Una quotidiana guerra / con la razionalità

Pensavo che le vicissitudini casalinghe di rilievo avessero avuto il loro inizio e la loro fine nel post precedente, ma a quanto pare hanno il potenziale per trasformarsi in un appuntamento regolare. Un po’ come Medicina 33, ma meno soporifero di Luciano Onder. E allora, intanto che il ferro è caldo, battiamolo: tutto era iniziato con la mia ricerca di una persona che volesse vivere a Berlino e fosse vagamente normale, dimenticandomi ancora una volta che le due cose non vanno mai di pari passo — oh me stolto. La ricerca si era conclusa con Olivia, la più normale in un raggio di parecchi chilometri (per essere precisi, i 17.938 che la separano da casa).

Orbene, di recente Mademoiselle O ha deciso di andare in vacanza con i genitori. O meglio, i signori Olivi hanno deciso di circumnavigare il pianeta per riabbracciare la loro figlioletta, core de mamma, sfuggita alle orde di Nazgûl che hanno invaso la Terra di Mezzo e attualmente dispersa nella Sin City prussiana. Il padre ha dovuto purtroppo dare forfait causa impegni di lavoro (la mia teoria è che lavori per Sauron), lasciando così a una figlia con scarso senso pratico e a una moglie che non ha mai messo piede fuori dall’isola il compito di sopravvivere tre settimane disseminate per l’Europa. Cosa potrà mai andare storto?

Nel caso qualcuno stesse pensando che io sia eccessivamente apprensivo, questo dialogo dovrebbe dirimere ogni dubbio:

Io: ah, allora è tutto pronto per domani? A che ora parti? Mattino, sera…

Lei: sì, c’è praticamente tutto. Il volo parte alle 9.30 di mattina da Schönefeld e poi mi incontro a Londra con mia madre. Sai qual è il modo migliore per arrivarci?

Io: mah, io direi di andare a piedi fino alla S-Bahn e prendere la S45 o la S9. Devi solo controllare gli orari, ma è comoda.

Lei: se esco di casa alle 8.45 dovrebbe bastare, che dici?

Io [perplesso]: mi sembra leggermente tirato: calcola che ci metti dieci minuti a piedi e almeno una mezz’ora di S-Bahn. E una volta arrivata devi comunque fare il check-in.

Lei: ah, ma io l’ho già fatto online!

Io [basito]: stai via più di tre settimane e hai solo il bagaglio a mano?

Lei: no, ho anche quello zainone lì.

Io: eh, vedi.

Lei: aaah, tipo che lo pesano e lo caricano, quelle robe lì?

Io: tipo quelle robe lì. E tieni conto che ci sarà sicuramente la fila. Cerca di essere lì almeno un’ora e mezza prima. Facciamo due, giusto per andare sul sicuro.

Lei: mmm, sì, mi sa che hai ragione.

Epilogo: la mattina dopo mi sono alzato alle sette e la casa era già vuota.

ma che oooh?

la mia reazione, un misto di silenzio attonito e Germano Mosconi.

In tutto questo, Olive ha pensato bene – previo il mio consenso – di subaffittare la sua camera per tre settimane. E con la capacità che ho io di attirare casi umani, chissà chi mi ritroverò in casa, ho pensato. Ecco, appunto.

Ai se eu ci credo

Il primo sub-coinquilino è stato Christoph, ingegnere solare (nel senso di fotovoltaico, non di esuberante) mezzo tedesco e mezzo brasiliano. Un po’ il classico cliché dell’ingegnere quadrato e con i piedi per terra che quando si parla del tempo dice cose tipo “fuori ci saranno 25°C, forse anche venticinque-virgola-cinque”, come se l’umano medio percepisse le stesse differenze di temperatura rilevate da una stazione meteo. Scommetto che ti sa dire quante polveri sottili ci sono nell’aria semplicemente annusandola come un sommelier; probabilmente avverte anche i terremoti prima che arrivino, tipo gli animali della savana.

who gives a shit?

