Month: June 2016

PRD Speciale Iran – Giorno 5: Dasht-e Kavir

15 marzo | 25 esfand

Ultima colazione alla Sadeghi House prima di lasciare Kāshān: nel corso dei nostri vagabondaggi eravamo incappati in Hamid, organizzatore di tour menzionato – come lui stesso ci aveva tenuto a sottolineare – “a pagina ottantordici della Lonely Planet” dove si legge anche del suo excellent English, dettaglio non da poco in un paese dove il livello medio di competenze linguistica sfiora l’habitat naturale dei mostri degli abissi. È uno dei tanti sfortunati danni collaterali causati dalla Rivoluzione Islamica nell’impeto della propria battaglia contro l’ancien régime dello Shah e dei suoi mandanti. La vittoria nella lotta escatologica contro Shaytan-e Bozorg (il “Grande Satana” di turno, in questo caso la ‘Murica) pare passi anche dalle purghe linguistiche, come altri precedenti storici ci insegnano: Sankt-Peterburg che durante la Prima Guerra Mondiale diventa Petrograd per non suonare troppo prussiana, o la casata von Sachsen-Coburg und Gotha che nello stesso periodo e per lo stesso motivo si trasforma magicamente in Windsor per non causare un WTF di massa ai sudditi del Commonwealth.

A ogni modo, Hamid propone un tour di due giorni a 55 euro che include una visita alle colline di Sialk, alla città sotterranea di Nushābād, al giardino di Fin, all’Holy Shrine of Hilal ibn Ali (o anche Emamzadeh Mohammad Al-Awsat), per poi passare dal Dasht-e Kavir (il bassopiano desertico noto come Bassopiano Desertico) e dal Daryacheh-ye Namak (ex-lago salato noto come Lago Salato), pernottare in un caravanserraglio in mezzo alle dune, ripartire il giorno dopo alla volta di Ābyāneh, villaggio rossiccio di tutto abbarbicato sulle montagne, e finire in bellezza arrivando a Esfahān, che avevamo già messo in lista come tappa successiva.

IranPRD02KashanKavir

A partire da Kāshān non siamo solo noi, perché Hamid ha colto l’occasione per pompare il livello di teutonaggine in macchina affiancandoci Mareike, giovane studentessa di medicina in viaggio attraverso l’Iran alla solitaria ricerca di frammenti del proprio cuore spezzato. Dopo le colline di Sialk facciamo un letterale salto nel buio visitando Nushābād, un reticolo di cunicoli sotterranei scavati illo tempore per proteggersi dagli incursori di turno (la storia della Persia ci insegna che “di turno” significa essenzialmente “ogni martedì pomeriggio”), dopodiché facciamo un giro per il Baq-e Fin, giardino di corte dell’epoca qajara ora sotto tutela Unesco. La due giorni all-inclusive non sembra essere così inclusive come ci ha detto Hamid l’Infame, ma con aplomb teutonico decidiamo di goderci la gita e di dedurre semplicemente i biglietti d’ingresso dai 55 euro e via.

Dopo il giardino ci dirigiamo all’Holy Shrine of Hilal ibn Ali Serbelloni Mazzanti Viendalmare ma già mentalmente proiettati verso il deserto e il caravanserraglio. Ovviamente uno si immagina scene avventurose in cui sfreccia tra le sabbie modellate dal vento in groppa a un gippone massiccio e ciccioso che si impone impavido su ogni duna, ma sfortunatamente l’estetica da Mad Max è leggermente disattesa dal fatto che l’unica cosa associabile a una Duna è la macchina con cui sfidiamo “le sabbie modellate dal vento”: la solita Saipa 131, berlinetta che dubito sia mai entrata in lizza tra i possibili veicoli d’assalto di Imperator Furiosa ma non per questo lanciata a minore velocità sulla carretera sabbiosa del Kavir al ritmo di Enrique Iglesias e altra paccottiglia pop-dance iraniana tipo questa.

Prima tappa, il deserto:

Iran 2016 367b

La seconda, il lago salato.

Iran 2016 405b

Tappa finale, il caravanserraglio di Maranjab.

