PRD Speciale Iran – Giorno 1: Tehran

10 marzo 2016 | 20 esfand 1394

Ore dopo aver matrixianamente optato per la pillola rossa, il mal di testa sembra aver finalmente deciso di arrendersi al magico potere dell’ibuprofene. Non so esattamente come mai quell’emicrania mi fosse venuta, ma di certo l’aeroporto di Atene sembra essere stato progettato apposta per vendicarsi di un torto che non gli ho mai fatto: illuminato fin troppo bene da neon che tentano di fulminarmi i neuroni e irrorato da un’insopportabile musichetta da ascensore che incoraggia la lobotomia. Forse è per quello che le farmacie vendono l’ibuprofene in enormi confettoni rossi trasparenti.

L’ospitalità per cui i persiani sono menzionati in resoconti di viaggio del presente e del passato ci ha letteralmente aggredito nel cuore della notte, prima ancora di toccare suolo asiatico: poco prima di atterrare abbiamo conosciuto un trio di studenti iraniani di ritorno dalla loro patria d’adozione – l’Austria – nella loro patria vera e propria e che si sono subito offerti di aiutarci. La persianità di Azadeh, Parvaneh e Mehrzad ci ha salvato: in primis ci ha risparmiato le interminabili lungaggini burocratiche nelle quali avevamo già messo in conto di finire con l’omino dei visti, impantanati per ore tra ufficiali di polizia che non vedono l’ora di trovare un pretesto per uscire dall’irritante tedio del turno di notte sventolandoci in faccia i gradi sulla divisa, equivalente militare delle impennate col Fifty smarmittato davanti alla scuola media. E in secundis ha fortunatemente sventato i nostri piani di bighellonaggio notturno per l’aeroporto, idea non brillante con cui avevamo pensato di ammazzare il tempo fino alle prime luci dell’alba in attesa di avviarci verso l’hotel, comodamente raggiungibile dall’aeroporto via astronave o telecinesi.

La nostra trinità di salvatori ha fatto sì che nel giro di mezz’ora entrambi i passaporti fossero belli e timbrati e che avessimo non solo un mezzo per raggiungere immediatamente il centro città, ma addirittura un giaciglio per la notte. A nulla sono valsi i tentativi di declinare timidamente la proposta: all’uscita dal gate c’erano le due famiglie, venute all’aeroporto pensando di doversi limitare a riabbracciare la rispettiva progenie (tanto per chiarire sinteticamente i rapporti di parentela: Azadeh è sorella di Parvaneh e fidanzata di Mehrzad) e ritrovatesi invece a caricare due disperati su un’auto decisamente troppo piccola. Come impareremo nel corso delle future quattro settimane, in Iran si ricevono offerte che, corleonianamente, non si possono rifiutare.

Nella prima auto ci sono i genitori di Azadeh e Parvaneh con la terza sorella, mentre la seconda auto (la MVM 315 del fratello di Mehrzad) ci dà un assaggio immediato dell’arte iraniana di sopravvivere a ogni situazione di guida: il poderoso ed evidentemente indistruttibile bolide sembra reggere me e la Teutone seduti dietro con Mehrzad e il mio zainone, mentre il fratello ha l’aplomb di chi sembra abituato a guidare à l’iranienne con il padre e la madre incastrati a mo’ di Tetris sul sedile anteriore, senza contare il bagagliaio riempito fino all’orlo con lo zainone della Teutone e il gigatrolley da millantacinque libbre di Mehrzad. La 315 ha sicuramente tirato un sospiro di sollievo quando è riuscita a smollare i due stranieri davanti a casa dell’altra famiglia.

Eterna fantozziana genuflessione per una famiglia che si è fisicamente fatta in quattro (in cinque, per la precisione) per farci sentire a casa nostra; noi, due sconosciuti pronti a dormire sul pavimento dell’Imam Khomeini Airport, ci vediamo offrire un vero letto mentre le sorelle, come abbiamo scoperto solo il giorno dopo, si sono divise in tre la cameretta di Ahang, terza sorella, impresa tecnicamente irrealizzabile in un universo a tre dimensioni. Non solo: i genitori hanno pure trovato la forza di interagire con noi e restare svegli fino all’alba, quando sarei stato più che comprensivo se ci avessero liquidato con una sbrigativa buonanotte prima di dedicarsi alle figlie, core de mamma, che non vedevano da un anno.

La mattina, ancora in stato catatonico, ci troviamo davanti una famiglia Mulino Bianco che ci guida verso qualcosa che non ricordo bene se essere stata la cucina di un quadrilocale di Tehran o la sala banchetti del Re Sole: lavāsh, barbari, un formaggio di pecora casereccio, halim, altre cose di cui ho perso il conto e l’immancabile tè, bevanda nazionale iraniana per eccellenza e abitudine di cui sono estremamente felice. Cosa potrebbe fare ancora più contenta una mamma che ti vede assaggiare ogni singola cosa che ti ha appena piazzato sulla tavola? Una mamma che scopre che parli fārsi, tocco finale per trasformarti ufficialmente in figlio adottivo ad honorem.

