Month: December 2011

la rivoluzione di velluto (con graziosi inserti in pizzo di cantù)

E’ da un po’ che ce l’ho sulla punta della lingua e non ho ancora trovato il tempo e il modo migliore per discuterne, ma devo confessare che tutto questo trambusto attorno ai vari Occhiupai Qualchecosa non smette di lasciarmi un dubbio retrogusto. In generale mi sembrano proteste del tutto giustificate: in fondo non è altro che il caro vecchio scontento popolare vecchio quanto l’umanità stessa, il giusto sfogo contro chi ha avuto un ruolo di rilievo nel rinsaldare la certezza che il mondo è un posto di merda. Quello che mi innervosisce è la piega che sta prendendo, perlomeno da queste parti. Da un lato è ovvio che una protesta del genere parta da chi a) sa di avere ancora un lungo futuro davanti a sé, b) si rende conto che questo futuro è gramo e c) ha abbastanza spirito critico per pensare di fare qualcosa; non mi meraviglia quindi che uno dei pochi sottoinsiemi che riunisce a, b e c siano gli studenti.

Da di versi canali mi arrivano inviti per Occupy FU o cose del genere, così ho cercato di informarmi ben bene sulle ragioni e le richieste di chi promuove questa iniziativa. Scopro così che il progetto di questi rivoluzionari da Bar Casablanca con la barba sporcata da un po’ di gelato nasce dalla brillante pensata di dare un segno di democrazia dal basso contro lo strapotere politico di turno occupando i centri nevralgici dello Stato. Ora, già hanno tentato un Occupy Bundestag — che, a dispetto del nome, ha occupato solo il prato antistante e chiesto coperte per la notte via sms — e concordo che la sede del parlamento tedesco (specialmente se si pensa a quali loschi figuri compongono la maggioranza di governo) rappresenti davvero un simbolo dell’intreccio tra i poteri forti, tra il capitalismo selvaggio e la politica del laissez-faire che ne tollera le malefatte. Ma mi sfugge il motivo per cui nella lista nera delle istituzioni ci siano anche le università: dovremmo interpretarlo come un gesto allegorico con cui si vogliono occupare a tappeto le istituzioni pubbliche, simboli di uno stato iniquo? Strano allora che a nessuno sia venuto in mente di impadronirsi anche degli ospedali, dove le iniquità del sistema sanitario sono visibili quotidianamente. Oppure gli uffici di collocamento, dove chilometriche file di paria devono prostrarsi umilmente davanti ai bramini della burocrazia pregando di non essere bruciati sulla pira funeraria assieme al loro lavoro. A me i doppi standard di giudizio già mi rendono sospettoso, ma lo divento ancor di più se penso alla Freie Universität, che certo non è famosa per essere una roccaforte conservatrice: mai, persino in ambiti per nulla politicizzati come il mio, ho conosciuto docenti filogovernativi, e tutti si sono sempre espressi in maniera diplomatica ma inequivocabilmente scettica verso l’attuale masnada di farabutti (nel senso originario di Freibeuter, “filibustiere, predone”) che guida la Federazione. Fatico inoltre a capire perché le proteste non vengano soprattutto dalla facoltà di Economia, dove in fondo gli studenti avrebbero tutto il diritto di obiettare che perpetuare il darw calvinismo sociale tramandando l’insegnamento di quegli stessi meccanismi che hanno causato più disastri che benefici non è esattamente la soluzione migliore al problema.

No, la gente che pare essere in prima linea contro il Sistema viene principalmente da quelle facoltà dove c’è evidentemente troppo ciarpame postmoderno e poco buonsenso, due motivi già di per sé sufficienti a farmi prendere con le pinze ogni frase in cui compaia la parola critica (e garantisco che ce n’è a bizzeffe). Io, che dal punto di vista strettamente tecnico – e solo da quello – appartengo come loro alla branca delle discipline umanistiche, non faccio certo fatica a condividere le ansie su un futuro professionale in cui dovrò sacrificare vergini a Thor per avere una tutela professionale decente; però è qualcosa che uno dovrebbe già avere ben presente nel momento in cui salta sulla sua fixie e va a iscriversi a Scienze dell’Amicizia inforcando gli occhiali ironici stile Vittorio Sgarbi.

capra.

Ma la cosa che mi manda più in bestia è che le giovani generazioni di autoctoni prussiani – nobilotti di campagna viziati dal costante sovradosaggio di welfare e quindi piuttosto proni ad avanzare pretese con sdegno piccoloborghese – non contenti di avere l’università gratuita, ora pretendono addirittura di infilare le loro manine temprate dal duro lavoro di pettinatori di bambole nel sistema nervoso dell’università: in nome di una concezione decisamente opinabile dell’idea di Parità dei Diritti, questi dissidenti in spe credono forse di emulare i loro genitori reclamando il diritto a un’istruzione democraticamente autogestita, che tradotto significa – respiro profondo – che sarebbero loro a definire i curriculum accademici.

