Rebel without a cause

Il fatto che il mio portatile sia entrato in coma pochi giorni prima della mia capatina in Brianza e mi abbia fatto aspettare fino al venerdì successivo alle ultime elezioni prima di riprendersi è una cosa che, a posteriori, dovrei riconoscere come una benedizione. Dato l’esito della tornata, sbirciare dal buco della serratura transalpina centellinando le informazioni post-elettorali è stato più un toccasana che un’attesa snervante.

Grazie alla mia provvidenziale fuga domenicale ero riuscito a godermi solo il meglio (si fa per dire) delle elezioni, arginando così i postumi da lesione cerebrale (localizzata probabilmente nelle aree di Broca e Wernicke, visto che i risultati mi hanno lasciato senza parole), fronteggiando l’insostenibile pesantezza degli exit poll da una cauta distanza di sicurezza di 1020 km e soprattutto proteggendomi dall’ancora più insopportabile fuoco di sbarramento di ogni singolo canale cartaceo e catodico dell’intero spettro mediatico italico; quel tremendo momento in cui, in una specie di reminiscenza di Cenerentola, la vocazione italiana alla tuttologia amatoriale prende la forma del polpettone opinionistico da Bar Sport e, poco dopo lo scoccare della mezzanotte, trasforma magicamente gli italiani in esperti di diritto costituzionale (o strateghi calcistici, a seconda della situazione; non che in Italia la differenza sia visibile, beninteso).

Avevo optato per un sobrio distacco fisico e mediatico confidando che avesse almeno un effetto palliativo, ma avevo sottovalutato le sorprese che le elezioni in Italia – e soprattutto l’elettorato – sanno sempre riservare. Eh certo, perché mica si può fare come nei paesi normali, dove qualcuno vince e qualcuno perde; mi ero dimenticato del potenziale esplosivo della miscela tutta nostrana di partiti che oscillano tra l’inconsistente e l’impresentabile e che fanno a gara di seghe millantando misure da record sulla base di una legge elettorale che ricorda le Special Olympics, le olimpiadi fatte apposta (a differenza delle Paralimpiadi, che sono una competizione vera) per dare una medaglia a tutti e farli sentire speciali. Ecco, il Porcellum è praticamente il corrispettivo legislativo del bambino down che gareggia nei 110 ostacoli contro un albero di eucalipto, perde e si becca pure un premio, con l’attenuante che perlomeno i down, a differenza dei parlamentari reali e potenziali, la trisomia 21 mica se la sono scelta.

gnooooh!

Mangino brioche

Queste elezioni verranno ricordate come il trionfo del populismo, come una fontana di guano caduta a pioggia sul paese stile piaghe d’Egitto. E non solo il trionfo, bensì la rivendicazione del populismo sotto due punti di vista speculari: chi lo usa ne ha dimostrato l’imperitura utilità come leva per aizzare il popolo bove contro il nemico di turno; chi se ne è lasciato ammaliare ne ha involontariamente attestato l’efficacia come cartina di tornasole per misurare l’indice di boccalonaggine di un popolo. Più alto è, più probabile è la correlazione con un basso livello medio di spirito critico del campione, quindi con uno standard molto basso dei relativi rappresentanti e di conseguenza della politica del paese (in questo caso una nazione che – incredibile ma vero – è ancora uno dei global player sullo scacchiere politico-economico planetario).

In tutta la fase pre-elettorale ho tentato di mantenermi il più informato possibile sul dibattito politico nostrano, leggendomi le notizie, informandomi sulle proposte e le metodologie dei vari partiti e intrufolandomi più o meno attivamente nelle discussioni per saggiare il dibattito. Inutile dire che, come già scritto nel post precedente, il fenomeno che è balzato maggiormente ai miei occhi non è stato il mitomane ma metodico ufficiale sabaudo travestito da Grande Gatsby, né le criptiche metafore nazional-popolari di Bersani, né l’allucinante ripresa di un PDL che fino a qualche mese prima giaceva esanime sotto il peso delle proprie macerie, complice l’eterea consistenza politica di uno come Angelino Alfano (più che un leader, un segnaposto). Non mi ha nemmeno sorpreso il sussulto di indignazione popolare dei rivoluzionari di Ingroia; uno che in fondo voti solo per principio, che sai già che non andrà da nessuna parte ma che crocetti per fare una di quelle cose italianamente inutili tipo “dare un segnale” (non oso immaginare quanto sia deprimente essere considerati una scheda nulla con la barba).

