PRD Speciale Iran – Giorno 3: ultimo giorno a Tehran

12 marzo| 22 esfand

La giornata prevede un programma intenso e inizia con me e la Teutone che prendiamo la metro a incontrarci con i Fidanzati e un’omonima amica di lei. La prima destinazione è Sa’dābād, residenza estiva dello shah trasformata in un aggregato di musei dopo la brusca fine della monarchia. Il complesso, costruito nel XIX secolo direttamente in prossimità delle montagne a nord della città, è stato ampliato durante il regno degli ultimi Pahlavi fino a coprire un’area di dimensioni paraculissime, presumibilmente per far capire chi comandasse ai tempi di Mohammad Rezā Shah (la CIA).

Uno degli edifici è diventato un museo che raccoglie abiti tipici delle varie etnie presenti in Iran, oltre ad avere un’intera ala dedicata alle sobrie uniformi di Mohammad Rezā, tempestate di medagliette a un non meglio precisato valore, ai frugali abiti indiamantati della fashion blogger Farah Dibā e al resto del guardaroba familiare; quello stile pomposo tipico dei regnanti che si fanno spedire le linguine all’astice col jet privato mentre il popolo mangia brioche e qualche anno dopo si chiedono come mai lo stesso popolo, invece di apprezzare il loro glamour, si fa aizzare dal primo che passa e li insegue coi forconi.

Dopo la visita ai musei della residenza abbiamo proseguito la risalita delle pendici del Darband, che da un certo punto in poi è accessibile solo a piedi; le viuzze sono così strette che l’unico modo per rifornire i ristorantini incastonati sul sentiero è a dorso d’asino. A ridosso di una parete della montagna ci siamo seduti in quello che con un po’ di fantasia si potrebbe definire “il dehors del ristorante”, una serie di cabine a un mezzo metro da terra dotate di tappeto (tenete presente che in Iran il pavimento è anche sala da pranzo, oltre che materasso) e ci siamo goduti un altro giro di cibo iraniano: un kabāb, lo spiedone di carne nonché altro grande classico della cucina persiana, protetto dall’onnipresente montagnetta di polō e ovviamente affiancato dall’irrinunciabile duq, e a ‘sto giro pure con un assaggio di yogurt allo scalogno (che detto così sembra uno di quegli abomini culinari che concepirebbe Carlo Cracco in botta da speed, ma che invece è buonissimo). Come tocco finale postprandiale, giro di narghilè con graduale retrocessione dell’hijab fino alla completa caduta. Perché quando sei abbastanza lontano dal Grande Fratello, un virtuale dito medio al Supremo Leader ci sta tutto.

Al ritorno dal Darband siamo stati ri-ospitati in famiglia, stavolta nell’altrettanto barocca casa di Mehrzad, edificio costruito in gran pompa e con attenzione al dettaglio e alla qualità dei materiali, dettaglio che è giusto accennare in quanto estremamente raro.

Inutile dire che sarebbe stato impossibile ritrovarsi semplicemente a chiacchierare con la famiglia fino all’ora di cena: se per più di cinque minuti non hai ingerito solidi e/o liquidi, un familiare a rotazione verrà come minimo a chiederti retoricamente se hai fame e/o sete, ignorando la tua risposta e portando comunque tè. E “tè” non significa mai solo una tazza di tè, ma sottintende un vassoio di biscotti, un vassoio di biscotti e un vassoio di biscotti, più una cascata di cioccolatini, un cumulo di frutta secca e un desco di frutta fresca (che in Iran comprende anche i cetrioli). Sia mai che arrivi affamato alla cena che avrà luogo un’ora più tardi. Per la suddetta cena a base di qormeh sabzi è stato invitato tutto il condominio: il fratello che vive coi genitori, l’altro fratello che vive al quinto piano con moglie e figlio e il vicino del quarto piano con progenie al seguito.

Una serata non può però dirsi completa se non ci sono almeno un paio di foto con lo straniero, in questo caso un bello slideshow con lo smartphone, uno col tablet e addirittura una mezza dozzina di polaroid; una manciata di jpeg che finiranno in qualche album dei ricordi o più probabilmente su Facebook.

Per dare un’idea di quanto gli iraniani accolgano degli sconosciuti dal Medio Occidente con un misto di sguardi perplessi ed euforia da belieber, basti pensare che più di una mamma ha obbligato i propri figli a fare selfie con noi o ha chiesto a noi di scattare una foto AI loro figli, da portarci a casa come ricordo dell’Iran. Dal conteggio sono esclusi i passanti che ti fermano per strada, ti dicono “welcome to Iran” e proseguono per i fatti loro, e i bambini che già a dieci metri di distanza si bisbigliano nell’orecchio per decidere chi sarà il coraggioso a cui toccherà dire “hello, how are you?” prima di passarti di fianco sogghignando.

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