Iran 2016 415

Dopo aver mollato lo zainone nel cubo che sarà la nostra stanza per la notte, ci ritroviamo su una collinetta davanti al serraglio di fronte a questo tramonto

Iran 2016 423b

e chiacchierare con i due ragazzi/autisti/guide. Ali, studente di giurisprudenza e futuro criminologo, ci mostra con orgoglio il libro che è riuscito ad avere tramite amici degli amici (fa sempre un certo effetto sentire parlare di un libro come di una droga pesante reperibile solo sul mercato nero e che ti mette in un sacco di guai se gli sbirri te la sgamano). È anche la prima volta che sento usare afghano in un contesto che non sottintenda guerriglia, integralismo religioso o narcotraffico: “Parli come un afghano” è difficilmente annoverabile tra i dieci complimenti che non vedi l’ora di sentire, ma garantisco che è stato inteso nel senso positivo di “parli scandendo le parole come gli afghani invece di mangiartele come facciamo noi iraniani: per esempio ‘io non posso’ lo pronunci man nemitavānam invece di man nemitunam.” “Ah, quindi mi stai dicendo che in pratica non parlo fārsi ma dari? Buono a sapersi, stavo giusto pensando di fare una vacanza a Kabul.” [attimo di silenzio – occhi sgranati – pausa di riflessione – realizzazione – risata]

Ritorniamo al serraglio per la cena mentre gli autisti-guide dei due gruppi – oltre a noi tre c’è una coppia di pediatri di Hong Kong – fanno la conta per decidere chi rimane nel deserto e chi torna a Kāshān. Decisione non facile, anche perché oggi è Chahārshanbeh Suri, l’ultimo chahārshanbeh (mercoledì) prima del Noruz in cui le antiche usanze pagane impongono di saltare sopra i falò e dare in escandescenze per scrollarsi di dosso la sfiga accumulata prima che inizi il nuovo anno. Non sono un esperto di storia delle antiche religioni dell’Asia Centrale – come immagino si fosse già intuito dalla mia riduttiva descrizione dell’eterna lotta tra gli ahura e i daeva come “scrollarsi di dosso la sfiga accumulata” – ma la presenza del fuoco è un chiaro indizio delle origini zoroastriane di questo rituale, alla faccia di Maometto e di tutti gli ayatollah.

Iran 2016 354b

Due grandi colpi di scena ci attendono: la “cena” si rivela essere kuku sabzi, una semplice patacca di verdure fritte da mangiare col pane; e delle guide chi rimane? Forse Ali, lo studente colto che parla bene inglese e legge libri proibiti? Ovviamente no: Babak, il cialtrone che si sforza in tutti i modi di fare il brillante ed è tutto il giorno che le prova tutte per appoliparsi a Mareike (invano). Il modo stesso in cui scopriamo l’infausta novella riflette il suo carattere sgradevolmente mellifluo: noi tre siamo lì bel belli a chiacchierare allegramente nella stanza quando la porticina si apre e una ventata di metaforico gelo polare causa l’immediata interruzione del dialogo e semina il disagio tra gli astanti ormai consapevoli del peggio. Il resto della serata si riduce fondamentalmente a un loop della stessa sequenza: Mareike che parla con noi e Babak che ci pedina, prima inserendosi a caso nel discorso con commenti spassosissimi (invano) e poi tentando di creare un diversivo per liberarsi di noi due bodyguard improvvisati e restare solo con lei, obiettivo efficacemente nascosto tra le righe di frasi come “la gente viene qui nel deserto perché non c’è polizia, non ci sono regole, perché ognuno può sentirsi libero di [pausa teatrale, occhiata da fotoromanzo] fare ciò che vuole.” Se avesse girato per il cortile urlando “viva la figa!” sarebbe stato meno imbarazzante.

La melodrammatica sparata sulla libertà è una frase che normalmente potrei anche condividere, specie se penso agli iraniani che non possono nemmeno girare in bermuda, tenersi per mano, comprarsi un decoder o togliersi lo sfizio di mandare a cagare Khamenei sulla pubblica piazza con una scenata alla Pasquale Ametrano, ma pronunciata in quel contesto sembra più una descrizione geopolitica della Somalia. Senza contare che ho una certa circospezione attorno a persone che assaggiano per la prima volta la libertà dopo esserne stati digiuni per una vita. In sostanza è come il giorno in cui i fratboy in un college americano compiono ventun anni: non è che la sera festeggiano sorseggiando elegantemente un Brunello.

fratboys

A ogni modo, i salti sul fuoco (le piro-ette? Ahahah) per il Chahārshanbeh Suri si rivelano meno esaltanti delle aspettative, così dopo un po’ io e la Teutone decidiamo di ritornare nel cubicolo, non prima di avere cercato di rintracciare Mareike (invano), che alla fine rientrerà più tardi con un’enorme ventosa umana attaccata alle proprie gonadi virtuali.

