PRD Speciale Iran – Prologo

A un certo punto nel corso dell’anno passato ho sentito il bisogno fisiologico di una valvola di sfogo. C’è chi si iscrive in palestra, chi si compra una cabrio, chi fa un corso di découpage o di merengue. Io ho deciso di imparare il fārsi. Probabilmente non la prima opzione a cui normalmente si pensa, ma io ho sempre avuto un debole per le lingue e il fārsi era in cima alla mia lista virtuale di nuovi idiomi da imparare. E così mi ci sono buttato, tanto più che ho anche sempre avuto un debole per gli stati non-democratici e l’Iran è tra i miei preferiti.

Necessaria nota a margine: mi rendo conto che il fatto di avere una classifica dei regimi del cuore, oltre a non essere certo il modo migliore per rompere il ghiaccio a una festa, suona leggermente strano (diciamo a metà tra il surreale e il sociopatico), per cui sono necessari un paio di chiarimenti. Non ho mai trovato ragioni valide per apprezzare alcuna dittatura o semidittatura passata o presente, mangiapreti o baciapile, filopauperista o plutocratica, realpolitisch o sbroccata. Semplicemente è innegabile che le dinamiche politiche che creano l’habitat ideale per la nascita, la crescita e l’inevitabile declino di despotismi e oligarchie varie abbiano una certa attrattiva sociologica, specialmente se si è già inclini a una certa misantropia e un generale scoramento verso la capacità umana di fare scelte razionali.

Col progredire del mio fārsi, il mio interesse ha inevitabilmente cominciato a estendersi anche all’Iran in generale. Non che fossi digiuno di informazioni a riguardo, ma ero consapevole dei loro limiti. Sono partito con il ravanare internet alla ricerca di articoli sulla storia del persiano e della Persia e sono dolcemente naufragato in un mare di video, immagini e paginate sul paese e i suoi paesaggi, e quindi inevitabilmente sulla sua gente, e quindi inevitabilmente sui suoi usi e costumi, e quindi, e quindi, e quindi. E quindi alla fine ho capito che ci sarei dovuto andare, tanto più che nel frattempo stavano succedendo un sacco di cose: il 2015 è stato un anno cruciale per l’Iran e per i suoi rapporti col resto del mondo, una serie di fortunate coincidenze che si sono poi rivelate provvidenziali per la logistica di questo progetto.

Una sera sono tornato a casa e ho buttato lì l’idea alla Teutone, che ha inizialmente reagito con uno sguardo attonito. Tutti sogniamo di possedere una macchina del tempo per viaggiare nel passato, ma normalmente non intendiamo il Corano, e di certo la prospettiva di essere catapultati indietro di 1400 anni non è esattamente il sogno di ogni donna. Alla fine lo shock iniziale ha però lasciato gradualmente spazio all’entusiasmo. Del resto la Persia non è solo lo sguardo torvo di Khomeini: è anche la terra delle mille e una notte di Shahrzād e dei versi bacchici, tabacchici e venerei di Omar Khayyam.

E così io e la Teutone abbiamo cominciato a pianificare il viaggio con l’imprescindibile acribia prussiano-brianzola del caso; perché in fondo, disgelo politico o no, non stiamo comunque parlando di un weekend a Reggio Emilia. I dati disponibili sull’Iran sono pur sempre pochi e raramente tra i più attuali; e quando il successo o il fallimento di un intero viaggio si gioca sulle minuzie di un intrico di leggi inutilmente severe, anacronistiche, contradditorie e in generale arbitrarie, l’ultima cosa che vuoi è sognare di giocare al Marco Polo della domenica per poi ritrovarti davanti a un pasdaran della buoncostume con i baffi da Piero Focaccia che decide di rispedirti a casa perché la tua maglietta è troppo colorata.

