Month: May 2016

PRD Speciale Iran – Giorno 3: ultimo giorno a Tehran

12 marzo| 22 esfand

La giornata prevede un programma intenso e inizia con me e la Teutone che prendiamo la metro a incontrarci con i Fidanzati e un’omonima amica di lei. La prima destinazione è Sa’dābād, residenza estiva dello shah trasformata in un aggregato di musei dopo la brusca fine della monarchia. Il complesso, costruito nel XIX secolo direttamente in prossimità delle montagne a nord della città, è stato ampliato durante il regno degli ultimi Pahlavi fino a coprire un’area di dimensioni paraculissime, presumibilmente per far capire chi comandasse ai tempi di Mohammad Rezā Shah (la CIA).

Uno degli edifici è diventato un museo che raccoglie abiti tipici delle varie etnie presenti in Iran, oltre ad avere un’intera ala dedicata alle sobrie uniformi di Mohammad Rezā, tempestate di medagliette a un non meglio precisato valore, ai frugali abiti indiamantati della fashion blogger Farah Dibā e al resto del guardaroba familiare; quello stile pomposo tipico dei regnanti che si fanno spedire le linguine all’astice col jet privato mentre il popolo mangia brioche e qualche anno dopo si chiedono come mai lo stesso popolo, invece di apprezzare il loro glamour, si fa aizzare dal primo che passa e li insegue coi forconi.

Dopo la visita ai musei della residenza abbiamo proseguito la risalita delle pendici del Darband, che da un certo punto in poi è accessibile solo a piedi; le viuzze sono così strette che l’unico modo per rifornire i ristorantini incastonati sul sentiero è a dorso d’asino. A ridosso di una parete della montagna ci siamo seduti in quello che con un po’ di fantasia si potrebbe definire “il dehors del ristorante”, una serie di cabine a un mezzo metro da terra dotate di tappeto (tenete presente che in Iran il pavimento è anche sala da pranzo, oltre che materasso) e ci siamo goduti un altro giro di cibo iraniano: un kabāb, lo spiedone di carne nonché altro grande classico della cucina persiana, protetto dall’onnipresente montagnetta di polō e ovviamente affiancato dall’irrinunciabile duq, e a ‘sto giro pure con un assaggio di yogurt allo scalogno (che detto così sembra uno di quegli abomini culinari che concepirebbe Carlo Cracco in botta da speed, ma che invece è buonissimo). Come tocco finale postprandiale, giro di narghilè con graduale retrocessione dell’hijab fino alla completa caduta. Perché quando sei abbastanza lontano dal Grande Fratello, un virtuale dito medio al Supremo Leader ci sta tutto.

Al ritorno dal Darband siamo stati ri-ospitati in famiglia, stavolta nell’altrettanto barocca casa di Mehrzad, edificio costruito in gran pompa e con attenzione al dettaglio e alla qualità dei materiali, dettaglio che è giusto accennare in quanto estremamente raro.

Inutile dire che sarebbe stato impossibile ritrovarsi semplicemente a chiacchierare con la famiglia fino all’ora di cena: se per più di cinque minuti non hai ingerito solidi e/o liquidi, un familiare a rotazione verrà come minimo a chiederti retoricamente se hai fame e/o sete, ignorando la tua risposta e portando comunque tè. E “tè” non significa mai solo una tazza di tè, ma sottintende un vassoio di biscotti, un vassoio di biscotti e un vassoio di biscotti, più una cascata di cioccolatini, un cumulo di frutta secca e un desco di frutta fresca (che in Iran comprende anche i cetrioli). Sia mai che arrivi affamato alla cena che avrà luogo un’ora più tardi. Per la suddetta cena a base di qormeh sabzi è stato invitato tutto il condominio: il fratello che vive coi genitori, l’altro fratello che vive al quinto piano con moglie e figlio e il vicino del quarto piano con progenie al seguito.

