Month: February 2012

Malitia Christi

Com’era quella storia? Che io attiro sempre i più surreali esempi di matti di paese? Geova: celo. Setta coreana: celo. Setta tantrica: celo. Mormoni: celo. Hare Krishna: celo. Complottisti: nel frattempo celo (scie chimiche! GOMBLODDO!). Ormai posso dire che la mia collezione è quasi completa; praticamente mancano solo musulmani, ebrei ortodossi e  scientologisti, non fosse che i primi tendono a non prenderla molto bene quando esprimi il tuo disaccordo, ai secondi — i pochi rimasti, aggiungerei con una nota di cinismo — il loro Dio isterico vieta perlomeno di fare proselitismo e dei terzi ve ne parlo non appena quei tizi in giacca e Ray-Ban davanti a casa salgono sul loro SUV nero e si allontanano.

Ma una finezza ancora mi mancava: una dozzina di giorni fa vado bel bello al lavoro e la mia capa, tra sogghigno e perplessità, mi dà in mano una lettera. E’ di un tizio che si è preso la briga di scrivere — con una macchina da scrivere elettronica — dalla Bassa Sassonia a un numero imprecisato di nostre filiali per parlare dell’amico immaginario conosciuto durante i suoi anni nell’esercito, forse per renderci partecipi di quanto il suo spirito masochistico gli impedisca di vivere senza l’obbedienza incondizionata agli ordini di qualche mitomane, o qualcosa del genere. La capa mi dice che non gli ha risposto e che non le interessa farlo, probabilmente intuendo la mia prevedibile reazione: vuole che lo faccia io?

E così mi sono messo lì e gli ho scritto, formulando e riformulando ogni frase per non cedere all’impulso dello sfanculamento o della derisione. Diciamo che ho tentato di mantenere più un tono pacato alla Bertrand Russell che non da Vernacoliere, anche se la tentazione è stata forte. Il risultato del botta e risposta (sia la botta che la risposta), tradotto a uso e consumo del bòbbolo idaliano — compresa la formattazione originale compresa —  è linkato qui.

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Hungry like the Wulff

Oh, finalmente. Era da un po’ che tentavo di accumulare un po’ di informazioni sulle magnifiche sorti e progressive, sull’attuale deriva bananoide della Federazione per poi trovare un po’ di tempo e scriverci qualcosa. Venerdì mattina mi sono svegliato e ho giusto pensato: ok, oggi lo faccio. E cosa ti succede? Scopro che proprio venerdì i sogni proibiti di una decente maggioranza della popolazione (per ius sanguinis oppure solis, tipo me) si sono avverati.

Christian Wulff, già sosia di molti altri politici tedeschi, ha finalmente liberato il palcoscenico politico dalla sua già impercettibile presenza e dalla sua faccia da chierichetto acromegalico, a soli due anni dalle dimissioni del suo predecessore  Horst Köhler, con il quale condivide la più totale assenza di carisma e un’inesauribile scorta di frasi fatte, e più in generale quella che può essere definita una istituzionale Espressione da Pirla™, senza contare l’inquietante Sorriso da Stalker™.

L’esordio pubblico del gran casino attorno a questo mammifero insipido con la faccia del secchione che non ti fa copiare ha una data ben precisa e ricorda molto il modus operandi di politici e mafiosi del Belpaese: il 12 dicembre 2011 Wulff chiama Kai Diekmann, capoccia di Bild, la carta igienica più us il giornale più letto della Germania, abitualmente prono  a sensazionalismi e scoop da telegiornale Mediaset e più in generale prono tout court. Perché mai il Presidente della Repubblica Federale, per di più mentre si trova in visita ufficiale tra gran visir e altri dignitari degli stati del Golfo, dovrebbe darsi la briga di chiamare il direttore di un giornale? Ed ecco che arriva il momento in cui un politico dimostra di che pasta è fatto, nel suo caso pastafrolla: trova solo la segreteria telefonica e, da stratega qual è, sa che i veri uomini non si limitano a riattaccare. No: lascia un messaggio in segreteria. Come se l’idea non fosse già abbastanza stupida di suo, nel pizzino di don Christian c’è la richiesta di non pubblicare l’inchiesta sulle irregolarità nell’acquisto di un immobile da 415.000 euro tramite un credito di una mezza milionata a condizioni ridicolmente agevolate (si parla di interessi allo 0,9%, per dire quanto ridicole); tutto questo smanacciamento risale al 2008, quando il democristiano Christian — nomen omen — era ancora solo un umile presidente dello stato federale che ha dato i natali ai politici più invischiati in magagne legali nella storia della Germania postbellica, il Niedersachsen (aka Bassa Sassonia aka Volkswagenlandia) ed era ancora così imberbe e ingenuo da incontrarsi con imprenditori edili e le loro mogli prestanome (già suoi amici e testimoni di nozze) senza immaginare che fare affari con loro sfruttando il proprio ruolo politico avrebbe fatto alzare i sopraccigli destri a più di un procuratore federale. A pensare male si fa peccato ma ci si azzecca sempre, diceva Andreotti; ecco come si riconosce un vero democristiano spregiudicato da uno farlocco. Nota a margine: durante un’interrogazione informale davanti al parlamento regionale di cui all’epoca era presidente, Wulff aveva respinto ogni illazione come infondata.