Il vero segnale – un segnale di allarme rosso che sicuramente avrà sorpreso pochi – è stato il jackpot del Movimento 5 Stelle, summa indiscussa della demagogia: più che altro mi ha sorpreso il fatto che tutti gli altri partiti fossero sorpresi. Beppe Grillo è in giro dal 2005 con il suo blog di sbroccati a incitare le folle contro la Ka$ta, e la Ka$ta ha sempre offerto nuovi assist per lo sbroccaggio che Grillo ha saputo capitalizzare alla grande e con quegli stessi metodi berlusconiani che la dissonanza cognitiva degli accoliti grillini si ostina a negare. C’è stato addirittura (cito testuali parole di un dibattito) chi ha chiesto “domanda curiosa: quanti di voi oggi sono per il movimento 5 stelle (io sì)?”, a cui ho risposto che bisognerebbe innanzitutto capire cosa c’è nel partito di Grillo – oltre la semplice indignazione contro la Ka$ta, visto che per quello non ci vuole molto – che dovrebbe spingere la gente a riconoscervisi, e cosa ci sia di così sorprendente nel non esserne minimamente attratti. Io penso di non avere nessun punto di contatto con un partito del genere, e (escludendo il fatto di possedere delle sinapsi funzionanti, ragione necessaria e sufficiente) posso elencare in ordine sparso tutta una serie di motivi.

1) Come ho già scritto in precedenza, è un movimento che sostiene di essere “dal basso”, ma nessuno sembra accorgersi o lamentarsi del fatto che sia esattamente l’opposto: un apparato centralizzato da cui una figura cardine emana la propria opinione e lascia agli adepti due scelte: annuire in silenzio all’ortodossia o scontare l’eterodossia con la scomunica e la damnatio memoriae. Il termine “opinione” è da intendersi naturalmente anche e soprattutto nell’accezione di “tutto ciò che viene affermato senza il minimo supporto di fatti.”

2) E’ un partito che dice di avere idee innovative per cambiare il paese e metodi innovativi per farlo, ma i fatti smentiscono impietosamente questa pretesa vanagloriosa. Il manifesto programmatico (chiamiamolo generosamente così) riflette il problema a monte del partito: il monopolio ideologico di cui al punto 1, e di conseguenza i contenuti e i metodi del monopolista in questione, costituiti essenzialmente da grandi promesse e roboanti proclami da agitprop, ma niente di più. Andrà bene per arringare le masse, ma poi devi anche rendere conto di quello che dici, non ultimo ai tuoi stessi elettori. E qui arriva il punto 3.

3) Grillo parla di processo democratico, ma è il primo a sottrarsi a uno dei passaggi cardine di questo processo: il dialogo. Ovviamente lui si giustifica con una foglia di fico da due lire, ovvero che i poteri occulti ce l’hanno con lui e i media sono tutti servi del potere, e quindi lui fa bene a cacciare chiunque tenti di intervistarlo e chiedergli conto dei suoi piani. Ora, il panorama mediatico italiano è senza dubbio imbarazzante, ma così lo stai solo strumentalizzando per affrancarti dalle tue responsabilità e scaricare la colpa sugli altri (altro tipico vezzo nostrano): di fatto ti stai sottraendo al Quarto Potere, quello che serve creare una corrispondenza biunivoca col pubblico. Non basta buttare lì concetti a caso come “sovranità monetaria”, “referendum propositivo senza quorum” o “reddito di cittadinanza” e poi chiudersi a riccio quando provano a chiederti con che mezzi li vuoi realizzare. Usare gli slogan al posto dei contenuti, promesse impossibili al posto di proposte realistiche, e usare i media in senso unidirezionale non ti rendono diverso dai “vecchi politici che vogliamo mandare a casa”: ti rende esattamente uguale a loro. Da questo punto di vista Grillo non è molto dissimile da Forza Italia nel 1994 o dal celodurismo bossiano della Lega anni ‘80-‘90.