Una serata non può però dirsi completa se non ci sono almeno un paio di foto con lo straniero, in questo caso un bello slideshow con lo smartphone, uno col tablet e addirittura una mezza dozzina di polaroid; una manciata di jpeg che finiranno in qualche album dei ricordi o più probabilmente su Facebook.

Per dare un’idea di quanto gli iraniani accolgano degli sconosciuti dal Medio Occidente con un misto di sguardi perplessi ed euforia da belieber, basti pensare che più di una mamma ha obbligato i propri figli a fare selfie con noi o ha chiesto a noi di scattare una foto AI loro figli, da portarci a casa come ricordo dell’Iran. Dal conteggio sono esclusi i passanti che ti fermano per strada, ti dicono “welcome to Iran” e proseguono per i fatti loro, e i bambini che già a dieci metri di distanza si bisbigliano nell’orecchio per decidere chi sarà il coraggioso a cui toccherà dire “hello, how are you?” prima di passarti di fianco sogghignando.

PRD Speciale Iran – Giorno 2: Tehran

11 marzo | 21 esfand

L’appuntamento con Azadeh & Mehrzad e sorellame assortito è per l’una. La colazione all’hotel è possibile fino alle 10, ma la letale combinazione di leggero jet lag, stanchezza arretrata e generico sbattimento ci fa svegliare troppo tardi e ci costringe ad accontentarci dell’onnipresente tè prima di buttarci – per la prima volta da soli – sulle strade della metropoli. Ci avviamo a piedi lungo il vialone Ferdosi verso Piazza Khomeini e tentiamo di mettere in pratica gli insegnamenti di A&M sulle tecniche per attraversare incolumi la strada (il fatto stesso che lo stia scrivendo certifica che hanno funzionato, altrimenti adesso starei dettando queste parole a battiti di ciglia). Da Piazza Khomeini proseguiamo verso viale Nader Khosrow accodandoci allo struscio finesettimanale che sfocia nella via Pānzdah-e Khordad passando per negozietti e baracchini di street food. Il telefono vibra: Mehrzad mi scrive che lui e Azadeh sono stati reclamati a gran voce da amici che non li vedono da più di un anno, per cui il nostro incontro deve soccombere a un mix di ragion di stato e comprensibile nostalgia. Decidiamo così di tirare avanti col nostro piano e di esplorare la zona attorno al bazar e finiamo DENTRO il bazar.

Il bazar di Tehran è l’esemplificazione grafica per eccellenza del motivo per cui usiamo il termine “bazar” come sinonimo di “labirinto caotico di strade e persone”. Sono sicuro che siamo riusciti a vederne sì e no due terzi, e di certo non abbiamo mai trovato il passaggio che conducesse alla moschea che avrebbe dovuto trovarsi all’interno. Un ulteriore dettaglio da accennare è che l’Iran è un paese non ancora classificabile come meta turistica, particolare importante per demistificare l’aura esotica che circonda termini come “bazar” e ci fa immaginare prodotti arrivati direttamente con la macchina del tempo da lande misteriose ed epoche passate: la metà dei negozi vende vestiti fin troppo occidentali ma di fabbricazione fin troppo orientale, eufemismo per “orrende cinesate da due lire e dal gusto orripilante”, paccottiglia probabilmente cucita in un seminterrato male illuminato e arrivata lì seguendo percorsi meno romantici della Via della Seta, probabilmente un container Pechino-Bandar Abbas. Le uniche bancarelle che vale la pena fotografare sono quelle dei venditori di spezie, di frutta essiccata e le macellerie. Il resto, persino le vetrine dei gioiellieri, sono un accecante tripudio di kitsch che normalmente assoceremmo alla sala ricevimenti del Re Sole.