E’ la stessa persona che una sera è riuscita a tenere una miniconferenza sul proprio spazzolino elettrico (modello di punta da cento euri; sette programmi, incluso il massaggio gengivale; ha un astuccio che funge anche da caricatore; un set di quattro testine di ricambio costa venticinque euro; mi sono scordato il numero di oscillazioni al minuto, perdonatemi).

esticazzi?

E’ la stessa persona che un’altra sera, poco dopo aver sparpagliato mezza confezione di Edamer pregrattugiato sulle linguine al sugo (eddai, cazzo), se ne è uscito con “ho detto per sempre addio ai tensioattivi”, detto con l’espressione compiaciuta di chi ti direbbe “hai presente Adriana Lima? Ma sai che labbra morbide che ha? E hanno il sapore della rugiada.” Mi ha raccontato che da un paio d’anni si lava solo con la terra. Ora, innanzitutto io sospetto di aver appena trovato una nuova nicchia di mercato per una truffa tanto redditizia quanto esilarante: riempio bottiglie con la sabbia del Müggelsee (o del parco giochi dietro l’angolo), le etichetto come “sabbia detergente olistica del Mar Morto” e la vendo online ai berlinesi, che quando si tratta di paccottiglia new age pseudoalternativa hanno le stesse capacità critiche di una vecchietta napoletana davanti al sangue di San Gennaro.

"con quella bocca può dire ciò che vuole" [cit.]

Adriana Lima, anche lei brasiliana, ha detto no ai tensioattivi.

Insomma, Christoph ha sostituito i tensioattivi con una terra magica che si diluisce in acqua e si usa come detergente naturale. Per carità, nulla da obiettare: ben venga qualsiasi sforzo per salvare il nostro puccioso pianeta e i suoi insopportabili abitanti. Chiedetemi e sarò il primo a dare una mano, basta che non mi telefoniate mentre sto mangiando il mio filetto di cucciolo di foca in salsa di panda.

join the baby seal club

La cosa più buffa, quella che mi ha lasciato leggermente perplesso, è avvenuta un paio di sere dopo: si parlava di scienza, di natura e – sorprendentemente – di neurolinguistica e di genetica delle popolazioni: la facoltà tutta umana di un linguaggio complesso e ricorsivo che ci ha permesso di sviluppare la cultura in ogni sua forma, di come tutto sia dovuto a una serie di fortuite coincidenze, il marchio di fabbrica dell’evoluzione, blablabla. Quella roba lì.

Poteva una simile discussione rimanere ancorata nella realtà? A Berlino? Ovviamente no. A Berlino c’è sempre qualcuno che – perdonate il petrarchismo – deve per forza rovinare la degustazione prendendo la bottiglia, pisciandoci dentro e offrendola on the rocks ai presenti. L’ingegnere coi piedi per terra ha cominciato a decollare pian piano per condurmi sul pianeta parallelo di cui pare essere cittadino onorario e ha cominciato a blaterare di fantomatici campi morfogenetici. Secondo questa teoria di nicchia (più precisamente: teoria del cazzo), l’evoluzione della specie è influenzata da una sorta di campo magnetico che funge da acceleratore o moltiplicatore della capacità di apprendere una determinata abilità. Mecojoni. Esempio: perché ci vuole così poco a imparare a giocare a badminton? Forse perché il badminton è uno sport da decerebrati? No, perché l’aumento esponenziale di giocatori di badminton (ommadonna, suona come una piaga d’Egitto) ha generato un campo morfogenetico che ha alterato il DNA potenziando la capacità delle nuove generazioni di apprendere le regole del badminton. L’argomento con cui ha risposto alle mie comprensibili obiezioni è stato “eh, ma non può essere altrimenti.” Certo, quale modo migliore per rendere i tuoi argomenti più credibili che ammettere la tua incapacità di immaginare altre opzioni?

certo, certo

Ovviamente, San Tommaso come sono, quando il tasso di minchiate supera il numero di bambini leucemici di Černóbyl’, mi viene l’istinto di fare un po’ di ricerca e risalire la corrente a mo’ di salmone fino alla fonte di questa teoria: nella fattispecie a Rupert Sheldrake, accademico con un vero PhD, con un passato da vero ricercatore a Cambridge e Harvard e con vere dissonanze cognitive. Ruppy ha ipotizzato questa famigerata idea di morphic resonance secondo la quale – cito Wikipedia – “memory is inherent in nature” e anche “natural systems, such as termite colonies, or pigeons, or orchid plants, or insulin molecules, inherit a collective memory from all previous things of their kind” con scappellamento a destra del tarapia tapioco. Praticamente le stesse stronzate dell’omeopatia circa la memoria dell’acqua, ma applicate all’etologia di sistemi sociali complessi. Le sue idee sono state accolte con favore dal “guru della coscienza quantica” Deepak Chopra, generalmente la conferma definitiva che si che si tratta davvero di stronzate.

lino banfi says relax.

