Moral Kombat

E ci risiamo. Dopo la solita bomba all’ambasciata, ora arriveranno le cascate di idiozie da parte dei soliti simil-intellettualoidi con la giacca di velluto a toppe – opportunamente estratti dal barattolone di formalina nel quale si erano più o meno volontariamente esiliati a metà degli anni ’70 – che si contenderanno lo scettro di miglior abusatore di political correctness sulla piazza.

Attendo con ansia il coro dei difensor fidei di ogni foggia che, timorosi di essere tacciati di connivenza con l’ideologia di turno tipo filoimperialismo, filocolonialismo, filooccidentalismo, filofascismo, filoamericansimo e qualsiasi altro filo che non abbiano ancora tagliato dal loro eskimo, tenteranno di vendersi come pensatori controcorrente appigliandosi a qualche altra ideologia che funga da pomata emolliente per la pelle scottata dalla white guilt (evidentemente ignari del fatto che è difficile esternare pensieri originali quando ci si rotola in un framework ideologico).

guarda, mangio nel piatto in cui sputo!

Da quel poco che ho colto finora, è tutto uno sciorinare di scuse per dire che, se degli estremisti islamici danno fuoco a un’ambasciata per colpa di un film (è irrilevante chi o cosa ci sia dietro, a me interessa la reazione), l’Islam non c’entra niente. Eh, no, certo. Gruppi come Al-Qaeda, Boko Haram o, in questo caso, Ansar al-Sharia – i quali non fanno mistero della loro identità – che lanciano messaggi ripieni di sure coraniche lo fanno per rivendicare la loro passione per i cupcake ai mirtilli. “La religione non c’entra niente, è colpa dell’intolleranza e dell’ignoranza!”, come se le tre cose fossero tre concetti autonomi. Ovvio che l’intolleranza – come un po’ tutti i grandi mali – è figlia dell’ignoranza, che di per sé non è certo una colpa. Ma fingere di non vedere il nesso con la religione è ignoranza consapevole, l’assurdo wishful thinking con cui ci si illude che la fede non giochi alcun ruolo in queste cose; e non parlo del solito, ritrito “eh, ma sono i clerici che sfruttano la buona fede dei loro credenti”, come se il problema fossero i pastori e non le pecore.

Quelli che fanno eco – e ce ne sono sorprendentemente tanti – sostenendo posizioni sulla falsariga di “l’Islam è una religione pacifica sabotata da estremisti” dovrebbe fare due cose che non ha mai fatto, prima fra tutte parlare con cognizione di causa. Per farlo dovrebbe prendere in mano un Corano e non limitarsi a fissare la copertina, e poi non dire una parola prima di essere arrivato alla fine della Sura 114. Il Corano è un testo che riflette la barbarie dell’epoca in cui è stato scritto non meno di quanto facciano l’Antico e il Nuovo Testamento, e il potenziale esplosivo è lo stesso. La differenza è che l’Occidente cristiano – o post-cristiano, o ex-cristiano, o pseudo-cristiano –  ha già attraversato la sua fase puberale, e dopo il rush ormonale fatto di serate attorno al fuoco (non parlo dei raduni di CL con la chitarra classica) e di feticismi teocratici ha raggiunto l’Età della Ragione e ha cominciato a maturare. E se il Cattolicesimo rimane un po’ l’equivalente dell’imprenditore burino di mezza età che si fa le lampade e si compra la cabrio per affrontare la midlife crisis, il Protestantesimo europeo è il suo figlio noioso e senza grilli per la testa che lavora in banca e divide una bifamiliare; in compenso molti angoli del mondo islamico continuano a essere l’equivalente del ragazzino con la peluria pre-baffo e il testosterone a palla che sogna di deflorare vergini o minaccia di farsi trovare fuori dal cortile della scuola per bullarti con il supporto morale e fisico del suo compagno grosso e stupido.

La seconda cosa da fare sarebbe aprire il browser per rinfrescare un po’ la memoria storica sul passato recente e ricordarsi del 1989, quando quel buffone dell’ayatollah Ruhollah “Mario BregaKhomeini ha pensato bene di recensire i Versetti Satanici di Salman Rushdie lanciando una fatwā contro l’autore, per ribadire ai timorati di Allah di tutto il mondo cosa significhi seguire un libro sacro fino in fondo e per ricordare al resto del pianeta come non funziona la libertà di espressione. E l’avvento del XXI secolo non è stato da meno, come ricorderanno in Olanda le spoglie dell’impresentabile Pim Fortuyn e quelle di Theo Van Gogh, che nel 2002 e nel 2004 hanno ricevuto un promemoria sull’argomento, prima che avvisi simili venissero recapitati in Danimarca alla redazione dello Jyllands-Posten (e alle ambasciate danesi in giro per il mondo arabo, dettaglio che la dice lunga sulla difficoltà di afferrare il concetto di stampa libera e indipendente dagli organi governativi) e ai loro colleghi francesi di Charlie Hebdo l’anno scorso, tutto perché dei bambini frignoni non sopportano la vista del loro imperatore denudato.

behead them!

A chi sostiene che l’Islam sia una religione di pace non riesco a farne una colpa; sono convinto che la maggior parte lo faccia in buona fede e che il loro sia più il desiderio di stendere i panni della propria coscienza in giardino per far vedere ai vicini quanto siano venuti puliti dalle macchie dei discutibili banchetti dell’ultimo secolo e ribadirne la propria distanza (della Germania non parliamone nemmeno, siamo seriamente a livelli patologici di ansia, terrore e rimorso: comprensibile per il nonno, condivisibile per il figlio, meno per il nipote). Ma ho l’impressione – e sono conscio di non essere il primo – che questa condiscendenza pelosa danneggi entrambe le parti: da un lato chi è convinto che sentirsi offeso sia un diritto legittimo e per di più meritevole di un trattamento speciale, dall’altro chi è convinto che criticare significhi automaticamente mancare di rispetto a qualcuno (e che quindi ci voglia il suddetto trattamento speciale); forse bisognerebbe capire che sono le persone che vanno rispettate, non le loro idee. Nessuno ha il diritto di circondarsi di un’aura magica che lo protegga da ogni obiezione.

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