[Piccolo excursus sull’estetica della ricchezza: è difficile dire come faccia a piacere roba così baroccamente stucchevole, ma credo di avere una teoria. Un po’ ovunque nel mondo e nella storia la povertà è stata vissuta come una punizione, una condizione da paria da cui – comprensibilmente – volersi affrancare. Questa condizione ha creato tutte le menate attorno al concetto di status, all’idea del benessere non come mezzo, ma come fine, come trofeo da esibire, un diploma con su scritto “ce l’ho fatta” da appendere al muro. E come mostrare al meglio la transizione da indigente ad abbiente? Con prove tangibili; con La Roba, tanto per scomodare Verga. Essenzialmente il tutto si è ridotto alla patetica maratona in cui i parvenu, poracci che hanno trovato i mezzi per colmare il gap economico ma privi di idee originali, si riducono a emulare lo stile del ricco rincorrendone l’estetica. Specularmente, e soprattutto con l’ascesa della colta borghesia industriale, il ricco ha continuamente tentato di distanziarsi da questo patetico scimmiottamento invertendo il più radicalmente possibile la rotta alla ricerca di un’estetica diametralmente opposta: se per marcare la distinzione con l’arredo scarno e l’oggettistica essenziale di una casa comune punti al superfluo e all’appariscente, nel momento in cui vedi il pessimo gusto di chi ostenta il proprio comodino rococò in truciolato a fianco di una colonna dorica in gesso con sopra un busto di Beethoven al centro del salotto di un trilocale di Caronno Pertusella, la direzione da seguire è inevitabilmente prendere le distanze dallo stile “non è oro ma luccica” e sottolineare quanto minimaliste siano le linee del tuo arredamento. In sostanza: quando il contadino non aveva niente, il ricco metteva putti dorati anche sulla tazza del cesso; quando l’arricchito ha cominciato a mettere i putti dorati sulla tazza del cesso, il ricco si è trincerato dietro il minimalismo scandinavo dei propri mobili postindustriali shabby chic.]

Finito il giro per il bazar risbuchiamo fuori, sorprendentemente senza nemmeno aver incontrato il Minotauro.

È venerdì – corrispettivo islamico della nostra domenica – e manca poco più di una settimana all’inizio del Noruz, un rave bisettimanale noto banalmente anche come capodanno persiano. La Pānzdah-e Khordad, già di suo un vialone da struscio domenicale, si è trasformata nell’equivalente pedonale delle code all’uscita di Borgo Panigale durante il ponte di Ferragosto. E in questi casi l’unica mossa sensata è una partenza intelligente verso la metro, direzione hotel. Il resto della giornata (e serata) è fondamentalmente riassumibile in uno stato vegetativo e nell’improvvisa perdita di conoscenza fino al mattino successivo.

PRD Speciale Iran – Giorno 1: Tehran

10 marzo 2016 | 20 esfand 1394

Ore dopo aver matrixianamente optato per la pillola rossa, il mal di testa sembra aver finalmente deciso di arrendersi al magico potere dell’ibuprofene. Non so esattamente come mai quell’emicrania mi fosse venuta, ma di certo l’aeroporto di Atene sembra essere stato progettato apposta per vendicarsi di un torto che non gli ho mai fatto: illuminato fin troppo bene da neon che tentano di fulminarmi i neuroni e irrorato da un’insopportabile musichetta da ascensore che incoraggia la lobotomia. Forse è per quello che le farmacie vendono l’ibuprofene in enormi confettoni rossi trasparenti.

L’ospitalità per cui i persiani sono menzionati in resoconti di viaggio del presente e del passato ci ha letteralmente aggredito nel cuore della notte, prima ancora di toccare suolo asiatico: poco prima di atterrare abbiamo conosciuto un trio di studenti iraniani di ritorno dalla loro patria d’adozione – l’Austria – nella loro patria vera e propria e che si sono subito offerti di aiutarci. La persianità di Azadeh, Parvaneh e Mehrzad ci ha salvato: in primis ci ha risparmiato le interminabili lungaggini burocratiche nelle quali avevamo già messo in conto di finire con l’omino dei visti, impantanati per ore tra ufficiali di polizia che non vedono l’ora di trovare un pretesto per uscire dall’irritante tedio del turno di notte sventolandoci in faccia i gradi sulla divisa, equivalente militare delle impennate col Fifty smarmittato davanti alla scuola media. E in secundis ha fortunatemente sventato i nostri piani di bighellonaggio notturno per l’aeroporto, idea non brillante con cui avevamo pensato di ammazzare il tempo fino alle prime luci dell’alba in attesa di avviarci verso l’hotel, comodamente raggiungibile dall’aeroporto via astronave o telecinesi.