A proposito di reddito di cittadinanza, ho tentato invano di lasciarmi spiegare dai diretti interessati cosa credevano che fosse e come intendessero garantirlo. Non essendo mai stato illustrato in concreto, ho preso la definizione genericamente accettata di questo concetto direttamente da Wikipedia: “un reddito di base universale pagato a tutti, senza alcun obbligo di attività, per una somma sufficiente a esistere e a partecipare alla vita della società.” E’ una cosa di cui si parla da tempo anche in Germania (dove i grillini sostengono che già ci sia, ma non è vero) e che Grillo pare vorrebbe introdurre in Italia a 1000€ mensili. Partendo da questa base speculativa ho cercato di riportare un po’ di senno e mi sono messo – ecco il solito professorone saccente – a fare un paio di calcoli:

(1000 €) x (12 mesi) x (60 milioni di cittadini) = 720 miliardi di euro l’anno.

Che per 5 anni di legislatura fanno 3,6 bilioni di euro.

Due volte l’intero debito pubblico del Paese.

Tre virgola sei per dieci alla dodicesima, giusto per chiarire quanti zeri ci vogliono.

MilaK - meco“Mecojoni!” ha esclamato Mila Kunis, attuale direttrice esecutiva dell’Ufficio Riscossione Tributi.

Ho chiesto ovviamente con quali misure economiche il M5S avesse intenzione di partorire i suddetti quaqquarantordici bumbastilioni necessari al mantenimento di un mastodonte del genere. Ovvio risultato: TSO totale. Quando i grillini vedono i numeri, reagiscono facendo ciò che viene loro meglio: sbroccare. E via coi mondiali di arrampicata sugli specchi:

a) “ma no, Grillo intende solo i disoccupati!” Ok, presto rifatto il calcolo: ti reitero la domanda concedendoti una generosa stima al ribasso, diciamo del 10% su una popolazione attiva di 30 milioni. Fanno 36 miliardi l’anno. In termini semplici che anche un grillino possa capire, equivalgono grosso modo a un paio di manovre finanziarie una tantum da una ventina di bombe, solo che sono due tantum. Ogni anno. Per un quinquennio. Al confronto, la politica fiscale di Mario Monti sembra un ballo di corte del Re Sole.

b)  “ma no, Grillo non intende i disoccupati, ma quelli che hanno perso il lavoro!” True story su cui non aggiungo altro, se non la surreale chiosa “Vedi che non sai nemmeno di cosa stai parlando!” ma con molti più punti esclamativi e le immancabili accuse in stampatello di collusione con partiti e lobby di turno. A monte di tutta questa brusca retromarcia bisogna contare che uno strumento che dia i soldi a disoccupati non serve, visto che il sussidio di disoccupazione esiste già.

c) “Basta sospendere la costruzione degli F35 ed è fatto!” Eh certo, peccato solo che al risparmio di 25 miliardi ne andrebbero sottratti 3-4 di penali per la rescissione dei contratti (oltre a circa diecimila posti di lavoro, che fanno 120 milioni annui aggiuntivi da aggiungere al fondo per il reddito di cittadinanza, decerebrati pacifisti del cazzo). Senza contare che non risolvi nulla, visto che quello che rimane basta per coprire un semestre di spesa, e restano altri quattro anni e mezzo su cui fantasticare mentre vi masturbate davanti alla foto di Gianroberto Casaleggio.

4) Un ulteriore motivo di preoccupazione sono i criteri di scelta dei candidati, e in questo Beppe Grillo ha saputo capitalizzare perfettamente sul sentimento anti-intellettuale dell’italiano medio, quello che vede ogni centimetro percorso oltre la scuola dell’obbligo come un pericolo, una minaccia, una truffa o, peggio di tutti, una vergogna. Infatti la pletora di acefali che lo circonda lo applaude quando tuona contro i professoroni, contro “i professionisti della politica”, contro i loro tecnicismi. Che tutto sommato andrebbe anche bene, se solo la sua intenzione fosse sostituire i tecnici corrotti con quelli onesti.

