Parole crociate

Ieri sera sono lì bel bello a leggere. Smetto un secondo, do un’occhiata a Facebook e vedo una cascata di aggiornamenti in tempo reale. Comincio a spulciare la bacheca e tento di unire i tasselli per ricomporre il puzzle di notizie e capire meglio cosa succede. C’è stato un attentato a Parigi. No, c’è stata una serie di attentati in sincrono a Parigi. Sugli autori della strage non ci sono ancora conferme ufficiali, ma una sorta di meccanismo pavloviano già dipinge davanti agli occhi un video pixelloso in cui si vede un coglione con la barba lunga seduto a un tavolo sul quale poggiano un kalashnikov e un Corano mentre alza le mani al cielo e sbraita proclami che iniziano con la Shahada e si concludono con “Allahu Akbar!”

Il passo immediatamente successivo è pensare che si tratta probabilmente dello stesso riflesso che in questo stesso istante sta causando un attacco di priapismo acuto ai fascistoidi di mezza Europa, dai ministri dell’interno di tre quarti del continente fino ai dementi che copincollano regolarmente i tweet di Salvini sulla loro bacheca. Superato il momento di profondo disappunto verso me stesso vedo – prevedibile come la trama di un porno – un paio dei suddetti retweet con le classiche manifestazioni diarroiche di fasciopensiero senza capo né coda. Ed è lì che mi piomba addosso il timore sulle conseguenze a breve e medio termine di un attentato del genere.

Nell’immediato arriverà il tradizionale rigurgito di saggezze sulla necessità di rispedire “a casa loro” tutti i mangiakebab (opinione sempre più comune tra i mangiaspaghetti) prima che le profezie di Oriana Fallaci si avverino e le teste ad asciugamano sguainino le scimitarre obbligando “le nostre donne” a mettere – e giuro, l’esempio che segue è genuino – il burqa come in Arabia o in Iran. Ora, credere che l’Arabia sia un paese testimonia innanzitutto che la tua unica fonte di informazione sulla politica estera è Aladdin. Il che spiegherebbe anche la confusione tra Agrabah e Afghanistan.

E comunque il burqa in Iran non si usa: quello è il chador (letteralmente “tenda”). Aggiungo a titolo puramente informativo che in Iran sono sciiti, e gli sciiti non figurano tra i complici dell’ISIS, bensì tra le minoranze perseguitate. Per carità, sono questioni di lana caprina; è come discutere se il metodo più efficace per estorcere una confessione a una donna accusata di stregoneria sia la poltrona di Giuda o la vergine di Norimberga, quando il nucleo della questione è che la stregoneria non esiste e il problema è l’Inquisizione.

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Solo le tue pulci ti piangeranno, principe Abubù.

Le conseguenze a medio termine sono che un attentato del genere è il 6 al Superenalotto che le squadracce di tutta Europa stavano aspettando: il Front National francese in primis, Jobbik e Fidesz in Ungheria, lo UKIP britannico, le camicie brune di NPD e Pegida in Germania e ovviamente gli endogamici nostrani della Lega Nord. Sono abbastanza sicuro che dopo ore di livestream il portatile di Matteo Salvini assomigliava alla tuta di un imbianchino. Il problema non è tanto l’atteggiamento generale da “gnegnegnè, te l’avevo detto”: è che nel corso dei prossimi anni ci saranno elezioni locali e nazionali. Uno spettro si aggira per l’Europa, diciamo.

Esauriti gli psicorasponi sull’avanzata dei carrarmatini neri, ecco arrivare un’altra preoccupazione: se da un lato è allarmante la prospettiva di un pugno di ferro a maggioranza qualificata, dall’altro ci sono i pericoli dal fronte non-violento. Più precisamente, quell’atteggiamento di bagattellizzazione della violenza. Non era passata mezz’ora dalla notizia che già i falchi del pacifismo senza se e senza ma condividevano convulsivamente l’hashtag #prayforparis sotto l’omonima immagine con la A stilizzata a mo’ di Tour Eiffel. E lì ho percepito fisicamente il turbinio del mio scroto. Un paio di considerazioni:

Prima considerazione: pregare è uno di quei modi per dare l’impressione di stare facendo qualcosa senza in realtà fare niente, e di farlo ostentando pure grande trasporto emotivo. News flash: nel caso non ve ne siate accorti, pregare non è mai servito a niente nella storia dell’umanità, a meno che non siate tra quelle persone che credono ai miracoli, che considerano Padre Amorth un esperto e che sono convinte che il passaggio di Saturno nella quinta casa del Capricorno vi garantirà davvero tanta fortuna in amore questo mese. La buona notizia per chi soffre di questa condizione è che ora si ha perlomeno la possibilità di essere aiutati senza ricorrere alla tradizionale permanenza in una cella di isolamento dell’Arkham Asylum.

