Month: January 2016

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Non ci smentiamo mai.

Come se non fosse già sufficientemente imbarazzante assistere alla quadriennale regolarità con cui 60 milioni di esperti di tattica calcistica si materializzano dal nulla e assicurano che col loro 4-4-2 avremmo vinto il mondiale di turno.

Come se non fosse già sufficientemente imbarazzante assistere alla regolarità con cui 60 milioni di fini analisti politici si materializzano dal nulla dopo ogni elezione politica o crisi di governo e assicurano che con la loro ricetta infallibile si sarebbe creato un governo stabile, efficiente e duraturo che avrebbe risolto la fame nel mondo, azzerato la disoccupazione, abolito imposte, tasse, bolli e canoni e distribuito pure camionate di angeli di Victoria’s Secret a tutti i virili maschi italici.

E invece, in elvetica sincronia con grandi eventi politici interni o esteri, si materializzano dal nulla pure 60 milioni di esperti di politica internazionale con in mano la panacea che salverà il Belpaese dallo spauracchio di turno: ultranegroidi, albarumenoslavi, predoni saraceni, meridionapoli e altre tribù barbare. Solitamente sono gli stessi luminari di cui si sente parlare solo durante i servizi del TG sugli italiani che leggono 0,27 libri l’anno. Quelli che nei sondaggi li riconosci subito perché crocettano direttamente “non sa/non risponde”. Quelli che pensano che il ministro Paolo Fox farebbe bene a invadere il granducato di Couscous. Bastano un paio di coglioni jihadisti in giro per la Ville Lumière ed ecco che un mese dopo ancora non hanno smesso di postare citazioni di Oriana Fallaci e sono di colpo tutti Charlie (Sheen, immagino).

Ultima occasione d’oro per improvvisarsi corrispondenti esteri di Foreign Policy è stata la visita istituzionale di Hassan Rohāni in Italia e il tradizionale strascico di italianità che solitamente accompagna certi eventi: l’immancabile gaffe di turno (vera o presunta) e la polemica che ne segue e alla quale tutti si sentono in dovere di partecipare esprimendo il proprio parere tecnico maturato in anni e anni di dibattiti alla bocciofila di Borgo Sticazzi.

Per carità, sono ben conscio che il solo parlarne mi colloca automaticamente nella stessa paradossale posizione e che ho ben poco diritto di alzare la cresta: in fondo anch’io sto esprimendo opinioni su recenti vicissitudini istituzionali iraniane dall’alto della mia profonda conoscenza della materia frutto di ore e ore a stretto contatto con una cartina dell’Iran e conoscenze base di Farsi. Chi meglio di me potrebbe testimoniare della complessa evoluzione sociopolitica di un paese dal quale mi separano solo 5000 chilometri scarsi e almeno altrettanti anni di storia?

Quando ho letto della faccenda delle statue dei musei capitolini, inscatolate – in un gesto paradossalmente considerato spudorato ed eccesso di pudore allo stesso tempo – per assecondare le usanze culturali dei musulnegri che vogliono conquistare l’Eurabia e costringere le nostre donne a girare per strada travestite da sacco dell’umido, il proverbiale puntone di domanda stile cartone animato mi è comparso sopra la testa.

Opzione 1

È una decisione presa dal governo italiano in seguito a previ accordi con il barbuto interessato? E allora:

