Month: February 2015

You are the wilderness inside me

Ci mancava solo la scena da apocalisse zombie. L’altra sera stavo camminando bel bello verso Hermannplatz, centro nevralgico della Berlino sbroccata, cazzona, strappona e fattona, per tornare a casa dopo aver dato lezioni di tedesco. Mi avvio con nonchalance verso l’ingresso sotterraneo al centro della piazza per prendere la U8 e serpeggiare attraverso la Neukölln notturna e sonnolenta del lunedì sera.

ingresso centrale della U-Bahn Hermannplatz.

Il piccolo problema è che non c’è modo di scendere le scale perché un capannello di persone tappa l’entrata. Mi avvicino e scopro di essere finito in una puntata di The Walking Dead: un walker coperto di sangue arranca quasi bocconi su per la scalinata cercando appiglio sul corrimano, barcolla, il peso vince e quasi si splatta la faccia su un gradino. Si rialza e continua la risalita.

mi faccia passare, non ho tempo da perdere.

In tutto questo io mi guardo attorno per cercare una spiegazione da parte degli astanti. Ci sono un tedesco rossiccio e bello piazzato, una tettona bionda, un giapponese alto e rachitico con un aspirapolvere sottobraccio e un paio di altri soggetti.

Presto, la metro arriva fra due minuti!

Il roscio mi spiega che semplicemente il walker l’hanno trovato così nella stazione, in botta da alcol e/o allucinogeni. Lo zombie raggiunge la cima delle scale e si aggrappa alla ringhiera laterale, ma i pantaloni semicalati con panoramica grandangolare delle sue chiappe pelose lo fanno inciampare e schiantare sul pavé, l’urto attutito (si fa per dire) da due biciclette legate alla ringhiera. Tiro fuori il telefono, ma lo spalluto ginger mi dice che ci ha già pensato lui e che i paramedici sono già in strada. Momenti di indecisione tra lo sparuto pubblico: il primo istinto è quello di avvicinarsi per cercare di districarlo dal groviglio di catene e manubri, ma il secondo istinto, quel sano timore di essere morsi dal walker insanguinato e trasformarsi in un non-morto, ha la meglio. L’istinto di conservazione crea un sobrio compromesso: stiamo lì e non lo lasciamo solo, ma al primo passo falso abbiamo già pronta la balestra in pieno stile Daryl Dixon.

“I ain’t nobody’s bitch.”

Tutto procede fino al momento in cui, dall’altro lato della piazza, sembra iniziare l’invasione: un altro walker arranca zigzagando nella nostra direzione grugnendo cose a caso in arabo, presumibilmente qualcosa del tipo “Gennarino, dove minchia sei? Gennarino?” e finisce davanti a noi con lo sguardo a mezz’asta tipo bandiera a lutto e oscillando la testa da parte a parte a mo’ di radar per osservarci e cercare di dare un senso alle visioni sconnesse che ondeggiano tra i suoi occhi annebbiati e i rimasugli delle sinapsi nel suo cervello. Nel frattempo ci chiede qualcosa in arabo, forse “cos’è successo?” o “chi di voi è stato?”, ma nessuno dei perplessi spettatori apre bocca.

e tu invece sai chi ti saluta un casino?

A un certo punto la sua testa smette di setacciare l’orizzonte e il suo sguardo rimbecillito si ferma – grazie tante, Murphy – ovviamente su di me e l’amico di Gennarino mi biascica sequenze di suoni ovattati sbavando come un demente mentre fa un passo in avanti. Ora, io non parlo arabo, ma mi sono smazzato abbastanza corsi di fonologia per saper distinguere una domanda da un’affermazione perentoria, in questo caso probabilmente “la ritengo personalmente responsabile della natura dolosa dell’indisposizione del mio amico, o screanzato!” o qualcosa del genere. Reagisco mostrando il palmo della mano accompagnato da un semplice “wow, easy.” e poi rimango dove e come sono, in silenzio, con gli auricolari nelle orecchie, il tablet sottobraccio e lo sguardo fisso sui possibili movimenti del walker. Movimenti che infatti non tardano ad arrivare, preceduti da uno strascicato “I’LL FUCKING KILL YOU!” e seguiti dal mio imperturbato “no, you will not.” poco prima che lo sbroccato carichi un destro in direzione della mia faccia. Ora: purtroppo per lui, dopo un’ora e mezza a spiegare le preposizioni di luogo a doppio case-marking la mia tensione è a livelli da Tuco Salamanca e i miei riflessi sono quelli di un cazzo di Navy Seal.

wow, easy.

Potrei catturare bin Laden a mani nude mentre titillo i capezzoli a Olivia Munn e preparo l’anatra all’arancia, per cui don’t you dare fucking mess with me, tanto più se riesci a malapena a reggerti in piedi.

Olivia Munn piacevolmente sorpresa da – tra le altre cose – la mia anatra all’arancia.

Manco a dirlo, il destro non va esattamente a buon fine, complice una distorta percezione spaziale, un pessimo equilibrio e una lentezza tale che, a dire il vero, qualsiasi nonnina paraplegica sarebbe riuscita a uscirne illesa. Devio il braccio all’altezza del tricipite aggiungendoci una leggera pressione, pressione che in quelle condizioni basta a farlo inciampare su sé stesso e cadere per terra e rialzarsi per mezzo secondo prima che due armadi fosforescenti lo agguantino da dietro e nello stesso attimo in cui l’ambulanza arriva a raccattare Gennarino ‘o Zombie per portarlo via e medicarlo (o sfondargli la testa di legnate).

vaffanculo a ‘tte, a ‘sto cazzo de zombismo che c’hai e all’anima de li non-mortacci tua, a ‘tte e a Gennarino!

Fortunatamente il bilancio della serata si è limitato a uno strappo di due centimetri e mezzo nella giacca invernale comprata a dicembre, gradito omaggio della rovinosa caduta del babbo di minchia, oltre che ovviamente a del succoso materiale da blog.

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