La nostra trinità di salvatori ha fatto sì che nel giro di mezz’ora entrambi i passaporti fossero belli e timbrati e che avessimo non solo un mezzo per raggiungere immediatamente il centro città, ma addirittura un giaciglio per la notte. A nulla sono valsi i tentativi di declinare timidamente la proposta: all’uscita dal gate c’erano le due famiglie, venute all’aeroporto pensando di doversi limitare a riabbracciare la rispettiva progenie (tanto per chiarire sinteticamente i rapporti di parentela: Azadeh è sorella di Parvaneh e fidanzata di Mehrzad) e ritrovatesi invece a caricare due disperati su un’auto decisamente troppo piccola. Come impareremo nel corso delle future quattro settimane, in Iran si ricevono offerte che, corleonianamente, non si possono rifiutare.

Nella prima auto ci sono i genitori di Azadeh e Parvaneh con la terza sorella, mentre la seconda auto (la MVM 315 del fratello di Mehrzad) ci dà un assaggio immediato dell’arte iraniana di sopravvivere a ogni situazione di guida: il poderoso ed evidentemente indistruttibile bolide sembra reggere me e la Teutone seduti dietro con Mehrzad e il mio zainone, mentre il fratello ha l’aplomb di chi sembra abituato a guidare à l’iranienne con il padre e la madre incastrati a mo’ di Tetris sul sedile anteriore, senza contare il bagagliaio riempito fino all’orlo con lo zainone della Teutone e il gigatrolley da millantacinque libbre di Mehrzad. La 315 ha sicuramente tirato un sospiro di sollievo quando è riuscita a smollare i due stranieri davanti a casa dell’altra famiglia.

Eterna fantozziana genuflessione per una famiglia che si è fisicamente fatta in quattro (in cinque, per la precisione) per farci sentire a casa nostra; noi, due sconosciuti pronti a dormire sul pavimento dell’Imam Khomeini Airport, ci vediamo offrire un vero letto mentre le sorelle, come abbiamo scoperto solo il giorno dopo, si sono divise in tre la cameretta di Ahang, terza sorella, impresa tecnicamente irrealizzabile in un universo a tre dimensioni. Non solo: i genitori hanno pure trovato la forza di interagire con noi e restare svegli fino all’alba, quando sarei stato più che comprensivo se ci avessero liquidato con una sbrigativa buonanotte prima di dedicarsi alle figlie, core de mamma, che non vedevano da un anno.

La mattina, ancora in stato catatonico, ci troviamo davanti una famiglia Mulino Bianco che ci guida verso qualcosa che non ricordo bene se essere stata la cucina di un quadrilocale di Tehran o la sala banchetti del Re Sole: lavāsh, barbari, un formaggio di pecora casereccio, halim, altre cose di cui ho perso il conto e l’immancabile tè, bevanda nazionale iraniana per eccellenza e abitudine di cui sono estremamente felice. Cosa potrebbe fare ancora più contenta una mamma che ti vede assaggiare ogni singola cosa che ti ha appena piazzato sulla tavola? Una mamma che scopre che parli fārsi, tocco finale per trasformarti ufficialmente in figlio adottivo ad honorem.

