano.

iran-2016-474b

Ovviamente, giusto per non farci dimenticare che ogni dettaglio dell’escursione porta il marchio di Hossein l’Infame, l’ingresso alla moschea NON è incluso nell’all-inclusive. Telefoniamo di nuovo al Gran Visir dei Paraculi, che ovviamente sostiene di averci espressamente detto che i biglietti NON sono extra. Immagino lo abbia accennato quando a Kāshān ha promesso a me e alla Teutone uno sconto sulla gita, ovviamente a patto di non rivelare questa informazione top secret a Mareike. O forse l’ha accennato quando a Kāshān ha promesso a Mareike uno sconto sulla gita, ovviamente a patto di non rivelare questa informazione top secret a noi.

Interessante, perché tra le tante cose interessanti che Mareike NON ci ha assolutamente rivelato durante la visita è che il custode della moschea (in spudorata combutta telefonica con il Paraculo) le ha ridato indietro i soldi dell’ingresso, ovviamente a patto di non rivelare questa informazione top secret a noi. Un particolare che all’uscita dalla moschea sono fermamente intenzionato a rinfacciare senza ritegno quando – colpo di scena! – il custode mi chiama nel suo ufficio e mi propone un do-ut-des: lui mi ridà i soldi e in cambio mi chiede la mail per potermi contattare e farsi pagare in natura con le foto che ho fatto alla moschea, foto che lui vorrebbe usare per del materiale turistico. A tutt’oggi attendo sue notizie.

Ripartiamo e ci fiondiamo verso Esfahān, capolinea di questa gita un po’ fuori porta e un po’ fuorilegge. L’autista ci lascia davanti all’ostello che ci hanno consigliato, anche se Mareike non sarà dei nostri perché ha trovato un posto per couchsurfare. Prima che le nostre strade si dividano, eccoci alla resa dei conti, nel vero senso del termine: telefono al Gran Mufti dei Deprecabili, entro in modalità PFP (Pensionato in Fila alle Poste) e gliela meno tantissimo col fatto che la realtà dei fatti non ha corrisposto alla sua descrizione e che i biglietti che abbiamo dovuto pagare extra glieli scaliamo in automatico dalla sua tariffa, tanto più che ce l’aveva pure menata con quanto lui fosse fair e professional rispetto alla concorrenza. Il risultato è che io, con lo stesso atteggiamento fair e professional della Corte dei Conti Europea verso Yanis Varoufakis, faccio sì che ognuno di noi tre si porti a casa lo sconto scontato. Ué pirletti, ma cosa ti credevi?

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