PRD Speciale Iran – Giorno 4: Kashan

13 marzo | 23 esfand

+244 km

Stamattina a colazione la tavola era di nuovo imbandita e io, ingenuamente, ho commesso il grave errore di assaggiare una marmellata di cotogne rigorosamente fatta in casa e dire “mmm, troppo buona” in fārsi invece di limitarmi a pensarlo. Risultato: a un certo punto la madre di Mehrzad sbuca fuori dal nulla come un ninja e mi molla in mano un barattolo da un chilo di quella roba. Ovviamente è risaputo che lo zaino di un viaggiatore è sempre piuttosto pieno e l’ultima cosa che serve sono peso e ingombro aggiuntivi; l’istinto suggerisce di rifiutare, ma è anche risaputo che per gli iraniani la tua opinione non sembra contare nemmeno quando te la chiedono, figurarsi quando non si prendono nemmeno la briga di domandare retoricamente.

Prendiamo la metro per il Terminal-e Jonub, la stazione sud da cui partono i bus che collegano Tehran con ogni possibile città del paese. La vendita dei biglietti funziona grosso modo così: all’ingresso dell’enorme area parcheggio vagano omini di varia età, stazza e grado di irsutismo che ti urlano in faccia nomi di città e tu cerchi di fare lo slalom tra il grassone sudato che sbraita Qom! Qom! Qom! e il ragazzino che grida Mashhad! Mashhad! Mashhad! Per prevenire eventuali attaccamenti di bottone – il solito where are you from? – decido di passare al contrattacco strillando io belit dārim! Belit dārim! Belit dārim! (“abbiamo il biglietto!”) in faccia a loro, escamotage che miracolosamente funziona.

La coda nella biglietteria del terminal è come tutte le altre code ital iraniane: non è una fila, è un blob informe. Ciononostante riusciamo a prendere il biglietto che in realtà ancora non avevamo e a salire sul bus delle 12:20 per Kāshān! Kāshān! Kāshān!

Scendiamo dal bus nel primo pomeriggio e veniamo assaliti da un’orda di tassisti abusivi ansiosi di banchettare sulla carne fresca appena arrivata. Il vecchio Mahmudi, un metro e cinquanta per un metro e cinquanta, mi piazza subito in mano il telefono e mi dice di parlare con suo figlio mentre ci accompagna a un hotel. Il figlio del tassista è una guida turistica (come le altre millemila guide turistiche figlie degli altri millemila tassisti che abbiamo incontrato), offre tour guidati della zona e chiede non se, ma a che ora vogliamo partire per un’escursione. La risposta è il classico we’ll think about it and let you know, che tradotto significa “intanto mi guardo in giro e vedo se c’è qualcun altro che offre gli stessi tour a minor prezzo, poi al massimo ne riparliamo.” Al vecchio Mahmudi va comunque il merito di averci portato in un posto strafigo: un edificio storico dalla struttura a corte tipica delle case delle famiglie di mercanti (simile a questo), e la stanza è una camera da quattro persone da occupare in due. Il boss è un certo Mansur, un maneggione di prima categoria tagliatissimo per fare quel mestiere e che la sera, dopo essere tornati da un primo giro di perlustrazione urbana e mentre siamo lì bel belli a bere il tè, ci fa segno di seguirlo per una scalinata così ripida che sembra uscita dalla scenografia di un film espressionista e che porta fino al camminamento tutto attorno al tetto dell’edificio, dal quale ci mostra alcune delle case storiche per cui Kāshān è famosa (AbbāsiĀmeri, Borujerdi, Tabātabāi nonché l’Hammām-e Sultān Amir Ahmad), i cui cortili sono immediatamente adiacenti. Una veduta di tutto rispetto.

PS: la versione originale della mappa è questa.

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