Dopo la colazione, Azadeh e Mehrzad ci hanno portato a vedere una specie di piccola Cinecittà iraniana dove si può vedere che aspetto avesse il centro di Tehran all’epoca di Rezā Pahlavi, penultimo regnante di Persia prima della rivoluzione islamica. L’area è essenzialmente una replica in cartapesta che viene usata come ambientazione per film storici ed è incuneata tra aree industriali a ridosso di un’autostrada, ma c’è da dire che non capita tutti i giorni di ritrovarsi in una gita familiare fuori porta con i due fidanzati, le sorelle di lei e il fratello di lui con annesso Amir, il piccolo ginger dalla risata paciarotta.

Una menzione particolare la merita senza dubbio la guida iraniana durante le ore di luce, esperienza alla quale il tragitto notturno non ci aveva adeguatamente preparato. Avendo letto qualcosa a riguardo, per non essere colto totalmente alla sprovvista avevo tentato di abituarmi all’idea immaginandomi come sarebbe Napoli se avesse 15 milioni di abitanti, ma il mio ottimismo è stato sfortunatamente disatteso. Orde di furgoni Zamyad blu che oscillano pericolosamente; vecchi camion Mercedes arancioni caricati ben oltre quella che presumo essere l’altezza massima consentita dalle leggi vigenti (non sto parlando del Codice Stradale: intendo proprio le leggi della fisica); vecchie Paykan – storica berlina iraniana per antonomasia – che improvvisamente sbucano dal nulla; una Saipa 131 che pensa bene di fare retromarcia sulla corsia lenta; persino motorini, visibilmente al di sotto della cilindrata minima consentita per il transito autostradale, con a bordo tutta la famiglia (penso che a quel punto la mancanza del casco sia il minore dei problemi) e il gran finale: esseri umani che si piazzano TRA due corsie o DAVANTI allo spartitraffico degli svincoli per vendere l’inverosimile, dalle fragole ai CD masterizzati, dai selfie stick alle carte da poker (quale migliore testimonial per il gioco d’azzardo di uno sbroccato che gioca all-in camminando sulla striscia bianca tra due corsie di un’autostrada?). Non ho sottomano statistiche ufficiali del Ministero dei Trasporti, ma credo di poterne inventare di attendibili su due piedi, tutte riassumibili nella frase “vedo la gente morta.”

La giornata è proseguita con il ritorno a casa per la pausa pranzo, passaggio obbligato nel quale non abbiamo e mai avremo voce in capitolo. La mamma di Azadeh, che già la mattina aveva intuito che sarei stato la cavia ideale per ogni esperimento culinario, ci ha fatto trovare una tavolata dalla quale debordavano piatti strapieni di ogni cosa immaginabile. Un vassoio delle dimensioni e della stazza della corazzata Potëmkin dalla quale si stagliava una collinetta di polō (il classico contorno iraniano di riso bollito) con straccetti di carne e fagiolini; verdure miste sottaceto fatte in casa, compreso persino un aglio annerito dall’aceto; piattini con semplici foglie miste di menta, coriandolo, cicoria e altro fogliame sparso da ruminare crudo a mo’ di contorno. La mamma aveva persino preparato il duq, avendo senza dubbio intuito che non avrei perso occasione per strafogarmi di quest’altra bevanda definitiva a base di yogurt e menta tritata.

Prima di traslocare – ormai controvoglia – nell’hotel che avevamo dovuto prenotare per avere il visto abbiamo avuto addirittura l’onore di conoscere i nonni materni: una minuscola donnina che mi ha nominato ufficialmente nipote e un nonno con un’aura di autorità che parlava in un accento incredibilmente magnetico; persino le parole che non conoscevo avrei potuto comunque trascriverle come da un doppiaggio perfetto. I nostri amici (e uso questa parola nel senso più autentico del termine perché non c’è definizione più calzante) ci hanno promesso un’ultima tappa prima di lasciarci andare all’hotel: siamo saliti fino in cima al Bām-e Tehrān, il «tetto di Tehran» così chiamato per ovvie ragioni. Da questa pendice della corona di montagne che circondano la capitale si può ammirare quasi completamente la vastità di questa megalopoli tentacolare e caotica, un deserto sconfinato di luci dal quale è praticamente impossibile vedere la fine. Il Bām-e Tehrān è un posto da cui vedi le luci e percepisci il movimento ma non senti il rumore dell’intrico di strade che sembra sempre a un secondo dal collasso. È un posto da cui gli autoctoni sembrano sentirsi sicuri e letteralmente al di sopra di tutti quei comprensibili timori che presumo lascino un retrogusto di amarezza alla quotidianità, tant’è vero che è proprio lì che per la prima volta vedo tante coppie tenersi per mano, un dettaglio che balza immediatamente all’occhio anche nella liberale Tehran odierna.

