PRD Speciale Iran – Giorno 2: Tehran

11 marzo | 21 esfand

L’appuntamento con Azadeh & Mehrzad e sorellame assortito è per l’una. La colazione all’hotel è possibile fino alle 10, ma la letale combinazione di leggero jet lag, stanchezza arretrata e generico sbattimento ci fa svegliare troppo tardi e ci costringe ad accontentarci dell’onnipresente tè prima di buttarci – per la prima volta da soli – sulle strade della metropoli. Ci avviamo a piedi lungo il vialone Ferdosi verso Piazza Khomeini e tentiamo di mettere in pratica gli insegnamenti di A&M sulle tecniche per attraversare incolumi la strada (il fatto stesso che lo stia scrivendo certifica che hanno funzionato, altrimenti adesso starei dettando queste parole a battiti di ciglia). Da Piazza Khomeini proseguiamo verso viale Nader Khosrow accodandoci allo struscio finesettimanale che sfocia nella via Pānzdah-e Khordad passando per negozietti e baracchini di street food. Il telefono vibra: Mehrzad mi scrive che lui e Azadeh sono stati reclamati a gran voce da amici che non li vedono da più di un anno, per cui il nostro incontro deve soccombere a un mix di ragion di stato e comprensibile nostalgia. Decidiamo così di tirare avanti col nostro piano e di esplorare la zona attorno al bazar e finiamo DENTRO il bazar.

Il bazar di Tehran è l’esemplificazione grafica per eccellenza del motivo per cui usiamo il termine “bazar” come sinonimo di “labirinto caotico di strade e persone”. Sono sicuro che siamo riusciti a vederne sì e no due terzi, e di certo non abbiamo mai trovato il passaggio che conducesse alla moschea che avrebbe dovuto trovarsi all’interno. Un ulteriore dettaglio da accennare è che l’Iran è un paese non ancora classificabile come meta turistica, particolare importante per demistificare l’aura esotica che circonda termini come “bazar” e ci fa immaginare prodotti arrivati direttamente con la macchina del tempo da lande misteriose ed epoche passate: la metà dei negozi vende vestiti fin troppo occidentali ma di fabbricazione fin troppo orientale, eufemismo per “orrende cinesate da due lire e dal gusto orripilante”, paccottiglia probabilmente cucita in un seminterrato male illuminato e arrivata lì seguendo percorsi meno romantici della Via della Seta, probabilmente un container Pechino-Bandar Abbas. Le uniche bancarelle che vale la pena fotografare sono quelle dei venditori di spezie, di frutta essiccata e le macellerie. Il resto, persino le vetrine dei gioiellieri, sono un accecante tripudio di kitsch che normalmente assoceremmo alla sala ricevimenti del Re Sole.

[Piccolo excursus sull’estetica della ricchezza: è difficile dire come faccia a piacere roba così baroccamente stucchevole, ma credo di avere una teoria. Un po’ ovunque nel mondo e nella storia la povertà è stata vissuta come una punizione, una condizione da paria da cui – comprensibilmente – volersi affrancare. Questa condizione ha creato tutte le menate attorno al concetto di status, all’idea del benessere non come mezzo, ma come fine, come trofeo da esibire, un diploma con su scritto “ce l’ho fatta” da appendere al muro. E come mostrare al meglio la transizione da indigente ad abbiente? Con prove tangibili; con La Roba, tanto per scomodare Verga. Essenzialmente il tutto si è ridotto alla patetica maratona in cui i parvenu, poracci che hanno trovato i mezzi per colmare il gap economico ma privi di idee originali, si riducono a emulare lo stile del ricco rincorrendone l’estetica. Specularmente, e soprattutto con l’ascesa della colta borghesia industriale, il ricco ha continuamente tentato di distanziarsi da questo patetico scimmiottamento invertendo il più radicalmente possibile la rotta alla ricerca di un’estetica diametralmente opposta: se per marcare la distinzione con l’arredo scarno e l’oggettistica essenziale di una casa comune punti al superfluo e all’appariscente, nel momento in cui vedi il pessimo gusto di chi ostenta il proprio comodino rococò in truciolato a fianco di una colonna dorica in gesso con sopra un busto di Beethoven al centro del salotto di un trilocale di Caronno Pertusella, la direzione da seguire è inevitabilmente prendere le distanze dallo stile “non è oro ma luccica” e sottolineare quanto minimaliste siano le linee del tuo arredamento. In sostanza: quando il contadino non aveva niente, il ricco metteva putti dorati anche sulla tazza del cesso; quando l’arricchito ha cominciato a mettere i putti dorati sulla tazza del cesso, il ricco si è trincerato dietro il minimalismo scandinavo dei propri mobili postindustriali shabby chic.]

Finito il giro per il bazar risbuchiamo fuori, sorprendentemente senza nemmeno aver incontrato il Minotauro.

È venerdì – corrispettivo islamico della nostra domenica – e manca poco più di una settimana all’inizio del Noruz, un rave bisettimanale noto banalmente anche come capodanno persiano. La Pānzdah-e Khordad, già di suo un vialone da struscio domenicale, si è trasformata nell’equivalente pedonale delle code all’uscita di Borgo Panigale durante il ponte di Ferragosto. E in questi casi l’unica mossa sensata è una partenza intelligente verso la metro, direzione hotel. Il resto della giornata (e serata) è fondamentalmente riassumibile in uno stato vegetativo e nell’improvvisa perdita di conoscenza fino al mattino successivo.

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