Dopo la colazione, Azadeh e Mehrzad ci hanno portato a vedere una specie di piccola Cinecittà iraniana dove si può vedere che aspetto avesse il centro di Tehran all’epoca di Rezā Pahlavi, penultimo regnante di Persia prima della rivoluzione islamica. L’area è essenzialmente una replica in cartapesta che viene usata come ambientazione per film storici ed è incuneata tra aree industriali a ridosso di un’autostrada, ma c’è da dire che non capita tutti i giorni di ritrovarsi in una gita familiare fuori porta con i due fidanzati, le sorelle di lei e il fratello di lui con annesso Amir, il piccolo ginger dalla risata paciarotta.

Una menzione particolare la merita senza dubbio la guida iraniana durante le ore di luce, esperienza alla quale il tragitto notturno non ci aveva adeguatamente preparato. Avendo letto qualcosa a riguardo, per non essere colto totalmente alla sprovvista avevo tentato di abituarmi all’idea immaginandomi come sarebbe Napoli se avesse 15 milioni di abitanti, ma il mio ottimismo è stato sfortunatamente disatteso. Orde di furgoni Zamyad blu che oscillano pericolosamente; vecchi camion Mercedes arancioni caricati ben oltre quella che presumo essere l’altezza massima consentita dalle leggi vigenti (non sto parlando del Codice Stradale: intendo proprio le leggi della fisica); vecchie Paykan – storica berlina iraniana per antonomasia – che improvvisamente sbucano dal nulla; una Saipa 131 che pensa bene di fare retromarcia sulla corsia lenta; persino motorini, visibilmente al di sotto della cilindrata minima consentita per il transito autostradale, con a bordo tutta la famiglia (penso che a quel punto la mancanza del casco sia il minore dei problemi) e il gran finale: esseri umani che si piazzano TRA due corsie o DAVANTI allo spartitraffico degli svincoli per vendere l’inverosimile, dalle fragole ai CD masterizzati, dai selfie stick alle carte da poker (quale migliore testimonial per il gioco d’azzardo di uno sbroccato che gioca all-in camminando sulla striscia bianca tra due corsie di un’autostrada?). Non ho sottomano statistiche ufficiali del Ministero dei Trasporti, ma credo di poterne inventare di attendibili su due piedi, tutte riassumibili nella frase “vedo la gente morta.”

La giornata è proseguita con il ritorno a casa per la pausa pranzo, passaggio obbligato nel quale non abbiamo e mai avremo voce in capitolo. La mamma di Azadeh, che già la mattina aveva intuito che sarei stato la cavia ideale per ogni esperimento culinario, ci ha fatto trovare una tavolata dalla quale debordavano piatti strapieni di ogni cosa immaginabile. Un vassoio delle dimensioni e della stazza della corazzata Potëmkin dalla quale si stagliava una collinetta di polō (il classico contorno iraniano di riso bollito) con straccetti di carne e fagiolini; verdure miste sottaceto fatte in casa, compreso persino un aglio annerito dall’aceto; piattini con semplici foglie miste di menta, coriandolo, cicoria e altro fogliame sparso da ruminare crudo a mo’ di contorno. La mamma aveva persino preparato il duq, avendo senza dubbio intuito che non avrei perso occasione per strafogarmi di quest’altra bevanda definitiva a base di yogurt e menta tritata.

Prima di traslocare – ormai controvoglia – nell’hotel che avevamo dovuto prenotare per avere il visto abbiamo avuto addirittura l’onore di conoscere i nonni materni: una minuscola donnina che mi ha nominato ufficialmente nipote e un nonno con un’aura di autorità che parlava in un accento incredibilmente magnetico; persino le parole che non conoscevo avrei potuto comunque trascriverle come da un doppiaggio perfetto. I nostri amici (e uso questa parola nel senso più autentico del termine perché non c’è definizione più calzante) ci hanno promesso un’ultima tappa prima di lasciarci andare all’hotel: siamo saliti fino in cima al Bām-e Tehrān, il «tetto di Tehran» così chiamato per ovvie ragioni. Da questa pendice della corona di montagne che circondano la capitale si può ammirare quasi completamente la vastità di questa megalopoli tentacolare e caotica, un deserto sconfinato di luci dal quale è praticamente impossibile vedere la fine. Il Bām-e Tehrān è un posto da cui vedi le luci e percepisci il movimento ma non senti il rumore dell’intrico di strade che sembra sempre a un secondo dal collasso. È un posto da cui gli autoctoni sembrano sentirsi sicuri e letteralmente al di sopra di tutti quei comprensibili timori che presumo lascino un retrogusto di amarezza alla quotidianità, tant’è vero che è proprio lì che per la prima volta vedo tante coppie tenersi per mano, un dettaglio che balza immediatamente all’occhio anche nella liberale Tehran odierna.

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