Advertisements

PRD Speciale Iran – Giorno 5: Kashan

14 marzo | 24 esfand

Esploriamo l’area attorno alle case storiche e continuiamo il vagabondaggio attraverso i vicoletti della città fino a raggiungere l’area del bazar, che è sorprendentemente e inspiegabilmente vuoto. Ah, giusto, è il primo pomeriggio: pausa pranzo.

Dopo l’esperienza nel gigabazar di Tehran, l’idea di non essere immersi in una folla chiassosa, stile Daenerys alle porte di Yunkai, ha un effetto indescrivibilmente distensivo. Vaghiamo e ci perdiamo per i vicoli del bazar fino a ritrovarci in un passaggio cieco che si interrompe a ridosso di un cortile dove non c’è niente a parte una tessitura di tappeti. Sul limitare del passaggio c’è un barettino minuscolo e ciccioso gestito da un omino maiuscolo e molto ciccioso che ricorda un surreale ibrido genetico tra Gimli, Mangiafuoco e Ron Jeremy e che fa un tè buonissimo.

Iran 2016 254b

Ci sediamo all’aperto su questo tavolo vista cortile e io entro nel caffè – anche se forse sarebbe più corretto definirla una teieria – per ordinare e farmi spiegare che tè sia. Come se un tè verde con cannella e fiori d’arancia non fosse già abbastanza buono di suo, sul vassoio ci sono biscotti e ben quattro tipi di zucchero. Barbabietola e canna valgono la pena di essere ignorati per puntare alla ciotolina di nābād (cristalli di zucchero allo zafferano), goduria pareggiata dalle zollette di zucchero al cardamomo dell’altra ciotolina. Foodgasm over 9000.

Poco dopo facciamo amicizia con una coppia di belgi francofoni che da un anno insegnano francese nel Kurdistan turco (che immagino sia un lavoro indispensabile quanto il tronista o lo youtuber) e cominciamo a scambiare le classiche quattro chiacchiere sui rispettivi itinerari di viaggio. La coppia se ne va poco dopo per proseguire la visita di Kashan, noi restiamo un po’ a chiacchierare con la cameriera che nel frattempo ha sostituito il capo al timone del bollitore. Seguono le inevitabili foto e poi si continua lungo il bazar alla ricerca di un ristorante che ci è stato consigliato dai belgi: un ex-hammam convertito in ristorante che troviamo e dove ci infiliamo al volo (menù: spiedini di fegato spruzzati di cannella per Eva e abgusht per me, oltre al solito duq).

All’uscita dal ristorante, il bazar è tornato a essere un bazar e noi torniamo a essere sperduti in una bolgia dantesca dalla quale è impossibile uscire. Approfitto del transito attraverso i girono infernali per cercare di nuovo – e finalmente trovare! – dei pantaloni di ricambio. Da Berlino ero partito di proposito con un solo paio e l’obiettivo di potenziare la dotazione con merce locale comoda ed economica. Il fatto che i miei pantaloni abbiano voluto vendicarsi di questo diabolico piano facendomi una scenata in cui si strappano all’altezza del cavallo e rendendosi così inutilizzabili ha solo fatto sì che, presentatasi finalmente l’occasione, ho cominciato a mercanteggiare come un vero bāzāri per avere uno sconto. Missione compiuta: dopo lunghe trattative riduco il prezzo da 280.000 a 260.000 rial. Sembra un supersconto, ma a conti fatti ho semplicemente portato a casa due pantaloni a 7 euro invece che a 7,50.