PRD Speciale Iran – Prologo

A un certo punto nel corso dell’anno passato ho sentito il bisogno fisiologico di una valvola di sfogo. C’è chi si iscrive in palestra, chi si compra una cabrio, chi fa un corso di découpage o di merengue. Io ho deciso di imparare il fārsi. Probabilmente non la prima opzione a cui normalmente si pensa, ma io ho sempre avuto un debole per le lingue e il fārsi era in cima alla mia lista virtuale di nuovi idiomi da imparare. E così mi ci sono buttato, tanto più che ho anche sempre avuto un debole per gli stati non-democratici e l’Iran è tra i miei preferiti.

Necessaria nota a margine: mi rendo conto che il fatto di avere una classifica dei regimi del cuore, oltre a non essere certo il modo migliore per rompere il ghiaccio a una festa, suona leggermente strano (diciamo a metà tra il surreale e il sociopatico), per cui sono necessari un paio di chiarimenti. Non ho mai trovato ragioni valide per apprezzare alcuna dittatura o semidittatura passata o presente, mangiapreti o baciapile, filopauperista o plutocratica, realpolitisch o sbroccata. Semplicemente è innegabile che le dinamiche politiche che creano l’habitat ideale per la nascita, la crescita e l’inevitabile declino di despotismi e oligarchie varie abbiano una certa attrattiva sociologica, specialmente se si è già inclini a una certa misantropia e un generale scoramento verso la capacità umana di fare scelte razionali.

Col progredire del mio fārsi, il mio interesse ha inevitabilmente cominciato a estendersi anche all’Iran in generale. Non che fossi digiuno di informazioni a riguardo, ma ero consapevole dei loro limiti. Sono partito con il ravanare internet alla ricerca di articoli sulla storia del persiano e della Persia e sono dolcemente naufragato in un mare di video, immagini e paginate sul paese e i suoi paesaggi, e quindi inevitabilmente sulla sua gente, e quindi inevitabilmente sui suoi usi e costumi, e quindi, e quindi, e quindi. E quindi alla fine ho capito che ci sarei dovuto andare, tanto più che nel frattempo stavano succedendo un sacco di cose: il 2015 è stato un anno cruciale per l’Iran e per i suoi rapporti col resto del mondo, una serie di fortunate coincidenze che si sono poi rivelate provvidenziali per la logistica di questo progetto.

Una sera sono tornato a casa e ho buttato lì l’idea alla Teutone, che ha inizialmente reagito con uno sguardo attonito. Tutti sogniamo di possedere una macchina del tempo per viaggiare nel passato, ma normalmente non intendiamo il Corano, e di certo la prospettiva di essere catapultati indietro di 1400 anni non è esattamente il sogno di ogni donna. Alla fine lo shock iniziale ha però lasciato gradualmente spazio all’entusiasmo. Del resto la Persia non è solo lo sguardo torvo di Khomeini: è anche la terra delle mille e una notte di Shahrzād e dei versi bacchici, tabacchici e venerei di Omar Khayyam.