Seconda considerazione: a chi dice che dobbiamo pregare per Parigi è doveroso fare notare l’involontaria ironia della cosa. Sono abbastanza sicuro che ieri sera c’erano un sacco di persone che stavano pregando per Parigi. Semplicemente pregavano in direzione della Mecca affinché la bomba non facesse cilecca, che il fucile non si inceppasse e che la città si trasformasse in un rogo di kuffar. L’amara ironia è che a quanto pare le loro preghiere sono state ascoltate.

Un altro meme che viene rispolverato in queste situazioni da parte di personalità di spicco della scena politica (capi di stato, ministri) o culturale (intellettuali sessantottini, lettori di Paulo Coelho e sciampiste) è che “la religione non c’entra nulla con questi attentati”, una frase dove è difficile decidere se limitarsi a sottolinearne la banalità o ricordare quanto sia dimostrabilmente falsa. Uso il termine “ricordare” non a caso: è sufficiente non avere trascorso gli ultimi millenni in uno stato di torpore vampirico, sigillati sotto una lastra di granito nelle catacombe di un castello transilvano, per rendersi conto di quanto la religione c’entri eccome.

Se fossi un jihadista, probabilmente a questo punto proverei addirittura un senso di frustrazione: quante volte ti devo strillare in faccia che il mio dio è grande prima che tu capisca che, come Jake ed Elwood Blues, sono in missione per conto di Dio? Quante spiedini di teste mozzate devo fotografare prima che tu capisca che non è un semplice corso di découpage ma consigli presi pari pari dal manuale di problem solving scritto dall’ultimo vero turboprofeta?

Ok, il manuale di problem solving non è stato tecnicamente scritto da lui (e certo Maometto non è l’ultimo tra gli sbroccati che si sono definiti profeti nel corso dei secoli). Ma sostenere che gli fosse stato dettato da un angelo mandato da Dio rimane comunque una giustificazione poco perdonabile per il suo analfabetismo.

La religione c’entra. Solo chi non vuole arrendersi all’idea cerca una razionalizzazione post-hoc per un atteggiamento che, se seguito coerentemente, probabilmente costringerebbe anche loro stessi a riconsiderare i tanto sbandierati benefici della fede come bussola morale.

Non è certo un atteggiamento nuovo: è solo la perpetuazione della stessa forma mentis che ha creato la teologia, disciplina simil-olimpionica consistente principalmente nell’arrampicarsi sugli specchi per affrancarsi dal compito tanto scomodo quanto imbarazzante di riconciliare due ruoli inconciliabili: definirsi il depositario di risposte ai grandi enigmi dell’esistenza ma al contempo doversi assumere la responsabilità di rispondere a queste domande.

L’imbarazzo nasce nel momento in cui non puoi perdere la faccia e dire “guarda, ne so quanto te” dopo aver creato un simile livello di aspettativa: non puoi mica autonominarti ambasciatore di un’entità benevolente, onnipotente e onnisciente con la quale comunichi regolarmente e non sapermi riferire la sua risposta a domande tipo “se Dio è amore, perché mia figlia ha la sclerosi multipla?” senza nascondersi dietro a un “eh signora, le vie del Signore sono imperscrutabili: è Dio che sta mettendo alla prova la sua fede nella sbiriguda del tarapia tapioco.”

Del resto non c’è molto da aspettarsi da dèi che sostengono di essere onnipotenti e dalla tua parte ma che non riescono a sconfiggere l’esercito dei tuoi nemici perché “avevano carri di ferro” [Giudici 1:19]. Presumo sia il “non importa, sai, c’avevo judo” della Giudea antica.

Nel caso specifico degli attentati parigini è indispensabile sforzarsi per evitare generalizzazioni degne dei gruppi di fascistelli sopracitati, utilizzando jihadisti come metro di misura per il restante miliardo e mezzo di musulmani nel mondo. Anche perché sennò Abdullah non potrebbe più uscire di casa nel timore della sciura Brambilla del terzo piano, cristiana come Anders Breivik.

Ed è anche vero che la variabile politica gioca un ruolo importante: i governi occidentali (termine che uso in modo molto ampio) hanno seminato vento per decenni. Adesso mietono la tempesta.

Ma fare leva sulla propria white guilt occidentale per affrancare la religione degli attentatori da ogni responsabilità serve solo da palliativo per la propria coscienza, un’utilità tanto egoistica quanto poco sensata: io non ho sensi di colpa perché non ho colpe. Non ho colpe nei governi che il mio paese occidentale ha rovesciato, così come non posso reclamarne miei i suoi meriti. Chi occupava ieri il Bataclan non posso incolparlo per aver colonizzato Guadeloupe come non posso applaudirlo per l’Illuminismo.