[Un altro piccolo excursus, visto che si parla di soldi: ufficialmente la valuta iraniana è il rial ma, per ragioni insondabili, in Iran nessun prezzo è mai espresso in rial, bensì in toman. Per dire quanto la cosa sia radicata, non sono solo i venditori a esprimersi in toman, ma persino i display delle pompe di benzina. In pratica funziona così: se al bazar vedi un paio di pantaloni e chiedi il prezzo, il venditore ti dirà quattordici, che sottintende -mila, che a sua volta sottintende toman. A questo punto moltiplichi per dieci, aggiungi le migliaia e ottieni finalmente l’unico valore che abbia senso pratico, quello che ti serve per tirare fuori le banconote giuste, espresse in tagli da mille a un milione di rial. Ora, è palesemente un metodo da schizofrenici e nessun iraniano è stato in grado di fornirmi spiegazioni esaurienti per questa arcana consuetudine, né di illustrarmi la logica o i vantaggi di scrivere i prezzi senza uno zero e omettere le migliaia per indicarne il valore equivalente in una valuta abolita nel 1932, decuplicare l’importo ottenuto e reinserire tre zeri per riconvertirlo nella divisa attualmente in uso in modo tale da non fare confusione con le banconote.]

PRD Speciale Iran – Giorno 4: Kashan

13 marzo | 23 esfand

+244 km

Stamattina a colazione la tavola era di nuovo imbandita e io, ingenuamente, ho commesso il grave errore di assaggiare una marmellata di cotogne rigorosamente fatta in casa e dire “mmm, troppo buona” in fārsi invece di limitarmi a pensarlo. Risultato: a un certo punto la madre di Mehrzad sbuca fuori dal nulla come un ninja e mi molla in mano un barattolo da un chilo di quella roba. Ovviamente è risaputo che lo zaino di un viaggiatore è sempre piuttosto pieno e l’ultima cosa che serve sono peso e ingombro aggiuntivi; l’istinto suggerisce di rifiutare, ma è anche risaputo che per gli iraniani la tua opinione non sembra contare nemmeno quando te la chiedono, figurarsi quando non si prendono nemmeno la briga di domandare retoricamente.

Prendiamo la metro per il Terminal-e Jonub, la stazione sud da cui partono i bus che collegano Tehran con ogni possibile città del paese. La vendita dei biglietti funziona grosso modo così: all’ingresso dell’enorme area parcheggio vagano omini di varia età, stazza e grado di irsutismo che ti urlano in faccia nomi di città e tu cerchi di fare lo slalom tra il grassone sudato che sbraita Qom! Qom! Qom! e il ragazzino che grida Mashhad! Mashhad! Mashhad! Per prevenire eventuali attaccamenti di bottone – il solito where are you from? – decido di passare al contrattacco strillando io belit dārim! Belit dārim! Belit dārim! (“abbiamo il biglietto!”) in faccia a loro, escamotage che miracolosamente funziona.

La coda nella biglietteria del terminal è come tutte le altre code ital iraniane: non è una fila, è un blob informe. Ciononostante riusciamo a prendere il biglietto che in realtà ancora non avevamo e a salire sul bus delle 12:20 per Kāshān! Kāshān! Kāshān!

Scendiamo dal bus nel primo pomeriggio e veniamo assaliti da un’orda di tassisti abusivi ansiosi di banchettare sulla carne fresca appena arrivata. Il vecchio Mahmudi, un metro e cinquanta per un metro e cinquanta, mi piazza subito in mano il telefono e mi dice di parlare con suo figlio mentre ci accompagna a un hotel. Il figlio del tassista è una guida turistica (come le altre millemila guide turistiche figlie degli altri millemila tassisti che abbiamo incontrato), offre tour guidati della zona e chiede non se, ma a che ora vogliamo partire per un’escursione. La risposta è il classico we’ll think about it and let you know, che tradotto significa “intanto mi guardo in giro e vedo se c’è qualcun altro che offre gli stessi tour a minor prezzo, poi al massimo ne riparliamo.” Al vecchio Mahmudi va comunque il merito di averci portato in un posto strafigo: un edificio storico dalla struttura a corte tipica delle case delle famiglie di mercanti (simile a questo), e la stanza è una camera da quattro persone da occupare in due. Il boss è un certo Mansur, un maneggione di prima categoria tagliatissimo per fare quel mestiere e che la sera, dopo essere tornati da un primo giro di perlustrazione urbana e mentre siamo lì bel belli a bere il tè, ci fa segno di seguirlo per una scalinata così ripida che sembra uscita dalla scenografia di un film espressionista e che porta fino al camminamento tutto attorno al tetto dell’edificio, dal quale ci mostra alcune delle case storiche per cui Kāshān è famosa (AbbāsiĀmeri, Borujerdi, Tabātabāi nonché l’Hammām-e Sultān Amir Ahmad), i cui cortili sono immediatamente adiacenti. Una veduta di tutto rispetto.

PS: la versione originale della mappa è questa.