E così io e la Teutone abbiamo cominciato a pianificare il viaggio con l’imprescindibile acribia prussiano-brianzola del caso; perché in fondo, disgelo politico o no, non stiamo comunque parlando di un weekend a Reggio Emilia. I dati disponibili sull’Iran sono pur sempre pochi e raramente tra i più attuali; e quando il successo o il fallimento di un intero viaggio si gioca sulle minuzie di un intrico di leggi inutilmente severe, anacronistiche, contradditorie e in generale arbitrarie, l’ultima cosa che vuoi è sognare di giocare al Marco Polo della domenica per poi ritrovarti davanti a un pasdaran della buoncostume con i baffi da Piero Focaccia che decide di rispedirti a casa perché la tua maglietta è troppo colorata.

L’Iran è grande, non solo in senso qualitativo: è proprio grande, è tanto. Di conseguenza abbiamo deciso che ci saremmo presi tempo sufficiente per esplorarne quanto più possibile in una volta. Abbiamo costruito, smontato e rimontato itinerari di viaggio, aggiungendo e togliendo città, allungando e abbreviando tratti di strada; abbiamo calcolato con la maggior precisione possibile ogni dettaglio, dalle distanze e i tempi di percorrenza dei bus al costo dei biglietti, dei musei, dei generi alimentari (compito non facile in un paese con una valuta così debole e un’inflazione così lunatica); abbiamo risparmiato abbastanza per non dover passare notti insonni nel timore di rimanere al verde, anche perché rimanere senza una lira in un paese ancora fuori dal circuito SWIFT significa non avere accesso a nessun’altra forma di pagamento alternativa al caro vecchio hard cash. Per essere sicuro di avere gli aggiornamenti più recenti in fatto di visti e normative varie sono persino andato all’ambasciata iraniana, dove l’ufficiale consolare mi ha spiegato che da ottobre 2015 i cittadini europei possono ottenere un visto turistico di 30 giorni direttamente all’arrivo e possono uscire dal paese senza richiedere l’intervento dei marines o dei servizi segreti. Abbiamo letto abbastanza materiale sulla storia e la cultura del paese per sapere quali città e regioni non andassero perse assolutamente (e quali evitare tout court) e per arrivare il più possibile scevri da involontari preconcetti o altri rifiuti nocivi che potessero creare situazioni imbarazzanti con le persone che avremmo incontrato lungo il cammino. Perché il piano era proprio quello: essere viaggiatori, non turisti. Immergersi senza remore nella persianità e interagire – limitazioni linguistiche e giuridiche permettendo – con gli autoctoni. A saltare da un hotel all’altro sono capaci tutti: prenotare solo due notti a Tehran giusto per ricevere il visa on arrival all’aeroporto e affidarsi poi a un mix di buona sorte, ospitalità e portali di couchsurfing richiede una certa dose di ottimismo.

Per diversi ragioni abbiamo deciso di viaggiare per l’Iran in un arco di quattro settimane tra marzo e aprile: volendo visitare sia il nord che il sud, da un lato era indispensabile un periodo dell’anno che non fosse troppo caldo nell’area del Golfo Persico o troppo freddo nelle aree montuose, e dall’altro eravamo curiosi di vivere le due settimane del Noruz, il capodanno persiano che inizia con l’equinozio di primavera. Da persone frugali quali siamo, ci siamo accontentati del volo più economico a disposizione, preferendo dirottare risorse sul soggiorno che sul comfort aereo: volo Berlino-Atene-Tehran e viceversa, con cinque ore di attesa all’andata e sette al ritorno. Zaino caricato al minimo indispensabile per non appesantirci lungo il cammino e per avere spazio libero da riempire eventualmente con cose interessanti, più bagaglio a mano con macchine fotografiche, batterie di ricambio ed elettronica varia, quadernetto per i vocaboli, piano di viaggio rigorosamente analogico con mappe e indirizzi delle ambasciate di mezza Europa, più due regali utili: il Farsi Phrasebook della Lonely Planet e un diario di viaggio rilegato a mano.

La versione riveduta, corretta e ampliata di questo diario cartaceo di viaggio si sta trasformando in una serie di post qui, una sorta di monografia persiana. A breve la prima puntata.