Month: June 2013

Invita Minerva

L’occhio sempre attento della mia morosa mi ha segnalato un frammento di quella trasmissione occasionalmente accettabile che è Servizio Pubblico che, per non smentire la lunga tradizione di pressappochismo del giornalismo italiano, ha prodotto uno dei soliti servizi sul ritrito leitmotiv “Cose che all’estero funzionano mentre da noi, signoramia: Italia vs. paese a caso”. Quelle inchieste in cui secchiate di qualunquismo vengono erroneamente scambiate per indagini scomode che scuotono il sistema. Che è vero, se “scuotere il sistema” è un elegante eufemismo per “favorire la peristalsi.”

Il servizio in questione, come i mugugni e i brontolii nell’altra stanza mi hanno fatto subito intuire, parla di Berlino ed è infatti stato riportato da Il Mitte, webzine italoberlinese dove l’abbiamo scovato con qualche giorno di ritardo. Al tredicesimo roteamento di testa con occhio strabuzzante, i nostri sguardi si sono incrociati, abbiamo canonizzato all’unisono una dozzina di nuovi santi e abbiamo concluso che ci sarebbe voluto un bel debunking delle molteplici inesattezze. Calcolatrice alla mano, le abbiamo numerate e riportate qui di seguito.

1)     Ho trovato lavoro dopo venti giorni e ho uno stipendio normalissimo di 1.100 €.

E’ il primo mito da sfatare, o quanto meno da ridimensionare. Berlino non è la Germania. Berlino è un’eccezione rispetto a capitali europee come Londra o Parigi, che sono contemporaneamente centro nevralgico della politica e dell’economia. Berlino, a fronte di 3,4 milioni di abitanti (tendenza in calo), ha 212.873 disoccupati e 291.231 sottoccupati, dicono le statistiche dell’Agenzia Federale del Lavoro. Significa un tasso di disoccupazione del 12,3% (dati 2012) che oscilla tra il 10% di Pankow e il 17% di Neukölln (dati aprile 2013). Ci sono segnali di miglioramento, ma è lungi dall’essere un campione rappresentativo della Repubblicona Federale. Tanto per avere un’idea, il motore economico del paese sono Baviera (disoccupazione al 3,7%) e Baden-Württemberg (4,0%).

La coppia di ragazzi intervistati parla a ragion veduta sul Kindergeld (il sussidio per i figli) e sul congedo di maternità e paternità, ma il fatto che lui abbia trovato lavoro in venti giorni è un dato poco rilevante, visto che non sappiamo di quale lavoro stia parlando e di quali qualifiche fossero richieste per la mansione. Sebbene sembri un ragionamento leggermente classista, in realtà è la struttura occupazionale stessa che richiede dei profili ben precisi per ogni singola mansione, tant’è vero che per ogni figura esiste una corrispondente formazione professionale: un bancario ha un background diverso da un assicuratore, anche se i due settori hanno molto know-how comune. L’idea che a fare un fiorista siano capaci tutti non ha senso qui: vuoi fare il fiorista? Dimostra che sai farlo. E come lo dimostri? Presentando il certificato che attesta il tuo completamento di una formazione triennale come fiorista. All’italiano arrangione suonerà strano, ma una volta capita la logica ti rendi conto di quanto senso abbia la cosa. In fondo, la tanto decantata meritocrazia è esattamente questo: un mercato che ottimizza sé stesso tramite figure professionali ben definite, evitando così dispersioni di talenti. Ovviamente non funzionerà sempre come da manuale: per capirlo basta chiedere a un laureato in Media & Comunicazione mentre gli ricordate che il Big Mac lo volevate senza cetriolo, ma l’idea di fondo è buona.

2)     Chiunque può affittare una casa.

Non è vero. Devi provare la tua solidità finanziaria.. Per quello, oltre alle classiche ultime tre buste paga (il tuo stipendio dev’essere di norma almeno 3-3,5 volte l’affitto), serve la certificazione Schufa (una specie di Equitalia): è obbligatoria, a spese tue (18,50 €) e serve al locatore per avere un rapporto dettagliato di tutti i tuoi crediti e debiti (serve anche quando vuoi fare mutui o finanziamenti rateali, altrimenti niente casa, auto o maxischermo OLED).

3)     A Berlino si trovano case a 1000 €/m2 o meno:

Tecnicamente è vero: esistono aree con prezzi sotto il migliaio di euro. Ma per avere un’idea del livello e dell’oscillazione dei prezzi bisogna dare un’occhiata ai valori medi, che dicono ben altro.