Peccato che non sia così: il partito di Grillo fa della provenienza “dal basso” dei propri membri un motivo di vanto, una spilletta da esibire con orgoglio per meriti mai ottenuti. “Pierciccio ha 27 anni, lavora al tornio da 10 e non ha mai rubato, quindi è una garanzia di onestà” è una logica che non sta in piedi. Se Pierciccio ha iniziato a lavorare a 17 anni come tornitore, le probabilità di rimanere implicato in un caso di insider trading penso non siano mai state particolarmente elevate. E basandoti sulla semplice permanenza sul pianeta come unico criterio di merito non stai nemmeno garantendo la condotta morale del tuo candidato: ci stai scommettendo. Sei sicuro che Pierciccio saprà resistere alla tentazione di un bell’appalto truccato quando l’Impregilo del caso gli piazzerà davanti agli occhi più banconote di quante lui ne vedrebbe reincarnandosi sedici volte? Non capisco come piazzare dei dilettanti a schiacciare i pulsantoni colorati di Montecitorio sia qualificabile come una conquista: certo che voglio dei “professionisti della politica” ai tavoli ministeriali, esattamente come voglio dei professionisti della fisica alla costruzione di ponti. Non è degradando la competenza a difetto per sostituirla con la melodrammatica nostalgia per la veracità rurale che migliori le cose.

facimm' ammuina!Il futuro Ministro delle Infrastrutture, in livrea.

Microchip promozionale

A Beppe Grillo bisogna quantomeno dare atto di aver fatto della trasparenza un cavallo di battaglia, anche se con esiti involontariamente imbarazzanti, ad esempio la possibilità di compulsare online i curriculum dei suoi prodi paladini della democrazia duepuntozero, tipo quello del giovane Paolo Bernini: un cittadino italiano (il cui voto sfortunatamente vale quanto il mio) finito controvoglia sotto i riflettori per l’elevato quoziente di boccaloneria grazie al quale è stato folgorato da Zeitgeist, il “documentario” che l’ha convinto incontrovertibilmente che delle cospirazioni segrete internazionali orchestrate da chissà quali emissari degli Illuminati, della Massoneria, dei Rettiliani o del Gruppo Bilderberg vogliono installare dei microchip sottocutanei per controllare le masse e instaurare finalmente il tanto agognato New World Order. Di fronte ad affermazioni di tale dimensione, Bernini non ha nemmeno sentito il bisogno di avere una controprova o anche solo di uno straccio di prova, giusto per dire il livello della tanto paventata coscienza critica di un tizio che non riesce nemmeno a compilare un curriculum senza disseminarlo di refusi e che annovera ad esempio 5 mesi estivi di lavoro in 5 anni come esperienza professionale e “buona capacità di comunicazione” grazie alla sua esperienza nel campo delle “attività di volantinaggio”; che decanta la sua “ottima conoscenza nell’uso della mail” nonché di social network come Twetter [sic] e che ha inserito “alimentazione” (vegana, ci tiene a specificare) sotto la voce “capacità e competenze”. In pratica, uno che qualsiasi persona sana di mente non assumerebbe nemmeno come paraspifferi, figuriamoci dargli voce in capitolo nel processo legislativo. E invece.

cacchio cacchione, mandiamoli a casa! Eheheh!gli stati generali del M5S a Olgiate Olona, con il leader sullo sfondo.

Tra le personalissime proposte di legge del paraspifferi, oltre a voler sbrurocratizzare [sic; ok, i refusi capitano, ma almeno chiedi a un amico di correggerti la bozza, eccheccazzo] la Pubblica Amministrazione, spiccano ovviamente le solite panzane sul ritorno a “la sovranità monetaria nel nostro Paese evitando che banche private come Bankitalia e BCE abbiano in mano il potere di produrre moneta senza restrizioni”, chiaro segno che i mercati mobiliari e il diritto europeo non sono evidentemente il suo punto forte, nonché – poteva mancare? – “vietare la produzione di armi e la vendita a Stati esteri”: perché si sa che l’Italia ha il monopolio globale dei mezzi di produzione bellica. Formulata così, sembra una teoria del caos: se la Beretta chiude a Gardone Val Trompia, in tutto il resto del mondo la gente smette di spararsi. Un po’ come dire che alcuni millenni fa, grazie all’introduzione del reato di furto, la gente ha smesso di scippare le vecchiette davanti agli uffici postali.

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