  1. Se il presidente e il suo staff hanno preteso un trattamento del genere precisamente per le ragioni tanto temute dagli italiani, ovvero per un puro senso di offesa del proprio sentimento religioso, un sonoro pernacchione sarebbe anche una risposta adeguata.
  2. Se però, più realisticamente, una richiesta del genere fosse avvenuta per una mera questione di politica interna, francamente al posto di Rohāni avrei fatto la stessa cosa: non serve essere Machiavelli per capire che l’ultima cosa che mi serve è tornare in Iran e vedere i falchi filokhomeinisti e il resto dell’intelligencija conservatrice mentre mostrano la mia faccia stretta tra lo scroto di Ercole e i capezzoli di Arianna con una didascalia pretestuosa che suggerisce quanto io sia immorale nel posare di fianco a immagini che offendono chiaramente lo spirito coranico che dovrebbe contraddistinguere un membro del clero come me. E presumibilmente mi scoccerebbe altrettanto assistere al tentativo di captatio benevolentiae da parte di correntoni e correntine interne alla mia frangia moderata, che pur di scaricarmi e di ingraziarsi il favore di Khamenei (la vera eminenza grigia della Repubblica Islamica) farebbero eco pure ai peggiori reazionari. Sono i leggeri svantaggi nel vivere in una teocrazia, ma del resto cosa ne vogliamo sapere noi in Italia, dove la separazione costituzionale tra Stato e Chiesa impedisce ogni ingerenza delle istituzioni religiose nel processo legislativo?

Opzione 2

È una decisione presa di propria iniziativa dal governo italiano senza consultare il barbuto interessato? E allora:

  1. Ma tipo chiedere prima? Vi siete accertati che fosse una misura necessaria o siete partiti dal presupposto che “fa parte della loro cultura” e mostrare le areole di Medea è così haram da far piangere Allah?
  2. Ritenete plausibile che essere circondati da una gangbang di tette, culi e cazzi marmorei possa effettivamente creare un incidente diplomatico tra i due paesi? Mmm, quale possibile soluzione a questo spinoso impasse? Peccato che Roma non offra altre location storiche di rilievo in grado di fare da scenografia per un summit la cui posta in gioco sono giusto 17 miliardi in accordi commerciali intranazionali. Una vera sfortuna che la sala consiliare del municipio di Caronno Pertusella fosse già prenotata per un’assemblea straordinaria delle Nazioni Unite, altrimenti sarebbe stata ideale. Immagino che la prossima conferenza sulla dieta mediterranea la organizzeranno in un McDonald’s di Glasgow.

Fedeli alla tradizione italica che impone di trasformare ogni figuraccia in un’occasione per polemizzare ad libitum, il pueblo e i loro megafoni preferiti non si sono fatti attendere: da una parte i giornali che già paventano un’imminente nuova battaglia delle Termopili con noi nel ruolo degli spartani e i persiani nel ruolo dei persiani; dall’altra i prodi Opliti del Bene, pericolosamente armati fino ai denti delle solite dosi di volemosebbène e di account Instagram su cui postare foto dei capolavori dell’arte ellenico-romana per dare una bella lezione a ‘sti barbari retrogradi. Eppure non ricordo nessun paladino della libertà scomporsi e/o unirsi allo tsunami di sdegno quando lo stesso identico governo ha fatto la stessa identica cosa per il principe Mohammed bin Zayed bin Sultan Al Nahyan quando è arrivato a Firenze da Abu Dhabi per le stesse identiche ragioni.

Essenzialmente, contro il gentismo sempre all’erta è impossibile uscirne vittoriosi. Il governo italiano copre le statue e giù tutti a dire“ma sono impazziti? Il presidente iraniano viene qui e Renzi nasconde millenni di cultura per assecondare i barbari che vogliono imporci il burqa!11!!1!!” Scommettiamo che, se il governo italiano non avesse coperto le statue, gli italiani avrebbero comunque trovato modo di lamentarsi? “Ma sono impazziti? Il presidente iraniano viene qui a negoziare un accordo bilaterale da diciassette miliardi di euro e Renzi rischia di sputtanare tutto mettendo in bella mostra le puppe di Venere e la fava di Perseo!11!!1!!”

Peccato che, fedeli a un’altra tradizione italica, l’ondata di indignazione ha suscitato anche la più classica delle reazioni: la presa per il culo. Mentre noi siamo lì a fare dietrologia per scoprire quali piani d’attacco si nascondono tra le righe delle dichiarazioni di Rohāni, parole evidentemente troppo ragionevoli per sembrare vere, gli iraniani sui social network hanno reagito con l’inevitabile riflesso che segue la perplessità per una paranoia infondata: il perculaggio a oltranza, appunto.