Un vizio occidentale duro a morire è però quello di indossare l’ermellino e parlare per conto terzi, in questo caso nel ruolo di avvocato difensore d’ufficio. Chi cerca di assolvere il Corano dalla responsabilità di essere la forza motrice dei questi attentati (e quelli di Al-Qaida, Boko Haram, Ansar al-Sharia e stronzi analoghi) dovrebbe per prima cosa accertarsi di averlo almeno letto e ammettere che non è semplicemente il testo sacro di una “religione di pace rovinata da un paio di mele marce” ma è un libro nato nel contesto di lotte politiche intestine e di espansione e ne riflette lo spirito belligerante, oltre che soffrire dell’arretratezza e virulenza delle regole di condotta del VII secolo, principi anacronistici per definizione. Per citare Sam Harris, “the problem of Islamic fundamentalism are the fundamentals of Islam.” I fondamentalisti si limitano a applicarne pari pari i precetti, il che conferisce paradossalmente più onestà intellettuale a loro che non ai teologi da tastiera che ci tengono a illuminarci facendoci notare che certi versi sono stati estrapolati dal contesto delle rispettive sure, che bisogna leggere tra le righe e alla fine tutte le fedi potranno coexist (rigorosamente scritto con i simboli religiosi). Un bel giorno Menachem Mendel Schneerson abbraccerà Ruhollāh Khomeini nel paradiso interreligioso mentre Godefroy de Bouillon intreccerà ghirlande di fiori con Danishmend Gazi.

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E poi c’era la marmotta…

Questa necessità di affrancarsi dai suoi paragrafi più sanguinari fa sì che si debba rovistare freneticamente tra le righe e si perdano di vista le righe stesse. Il risultato sono una milionata di interpretazioni, tutte potenzialmente giuste o sbagliate. Ma se il testo su cui si basa il tuo sistema di valori può essere interpretato nell’uno o nell’altro modo, evidentemente non è una base molto affidabile attorno alla quale è possibile creare un codice etico condiviso e condivisibile. In questo senso c’è una certa continuità storica, visto che è successo per qualsiasi testo sacro. Non so quanti cristiani oggi approverebbero inquisitori, roghi o anche solo il divieto agli ebrei di essere membri di associazioni professionali: una Chiesa che lo richiedesse si trasformerebbe in una setta (termine che uso in senso puramente quantitativo). Che poi è il motivo per cui i defensores fidei che sostengono la superiorità del Cristianesimo rispetto all’Islam si sbagliano di brutto: a dispetto di ciò che molti esponenti laici ed ecclesiastici sostengono, il fatto che sia più moderato non è conseguenza della natura intrinseca del Cristianesimo stesso. La storia ci insegna che entrambi i testi sacri possiedono lo stesso potenziale in termini di violenza. E la storia ci insegna anche che questo potenziale esplosivo è stato ammansito dall’esterno con la secolarizzazione e la democratizzazione degli stati europei. Ogniqualvolta la religione descrive il proprio ammodernamento dall’interno lo fa in palese malafede. La religione si è adattata – peraltro con costante ritardo – ai mutamenti sociali, presumibilmente per una naturale necessità di autoconservazione: quando predicare che la Terra è piatta li avrebbe fatti passare per dei deficienti, la teologia ha improvvisamente scovato che un chiaro riferimento alla sfericità era nascosto tra le righe della Genesi tutto il tempo. Darwin? Adamo, Eva, il serpente parlante e il diluvio universale sono una chiara metafora dell’evoluzione degli organismi; sei teologicamente così poco erudito da aver creduto che fosse da prendere alla lettera?

E’ un dibattito reso impossibile da un semplice fatto: la fede è un sistema epistemologicamente inaffidabile che per propria natura e necessità può solo creare situazioni lose-lose. Lo stesso problema che rende anche il dialogo interreligioso impossibile senza la presenza di un arbitro esterno (la società civile laica e democratica) che ne freni la naturale deriva verso l’assolutismo teocratico. Il Cristianesimo ha già vissuto questo capitolo, l’Islam è purtroppo ancora in quella fase adolescenziale in cui sei convinto che nessuno ti dia ragione perché ce l’hanno tutti con te, e solo qualche anno più tardi ci ripensi e dici “figa quant’ero scemo all’epoca.” Tentativi di riforma sono al momento delegati all’arbitrio dei rispettivi paesi, motivo per cui abbiamo il Marocco ma il Pakistan, l’Oman ma l’Arabia Saudita, la Giordania ma l’Afghanistan. La difficoltà sta probabilmente nel trovare le mezze misure: da genitori troppo severi nascono figli frustrati, ma da genitori troppo permissivi nascono figli viziati.

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