PRD Speciale Iran – Giorno 5: Kashan

14 marzo | 24 esfand

Esploriamo l’area attorno alle case storiche e continuiamo il vagabondaggio attraverso i vicoletti della città fino a raggiungere l’area del bazar, che è sorprendentemente e inspiegabilmente vuoto. Ah, giusto, è il primo pomeriggio: pausa pranzo.

Dopo l’esperienza nel gigabazar di Tehran, l’idea di non essere immersi in una folla chiassosa, stile Daenerys alle porte di Yunkai, ha un effetto indescrivibilmente distensivo. Vaghiamo e ci perdiamo per i vicoli del bazar fino a ritrovarci in un passaggio cieco che si interrompe a ridosso di un cortile dove non c’è niente a parte una tessitura di tappeti. Sul limitare del passaggio c’è un barettino minuscolo e ciccioso gestito da un omino maiuscolo e molto ciccioso che ricorda un surreale ibrido genetico tra Gimli, Mangiafuoco e Ron Jeremy e che fa un tè buonissimo.

Iran 2016 254b

Ci sediamo all’aperto su questo tavolo vista cortile e io entro nel caffè – anche se forse sarebbe più corretto definirla una teieria – per ordinare e farmi spiegare che tè sia. Come se un tè verde con cannella e fiori d’arancia non fosse già abbastanza buono di suo, sul vassoio ci sono biscotti e ben quattro tipi di zucchero. Barbabietola e canna valgono la pena di essere ignorati per puntare alla ciotolina di nābād (cristalli di zucchero allo zafferano), goduria pareggiata dalle zollette di zucchero al cardamomo dell’altra ciotolina. Foodgasm over 9000.

Poco dopo facciamo amicizia con una coppia di belgi francofoni che da un anno insegnano francese nel Kurdistan turco (che immagino sia un lavoro indispensabile quanto il tronista o lo youtuber) e cominciamo a scambiare le classiche quattro chiacchiere sui rispettivi itinerari di viaggio. La coppia se ne va poco dopo per proseguire la visita di Kashan, noi restiamo un po’ a chiacchierare con la cameriera che nel frattempo ha sostituito il capo al timone del bollitore. Seguono le inevitabili foto e poi si continua lungo il bazar alla ricerca di un ristorante che ci è stato consigliato dai belgi: un ex-hammam convertito in ristorante che troviamo e dove ci infiliamo al volo (menù: spiedini di fegato spruzzati di cannella per Eva e abgusht per me, oltre al solito duq).

All’uscita dal ristorante, il bazar è tornato a essere un bazar e noi torniamo a essere sperduti in una bolgia dantesca dalla quale è impossibile uscire. Approfitto del transito attraverso i girono infernali per cercare di nuovo – e finalmente trovare! – dei pantaloni di ricambio. Da Berlino ero partito di proposito con un solo paio e l’obiettivo di potenziare la dotazione con merce locale comoda ed economica. Il fatto che i miei pantaloni abbiano voluto vendicarsi di questo diabolico piano facendomi una scenata in cui si strappano all’altezza del cavallo e rendendosi così inutilizzabili ha solo fatto sì che, presentatasi finalmente l’occasione, ho cominciato a mercanteggiare come un vero bāzāri per avere uno sconto. Missione compiuta: dopo lunghe trattative riduco il prezzo da 280.000 a 260.000 rial. Sembra un supersconto, ma a conti fatti ho semplicemente portato a casa due pantaloni a 7 euro invece che a 7,50.

[Un altro piccolo excursus, visto che si parla di soldi: ufficialmente la valuta iraniana è il rial ma, per ragioni insondabili, in Iran nessun prezzo è mai espresso in rial, bensì in toman. Per dire quanto la cosa sia radicata, non sono solo i venditori a esprimersi in toman, ma persino i display delle pompe di benzina. In pratica funziona così: se al bazar vedi un paio di pantaloni e chiedi il prezzo, il venditore ti dirà quattordici, che sottintende -mila, che a sua volta sottintende toman. A questo punto moltiplichi per dieci, aggiungi le migliaia e ottieni finalmente l’unico valore che abbia senso pratico, quello che ti serve per tirare fuori le banconote giuste, espresse in tagli da mille a un milione di rial. Ora, è palesemente un metodo da schizofrenici e nessun iraniano è stato in grado di fornirmi spiegazioni esaurienti per questa arcana consuetudine, né di illustrarmi la logica o i vantaggi di scrivere i prezzi senza uno zero e omettere le migliaia per indicarne il valore equivalente in una valuta abolita nel 1932, decuplicare l’importo ottenuto e reinserire tre zeri per riconvertirlo nella divisa attualmente in uso in modo tale da non fare confusione con le banconote.]

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One comment

  1. In quanto alla valuta: quando gli austriaci discutono di prezzi, inevitabilmente esce il confronto con gli scellini. “Ma ti rendi conto? Sono diecimila scellini. DIECIMILA!” e tu, straniero, li guardi senza capire di cosa parlino. “DIECIMILA!”, ripetono indignati. “Eh, e quanti euro sarebbero?” “Ma come, vivi qui da anni e ancora non l’hai imparato? Un euro sono diciassette scellini!”
    Sì, ninìn, ma quando sono arrivata gli scellini erano fuori corso già da diversi anni, quindi non vedo perché dovrei avere il cambio automatico scellini/euro nel cervello, quando ho fatto tanta fatica a imparare lire/euro.
    Un’intera nazione che sa moltiplicare e dividere per diciassette con un’accuratezza stupefacente.
    Del resto sono tanto pazzi che quando comprano al reparto salumi, loro usano i DECAGRAMMI.
    (ma no, non è niente in confronto a questo delirio dei toman e dei rial…)

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