PRD Speciale Iran – Giorno 5: Dasht-e Kavir

15 marzo | 25 esfand

Ultima colazione alla Sadeghi House prima di lasciare Kāshān: nel corso dei nostri vagabondaggi eravamo incappati in Hamid, organizzatore di tour menzionato – come lui stesso ci aveva tenuto a sottolineare – “a pagina ottantordici della Lonely Planet” dove si legge anche del suo excellent English, dettaglio non da poco in un paese dove il livello medio di competenze linguistica sfiora l’habitat naturale dei mostri degli abissi. È uno dei tanti sfortunati danni collaterali causati dalla Rivoluzione Islamica nell’impeto della propria battaglia contro l’ancien régime dello Shah e dei suoi mandanti. La vittoria nella lotta escatologica contro Shaytan-e Bozorg (il “Grande Satana” di turno, in questo caso la ‘Murica) pare passi anche dalle purghe linguistiche, come altri precedenti storici ci insegnano: Sankt-Peterburg che durante la Prima Guerra Mondiale diventa Petrograd per non suonare troppo prussiana, o la casata von Sachsen-Coburg und Gotha che nello stesso periodo e per lo stesso motivo si trasforma magicamente in Windsor per non causare un WTF di massa ai sudditi del Commonwealth.

A ogni modo, Hamid propone un tour di due giorni a 55 euro che include una visita alle colline di Sialk, alla città sotterranea di Nushābād, al giardino di Fin, all’Holy Shrine of Hilal ibn Ali (o anche Emamzadeh Mohammad Al-Awsat), per poi passare dal Dasht-e Kavir (il bassopiano desertico noto come Bassopiano Desertico) e dal Daryacheh-ye Namak (ex-lago salato noto come Lago Salato), pernottare in un caravanserraglio in mezzo alle dune, ripartire il giorno dopo alla volta di Ābyāneh, villaggio rossiccio di tutto abbarbicato sulle montagne, e finire in bellezza arrivando a Esfahān, che avevamo già messo in lista come tappa successiva.

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A partire da Kāshān non siamo solo noi, perché Hamid ha colto l’occasione per pompare il livello di teutonaggine in macchina affiancandoci Mareike, giovane studentessa di medicina in viaggio attraverso l’Iran alla solitaria ricerca di frammenti del proprio cuore spezzato. Dopo le colline di Sialk facciamo un letterale salto nel buio visitando Nushābād, un reticolo di cunicoli sotterranei scavati illo tempore per proteggersi dagli incursori di turno (la storia della Persia ci insegna che “di turno” significa essenzialmente “ogni martedì pomeriggio”), dopodiché facciamo un giro per il Baq-e Fin, giardino di corte dell’epoca qajara ora sotto tutela Unesco. La due giorni all-inclusive non sembra essere così inclusive come ci ha detto Hamid l’Infame, ma con aplomb teutonico decidiamo di goderci la gita e di dedurre semplicemente i biglietti d’ingresso dai 55 euro e via.

Dopo il giardino ci dirigiamo all’Holy Shrine of Hilal ibn Ali Serbelloni Mazzanti Viendalmare ma già mentalmente proiettati verso il deserto e il caravanserraglio. Ovviamente uno si immagina scene avventurose in cui sfreccia tra le sabbie modellate dal vento in groppa a un gippone massiccio e ciccioso che si impone impavido su ogni duna, ma sfortunatamente l’estetica da Mad Max è leggermente disattesa dal fatto che l’unica cosa associabile a una Duna è la macchina con cui sfidiamo “le sabbie modellate dal vento”: la solita Saipa 131, berlinetta che dubito sia mai entrata in lizza tra i possibili veicoli d’assalto di Imperator Furiosa ma non per questo lanciata a minore velocità sulla carretera sabbiosa del Kavir al ritmo di Enrique Iglesias e altra paccottiglia pop-dance iraniana tipo questa.

Prima tappa, il deserto:

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La seconda, il lago salato.

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Tappa finale, il caravanserraglio di Maranjab.