Florence + The Mangime

Partito Christoph nel weekend, il lunedì successivo è arrivata Florence: uno stereotipo della francese con l’espressione schifata di chi è appena tornato dalle vacanze e dà un’annusata nel frigo che si era dimenticato di svuotare. Ecco, quella faccia.

Al contrario di Christoph, Florence – viva viva gli eufemismi – non è molto loquace: se n’è sempre stata essenzialmente chiusa in camera al buio senza nemmeno fare rumore, tanto da farmi sospettare che si stesse lentamente decomponendo. Fortunatamente per lei, no.

Florence è uscita dal sarcofago sempre e solo per due motivi: mangiare e lavarsi. Alla faccia della nouvelle cuisine française, Florence pare si nutra solo di cereali in fiocchi che sembrano il mangime per quei fastidiosi pappagallini verdi e gialli.

"pensavo fosse solo silenziosa" [cit.]

“pensavo fosse solo silenziosa” [cit.]

Per la doccia ha usato invece un liquido semitrasparente contenuto in un sacchetto dalla forma strana, una roba a metà tra una sacca di plasma e la ricarica del Denk Mit per i vetri. Quantomeno non è terra magica incantata da uno sciamano del Mato Grosso.

ricarica Denk MitE cosa fa Florence a Berlino? Mi vien da ridere solo a scriverlo, ma – sorpresa – fa arte.

Medici senza frontiere

Eh certo, e cosa sennò? A sentire la gente che c’è in giro, a Berlino sembra di stare nella Firenze medicea, con i geni rinascimentali che affrescano, scolpiscono, poetano, filosofeggiano e dischiudono i segreti dell’universo con la sola forza del pensiero. Oppure sono dj, perlomeno quando non vanno a ballare al Berghain. Eh già, perché un numero allarmante di francesi, di spagnoli e soprattutto di italiani fa fatica a disabituarsi al riflesso cattolico di punire il proprio corpo per non meglio precisate colpe. Quel masochismo che li fa stare in fila nelle ore più gelide delle notti invernali berlinesi per farsi rimbalzare da Sven Marquardt, il buttafuori con il più alto tasso di schadenfreude nel sangue.

Sven says nope.

Sven Marquardt, sosia di Mario Brega per passione e buttafuori per hobby.

Tutto questo in una capitale europea dove il concetto di selezione all’ingresso praticamente non esiste e quando esiste non significa “vestito bene = dentro, vestito male = fuori”, ma è semplicemente delegato all’arbitraria benevolenza di un tizio a caso. In una città considerata buzzurra anche per gli standard tedeschi di calore umano? In bocca al lupo. Crepi.

Eh, ma vuoi mettere poter tornare a Busto Arsizio dai tuoi per Natale e raccontare di essere stato dentro (o più probabilmente davanti a) il tempio europeo dell’electro? Ma stigrancazzi: il giorno in cui direte al piccolo Peppino “al Berghain ho fatto una pompa a un australiano sbronzo nella darkroom; proprio come zia Matilde, zia Sofia e nonno Jason”, io starò raccontando ai miei nipoti di quando ho rotolato una balla di fieno da 200 chili attorno a una piazza contro un team di gente travestita da bottiglia di birra boema o di quando, in una domenica d’inverno e per una serie di casualità, mi sono ritrovato a farmi raccontare storie di vita da un perfetto sconosciuto. Un ex-pugile. Polacco. Con precedenti penali. Per omicidio (tranquilli, era colposo). Mentre andavamo a visitare la madre di lui. In un ospedale in Brandeburgo.

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