In effetti immagino – anzi, conosco per esperienza diretta – la frustrazione di dover spiegare al resto del mondo che il comportamento di un governo non rispecchia necessariamente il sentimento politico o la mentalità dei suoi cittadini. Quell’atteggiamento degli stranieri di turno – nel mio caso i tedeschi – fatto di commenti alla cazzo che collegano il tuo essere italiano a un oscuro mix di berlusconismo, affiliazione alla malavita organizzata e inspiegabile propensione genetica verso il ritardo, il calcio, il caffè e il Cattolicesimo (per fortuna è risaputo che i tedeschi, grazie al loro senso dell’umorismo, sanno prenderla bene se fai loro notare il livello di idiozia utilizzando analoghi paragoni campati per aria: non c’è come chiedere “ah sì? L’hai letto su una copia del Völkischer Beobachter che hai trovato in casa di nonno Karl-Heinz?” per assaporare appieno il sapore della Schadenfreude).

L’irrisione è l’unica valvola di sfogo nell’attesa che la gggente installi gli aggiornamenti ai propri preconcetti, e secondo me l’Iran è un’area sulla quale idiosincrasie di ogni genere abbondano, non solo per colpa del qualunquismo: le ultime notizie eclatanti risalgono al 1979, la rivoluzione di cui ricordiamo solo il grugno incazzato di quello stesso Khomeini che dieci anni dopo lancia la fatwa su Salman Rushdie. Poi niente di rilevante fino a quando la presidenza di Mahmud Ahmadinejād ci ha ricordato quanto sia pericoloso lasciare il pulsantone rosso in mano a sbroccati che vogliono ridisegnare le mappe geografiche a colpi di testate nucleari.

Forse è stato proprio questo quasi-decennio di linea dura a ricreare le condizioni politiche per una transizione (o meglio, un ritorno) verso la linea del disgelo e della moderazione che già nel 1997 aveva accolto con percentuali da sogno la schiacciante vittoria presidenziale di Khātami e le speranze di rinnovamento vanificate poi dall’elezione e la rielezione di Ahmadinejād. L’Iran della presidenza Rohāni si sta piuttosto rivelando un paese in rapida evoluzione, un’evoluzione resa possibile da una politica che sembra favorire il buonsenso diplomatico alla belligeranza fine a sé stessa e che sta riuscendo a canalizzare nella giusta direzione i punti di forza del paese: una piramide demografica invidiabile con quasi due terzi della popolazione sotto i 30 anni e con un’infrastruttura educativa che, almeno in teoria, ha il potenziale per trasformare un’intera generazione di giovani in una riserva praticamente infinita di manodopera altamente qualificata. Tanto per fare un paio di esempi, l’università è gratuita e il 60% degli studenti di ingegneria sono donne. Non sono chiaramente dati sufficientemente rappresentativi e certo non sono il contrappunto adeguato di una realtà sociale che vede ancora una palese disparità dei diritti tra sessi e il più alto tasso al mondo di fuga di cervelli, né perdonano all’Iran un record poco invidiabile in fatto di diritti umani che necessiterà di decenni di lavoro per essere riportato ai livelli di progresso che la Persia – dettaglio paradossale – aveva raggiunto nel sesto secolo a.C. con i principi di uguaglianza stabiliti nel Cilindro di Ciro. Del resto si tratta pur sempre della Jomhuri-ye Eslāmi-ye Irān, una repubblica islamica il cui capo di stato è un’autorità ecclesiastica nominata a vita e la separazione Stato-Chiesa non è contemplata; di conseguenza ogni passo in avanti in termini di legislazione è affidato all’arbitrio di teologi via via più liberali che valutano l’ammissibilità di un disegno di legge in base alla sua compatibilità con le norme coraniche. È quindi inevitabile che il resto delle libertà individuali se le prendano le persone rosicchiandosele poco alla volta, un po’ come è successo con il velo femminile che, partito dal chador nero ad altezza fronte, è indietreggiato di un paio di centimetri ogni anno per arrivare all’hijab colorato che copre a malapena mezza testa.

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