I dati odierni della Wohnungsbörse indicano che il prezzo medio di un metro quadro a Berlino è compreso tra 2.173 € (per un’abitazione di 30 m2) e 3.128 € (per 100 m2), in crescita dai 1.457 € del 2011. Non solo è più del doppio di quanto affermato nel servizio, ma è anche un aumento di quasi il 50% in un periodo decisamente breve, a conferma che la tendenza del mercato è fortemente al rialzo. I prezzi degli immobili, se si esclude il caso limite degli 866 € di Hellersdorf (un residuato di realismo socialista dove di solito non scegli di vivere volontariamente), oscilla tra i 1.070 € di Neu-Hohenschönhausen e i 4.467€ di Wilmersdorf. Questo invalida pertanto anche l’affermazione dell’agente immobiliare tedesco che mostra al giornalista l’appartamento da 2500 €/m2 definendolo “di lusso” per gli standard berlinesi. Questo è un appartamento di lusso: 1,75 milioni per 332 m2 (5.223 €/m2) con 1.020 di spese condominiali. Al mese.

I due immobiliaristi italiani che offrono una casa a “Reickendolf” [sic] a 81.700 € per 61 m2 aggiungendo che sono “poco più di 1000 €/m2” (un bel po’ di più, aggiungo io: 1339 €/m2) stanno solo offrendo un immobile nella media di Reinickendorf (1.370 €), area già di per sé decisamente poco rappresentativa del quadro globale berlinese. Nel mio calcolo ho inoltre generosamente presunto che il prezzo nell’annuncio sia già quello definitivo: in realtà, anche con il 19% di IVA già incluso [errata corrige: sugli acquisti immobiliari a uso privato non si applica IVA], bisogna comunque considerare il 7,14% di provvigione standard; niente di sconvolgente, ma pur sempre una mancia da 5833 €.

4)     In Italia i salari sono bassi e i prezzi delle case alti, in Germania viceversa.

Durante la visita all’appartamento di lusso, il giornalista si lascia andare alla considerazione che in Europa ci siano due Euro: quello solido dei tedeschi e quello farlocco del Belpaese. A parte il fatto che l’Eurozona è per forza di cose un amalgama eterogeneo di infrastrutture economiche diverse tra loro e più o meno efficienti, l’idea che la colpa di queste disparità sia dell’Euro è una conclusione soggettiva basata sul confronto arbitrario tra due mercati immobiliari.

In primis, il rapporto salario/costo della vita è certo più proporzionato che in Italia, ma il confronto non è così asimmetrico: l’ex-Germania Ovest, baricentro economico della Germania, guadagna di più, però spende anche di più per vivere; nei Länder agricoli o sottoindustrializzati della ex-DDR l’onda d’urto causata dal crollo del Muro è invece ancora visibile nella forbice salariale, ma il costo della vita è parimenti ridotto. La proporzionalità è diretta e non, come suggerito nel commento, inversa.

Inoltre i governi tedeschi degli ultimi settant’anni hanno semplicemente fatto quello che fanno i governi nei paesi normali: hanno trascorso i loro quadrienni di legislatura tentando di creare un’infrastruttura economica, finanziaria, politica e sociale con quel livello minimo di lungimiranza e pianificazione a lungo termine richiesto a una classe dirigente decorosa. Per intenderci, non una che si accontenti di compiacere i propri sudditi con ceste di perline colorate in cambio di un po’ di ritorno elettorale immediato, ma una che viva nella realtà e sia consapevole che, purtroppo, ogni tanto l’economia si sgonfia e c’è bisogno di attrezzarsi prima per reggere l’urto con l’iceberg senza ridursi a buttare tutto e tutti a mare.

In questo caso concreto, politiche abitative lungimirante sarebbero ad esempio quelle che tentano di mantenere il mercato immobiliare fluido, facendo in modo che le leggi rendano difficile ai proprietari mantenere gli appartamenti artificialmente sfitti e lucrare indebitamente riducendo l’offerta per gonfiare i prezzi. Naturalmente bisognerebbe aggiungere un dettaglio significativo: in Germania, probabilmente per la maggiore mobilità sociale, il rapporto tra proprietà e affitto è speculare a quello italiano. Al vertice della piramide c’è proprio Berlino, con i suoi 85,9% di abitanti in affitto (purtroppo i dati che ho trovato sono del 2006, ma almeno io ho fatto i compiti).

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