L’Iran è grande, non solo in senso qualitativo: è proprio grande, è tanto. Di conseguenza abbiamo deciso che ci saremmo presi tempo sufficiente per esplorarne quanto più possibile in una volta. Abbiamo costruito, smontato e rimontato itinerari di viaggio, aggiungendo e togliendo città, allungando e abbreviando tratti di strada; abbiamo calcolato con la maggior precisione possibile ogni dettaglio, dalle distanze e i tempi di percorrenza dei bus al costo dei biglietti, dei musei, dei generi alimentari (compito non facile in un paese con una valuta così debole e un’inflazione così lunatica); abbiamo risparmiato abbastanza per non dover passare notti insonni nel timore di rimanere al verde, anche perché rimanere senza una lira in un paese ancora fuori dal circuito SWIFT significa non avere accesso a nessun’altra forma di pagamento alternativa al caro vecchio hard cash. Per essere sicuro di avere gli aggiornamenti più recenti in fatto di visti e normative varie sono persino andato all’ambasciata iraniana, dove l’ufficiale consolare mi ha spiegato che da ottobre 2015 i cittadini europei possono ottenere un visto turistico di 30 giorni direttamente all’arrivo e possono uscire dal paese senza richiedere l’intervento dei marines o dei servizi segreti. Abbiamo letto abbastanza materiale sulla storia e la cultura del paese per sapere quali città e regioni non andassero perse assolutamente (e quali evitare tout court) e per arrivare il più possibile scevri da involontari preconcetti o altri rifiuti nocivi che potessero creare situazioni imbarazzanti con le persone che avremmo incontrato lungo il cammino. Perché il piano era proprio quello: essere viaggiatori, non turisti. Immergersi senza remore nella persianità e interagire – limitazioni linguistiche e giuridiche permettendo – con gli autoctoni. A saltare da un hotel all’altro sono capaci tutti: prenotare solo due notti a Tehran giusto per ricevere il visa on arrival all’aeroporto e affidarsi poi a un mix di buona sorte, ospitalità e portali di couchsurfing richiede una certa dose di ottimismo.

Per diversi ragioni abbiamo deciso di viaggiare per l’Iran in un arco di quattro settimane tra marzo e aprile: volendo visitare sia il nord che il sud, da un lato era indispensabile un periodo dell’anno che non fosse troppo caldo nell’area del Golfo Persico o troppo freddo nelle aree montuose, e dall’altro eravamo curiosi di vivere le due settimane del Noruz, il capodanno persiano che inizia con l’equinozio di primavera. Da persone frugali quali siamo, ci siamo accontentati del volo più economico a disposizione, preferendo dirottare risorse sul soggiorno che sul comfort aereo: volo Berlino-Atene-Tehran e viceversa, con cinque ore di attesa all’andata e sette al ritorno. Zaino caricato al minimo indispensabile per non appesantirci lungo il cammino e per avere spazio libero da riempire eventualmente con cose interessanti, più bagaglio a mano con macchine fotografiche, batterie di ricambio ed elettronica varia, quadernetto per i vocaboli, piano di viaggio rigorosamente analogico con mappe e indirizzi delle ambasciate di mezza Europa, più due regali utili: il Farsi Phrasebook della Lonely Planet e un diario di viaggio rilegato a mano.

La versione riveduta, corretta e ampliata di questo diario cartaceo di viaggio si sta trasformando in una serie di post qui, una sorta di monografia persiana. A breve la prima puntata.

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6 comments

  1. Questa considerazione mi ha fatto morire dal ridere: “Tutti sogniamo di possedere una macchina del tempo per viaggiare nel passato, ma normalmente non intendiamo il Corano, e di certo la prospettiva di essere catapultati indietro di 1400 anni non è esattamente il sogno di ogni donna.”
    Ed è anche il motivo per cui mi possono raccontare quello che vogliono su quanto sia bello l’Iran e che arte meravigliosa ci sia, ma finché l’Iran sarà così musulmano e io così femmina, preferirò andare a Cinisello Balsamo.
    Ciononostante mi freuo già di leggere il diario di viaggio.

    1. Ahahah! Devo dire che questa mia considerazione è stato uno dei miei pensieri pre-viaggio: nel corso del diario noterai che il livello di disuguaglianza tra sessi in Iran è sopravvalutato. C’è, e si vede, ma rispetto a paesi tipo l’Arabia Saudita hai un abisso, e devo dire che c’è molta più emancipazione di quanto si creda. Chiaramente ci vorranno decenni prima che si possa parlare seriamente di parità dei sessi (e finché la costituzionalità delle leggi sarà misurata sulla loro conformità al Corano i progressi saranno lenti), ma è fattibile.

      1. la mia coinquilina roja, infatti, non è che fosse chissà che donnina sottomessa, però ci raccontava che sì, in iran le donne devono seguire certe regole, e che le regole sono per la loro “sicurezza”. ho sempre pensato che fosse matta, ora con l’ondata migratoria comincio a capire cosa intendeva.

  2. Sto a Berlino e mia moglie è iraniana. Se ti va di venire a farti una chiacchierata e bere una birra (o un dough) immagino tu sia in grado di vedere l’email legata al commento. Come bonus per i prossimi due mesi a casa mia ci trovi anche mia suocera.

    1. Una suocera iraniana è un’offerta che non si può rifiutare 🙂

      Sì, l’indirizzo email riesco a visualizzarlo, per cui direi che accetto volentieri l’offerta e alla prima occasione possibile ci organizziamo 😉

      Grazie mille!

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