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Dopo aver mollato lo zainone nel cubo che sarà la nostra stanza per la notte, ci ritroviamo su una collinetta davanti al serraglio di fronte a questo tramonto

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e chiacchierare con i due ragazzi/autisti/guide. Ali, studente di giurisprudenza e futuro criminologo, ci mostra con orgoglio il libro che è riuscito ad avere tramite amici degli amici (fa sempre un certo effetto sentire parlare di un libro come di una droga pesante reperibile solo sul mercato nero e che ti mette in un sacco di guai se gli sbirri te la sgamano). È anche la prima volta che sento usare afghano in un contesto che non sottintenda guerriglia, integralismo religioso o narcotraffico: “Parli come un afghano” è difficilmente annoverabile tra i dieci complimenti che non vedi l’ora di sentire, ma garantisco che è stato inteso nel senso positivo di “parli scandendo le parole come gli afghani invece di mangiartele come facciamo noi iraniani: per esempio ‘io non posso’ lo pronunci man nemitavānam invece di man nemitunam.” “Ah, quindi mi stai dicendo che in pratica non parlo fārsi ma dari? Buono a sapersi, stavo giusto pensando di fare una vacanza a Kabul.” [attimo di silenzio – occhi sgranati – pausa di riflessione – realizzazione – risata]

Ritorniamo al serraglio per la cena mentre gli autisti-guide dei due gruppi – oltre a noi tre c’è una coppia di pediatri di Hong Kong – fanno la conta per decidere chi rimane nel deserto e chi torna a Kāshān. Decisione non facile, anche perché oggi è Chahārshanbeh Suri, l’ultimo chahārshanbeh (mercoledì) prima del Noruz in cui le antiche usanze pagane impongono di saltare sopra i falò e dare in escandescenze per scrollarsi di dosso la sfiga accumulata prima che inizi il nuovo anno. Non sono un esperto di storia delle antiche religioni dell’Asia Centrale – come immagino si fosse già intuito dalla mia riduttiva descrizione dell’eterna lotta tra gli ahura e i daeva come “scrollarsi di dosso la sfiga accumulata” – ma la presenza del fuoco è un chiaro indizio delle origini zoroastriane di questo rituale, alla faccia di Maometto e di tutti gli ayatollah.

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Due grandi colpi di scena ci attendono: la “cena” si rivela essere kuku sabzi, una semplice patacca di verdure fritte da mangiare col pane; e delle guide chi rimane? Forse Ali, lo studente colto che parla bene inglese e legge libri proibiti? Ovviamente no: Babak, il cialtrone che si sforza in tutti i modi di fare il brillante ed è tutto il giorno che le prova tutte per appoliparsi a Mareike (invano). Il modo stesso in cui scopriamo l’infausta novella riflette il suo carattere sgradevolmente mellifluo: noi tre siamo lì bel belli a chiacchierare allegramente nella stanza quando la porticina si apre e una ventata di metaforico gelo polare causa l’immediata interruzione del dialogo e semina il disagio tra gli astanti ormai consapevoli del peggio. Il resto della serata si riduce fondamentalmente a un loop della stessa sequenza: Mareike che parla con noi e Babak che ci pedina, prima inserendosi a caso nel discorso con commenti spassosissimi (invano) e poi tentando di creare un diversivo per liberarsi di noi due bodyguard improvvisati e restare solo con lei, obiettivo efficacemente nascosto tra le righe di frasi come “la gente viene qui nel deserto perché non c’è polizia, non ci sono regole, perché ognuno può sentirsi libero di [pausa teatrale, occhiata da fotoromanzo] fare ciò che vuole.” Se avesse girato per il cortile urlando “viva la figa!” sarebbe stato meno imbarazzante.

La melodrammatica sparata sulla libertà è una frase che normalmente potrei anche condividere, specie se penso agli iraniani che non possono nemmeno girare in bermuda, tenersi per mano, comprarsi un decoder o togliersi lo sfizio di mandare a cagare Khamenei sulla pubblica piazza con una scenata alla Pasquale Ametrano, ma pronunciata in quel contesto sembra più una descrizione geopolitica della Somalia. Senza contare che ho una certa circospezione attorno a persone che assaggiano per la prima volta la libertà dopo esserne stati digiuni per una vita. In sostanza è come il giorno in cui i fratboy in un college americano compiono ventun anni: non è che la sera festeggiano sorseggiando elegantemente un Brunello.

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A ogni modo, i salti sul fuoco (le piro-ette? Ahahah) per il Chahārshanbeh Suri si rivelano meno esaltanti delle aspettative, così dopo un po’ io e la Teutone decidiamo di ritornare nel cubicolo, non prima di avere cercato di rintracciare Mareike (invano), che alla fine rientrerà più tardi con un’enorme ventosa umana attaccata alle proprie gonadi virtuali.

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