Vani si rivelano poi anche i tentativi di Demochristian di fare la vocina grossa con Mathias Döpfner — amministratore delegato delle edizioni Axel Springer e quindi datore di lavoro del Kai Diekmann di cui sopra — a colpi di battute a effetto come “avete varcato il Rubicone” e altre sobrie frasone da B-Movie dello stesso calibro. Né il megadirettore galattico, né il suo miglior sgherro si sentono intimiditi da questo omino che gonfia il petto per mostrare le sue mille medaglie, manco fosse il generale Žukov che porge la penna ai nazisti per firmare la resa. Conseguenza: l’intero universo editoriale dell’Impero ribadisce a ranghi serrati che non siamo in Corea del Nord, in Iran o in Italia e che la stampa non è al servizio del potere, tantomeno se sei la persona con meno potere tra tutte quelle che vorrebbero asservirla. Voglio dire, sei il Presidente della Repubblica! Da quando i presidenti della repubblica hanno un potere che vada oltre la firma delle leggi e la degustazione di specialità locali?

Il bello di essere indagati è che l’effetto palla di neve fa emergere un sacco di dettagli interessanti sulla tua vita, tipo che cercare soldi e favori a gente è un’abitudine piuttosto radicata di Herr Wulff: anche l’imprenditore Carsten Maschmeyer — famoso per essere il marito dell’attrice Veronika Ferres, famosa per essere l’amichetta tettona di Carsten Maschmeyer — ha partecipato a un gioco di do ut des in cui nel 2007 Wulff ha ricevuto 42.731,71 euro per fare pubblicità al suo libro Besser die Wahrheit. Intitolare un libro “meglio la verità” e pubblicizzarlo con i soldi di ciò che si è poi rivelato essere un gioco di scatole cinesi volto ad arricchire la CDU bassosassone aggirando le norme sui finanziamenti ai partiti direi che è un capolavoro del grottesco senza che il faccendiere senta il bisogno di spiegare come il suo volteggiare sopra Hannover gli abbia permesso di conoscere la sua attuale morosa.

Il cammino di Christian Wulff verso l’Olimpo delle Figure di Merda è anche costellato di piccoli gesti, come licenziare il proprio portavoce Olaf Glaeseker senza apparente giustificazione (nel senso che gli è stato chiesto perché e lui ancora non ha risposto) o accettare con reticenza un’intervista di 21 minuti per dare delle spiegazioni alle persone che gli pagano lo stipendio. Sì, perché il 4 gennaio, davanti a due giornalisti di punta dei due maggiori canali pubblici ARD e ZDF, il presidente ha dovuto rendere conto di questi e altri magheggi tra amici. In sintesi: l’inizio è già pessimo, con un chiaro nein in risposta all’opzione dimissioni alla faccia dell’opinione pubblica. Motivo ufficiale: la volontà di mostrare “un bilancio positivo al termine del quinquennio presidenziale.” Sul tema intimidazioni alla stampa non ha ovviamente potuto fare altro che cospargersi il capo di senape, farsi infilare due patatine nel naso e chiedere scusa alle vittime del suo bullismo da oratorio. Epic fail è invece il momento in cui la giornalista Bettina Schusten gli chiede se non trovi politicamente discutibile il passare le vacanze a casa di Amici Imprenditori™ a scrocco, visto che una cosa del genere potrebbe dare l’impressione di creare un certo conflitto di interessi. Risposta di Wulff: “lei lo fa?” Risposta della giornalista: “sì.”

Nota a margine: con le rivelazioni emerse nel corso delle indagini, la domanda si sarebbe potuta ampliare; non solo vacanze a scrocco a casa di Amici Imprenditori™, ma anche room-upgrade per le vacanze in hotel a spese di Amici Imprenditori™, o voli pagati daAmici Imprenditori™, o festeggiare la propria elezione a presidente in un party organizzato da indovinate chi, o acquistare una Audi Q3 con contratto VIP-Leasing a condizioni ridicole grazie all’intercessione di indovinate chi e attraverso la stessa moglie-prestanome che già in precedenza aveva ricevuto abbigliamento e accessori di lusso aggratis da case di moda.

Insomma, siamo alle solite, la domanda che scatta automatica è la classica “cosa sarebbe successo in Italia?” e basta vedere i vari affaire Scajola e simili per rendersene conto. E trovo poco consolatorio l’atteggiamento di un po’ della stampa italiota, il cercare il mal comune che ci permetta di avere quel mezzo gaudio qualunquista, quel così fan tutti che ci fa sentire meglio e meno diversi. Senza dubbio il caso Wulff conferma che così fan molti e che è difficile resistere alla tentazione quando si presenta l’occasione di un piccolo tornaconto con la quasi-certezza di farla franca. Immagino che sia una tendenza umana, ma anche a questo serve che le istituzioni ci siano e che funzionino nel miglior modo possibile, e solo nei paesi anomali si cerca di relativizzare tutto e di spostare il baricentro della responsabilità dai controllati ai controllori credendo di fare un favore. Nei paesi normali, fosse anche solo per convenienza politica (vedere alla voce elezioni politiche 2013 in Germania), i rappresentanti prima o poi sanno qual è la cosa tecnicamente giusta da fare per non abbassare gli standard di qualità di chi deve mantenere in funzione uno stato.