Ma se questa Parità dei Dirittiimplica che il voto di un professore con alle spalle un certo bagaglio di conoscenza e magari un paio di decenni di esperienza in didattica e ricerca abbia lo stesso peso del giudizio di uno sbarbato con alle spalle due decenni di vita sul pianeta, buona parte dei quali trascorsa imparando a parlare, stare in equilibrio su una bici e superare la pubertà senza diventare cieco, be’, allora la pretesa mi lascia un po’ più che basito. Non voglio certo che il contenuto di un curriculum accademico venga deciso su basi ideologiche, che in quanto tali non sono necessariamente giuste e per definizione non obiettive; e che questi patetici agitprop da operetta non provino a rispondermi citando Deleuze, Derrida o altri parolai da Francia postsessantottina balbettando che la realtà oggettiva non esiste ed è tutto un costrutto sociale che le eminenze grigie del patriarcato hanno creato e propagandato per mantenere lo status quo della cultura egemone; tutto ‘sto chiacchiericcio postmoderno potrà funzionare alle feste del comitato studentesco ma, a parte intorbidire le acque con inutili giocolerie dialettiche, è destinato come ogni tipo di posizione dottrinale a contribuire ben poco al miglioramento delle istituzioni scientifiche. Se per caso qualcuno stesse pensando che la sto mettendo giù dura, assicuro che non sto inventando nulla: un’occhiata ai volantini zanchettati agli alberi di Dahlem e la paranoia cospiratoria dei dibattiti sulla “muffa popperiana” [?] o “quanto è politica la neuroscienza?” [?] smette di apparire come una caricatura della realtà.

se non stai protestando così, non stai protestando.

Anch’io nel mio piccolo ho avuto a che fare con gente che all’evidenza scientifica anteponeva l’istinto di autoconservazione verso la propria ideologia di riferimento – in quel caso il femminismo militante del tipo anacronistico – e ricordo che l’unica sagace controargomentazione non andava oltre il surreale “sì, ma è vero anche il contrario.” Come no, tarallucci e vino. E queste sono le stesse persone che vorrebbero ritrovarsi in classe dal lato pericoloso della cattedra a pontificare (o obbligare docenti a pontificare) di fuffa tipo linguistica femminista (burp) per persuadere gli studenti che “la morfologia nominale nega la donna e perpetua la dittatura patriarcale” o che persino la fisica è maschilista (no, non scherzo: c’è davvero chi ha definito i Principia Mathematica di Newton “un manuale di stupro”, affermato che E = mc2 è un’equazione discriminatoria perché “privilegia la luce rispetto ad altre forze” e sostenuto che i suddetti fallocrati hanno favorito lo studio della meccanica dei solidi sulla dinamica dei fluidi; perché è risaputo che la camarilla dei fisici coopera segretamente per opprimere la donna disseminando velate allusioni a cazzi eretti e umori vaginali tra le equazioni).

E’ chiaro che, anche senza arrivare a certi estremi, non vedo nessun motivo razionalmente difendibile per accordare a gente senza alcuna qualifica professionale il diritto di accampare pretese ingiustificate solo perché è convinta di poter vendere come Parità dei Dirittiun escamotage per aggirare i livelli minimi di qualità previsti da qualsiasi standard scientifico in qualsiasi campo e che ogni no sia la prevaricazione di una casta reazionaria. Senza contare che queste prese di posizione sono di fatto indifendibili da qualsiasi Homo sapiens dotato di un minimo di buonsenso: sono sicuro che ognuno di questi sedicenti ribelli spera nel miglior neurologo possibile per curarsi la meningite, nel miglior ingegnere possibile per far stare in piedi la propria casa e nei migliori insegnanti possibili per i propri figli, ergo non vedo perché mai dovrebbero pretendere un trattamento speciale per sé stessi o per i loro interessi politici quando le loro manie di persecuzione li fanno sentire esclusi da un processo in cui sentono di avere una voce in capitolo a cui non hanno assolutamente diritto.

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fumata bianca

Ok, è andata: con pazienza certosina ho formattato e trasformato in pdf la selezione di vecchi post di Sturmundgab che mi ero saggiamente salvato sul computer. Ora sono tutti su Scribd, caricati (nonché scaricabili) presso questo indirizzo, nonché disponibili ad aeternum qui sopra.

Cansei de ser Splinder

E così sia. Finalmente mi sono deciso a fare quello che mi ero prefissato di fare già da tempo e ho mollato quel rottame di Splinder per migrare verso WordPress, anticipando involontariamente la chiusura ufficiale del (dis)servizio.

splinder culo.

Inutile dire che non c’è paragone: quello che sto scrivendo ora non è molto di più di un crash-test e già mi rendo conto di quanto buon senso e usabilità ci sia dietro. Un sistema garabatamente sensato fatto per normodotati informatici. Just write, mi dice il sobrio avviso in basso a destra prima di rendersi ancora meno invadente di quanto già non sia, lasciando solo una pagina bianca. Idem per il template: fanculo HTML, CSS e cianfrusaglie varie, viva l’interfaccia grafica in cui trascini gli oggetti e li personalizzi come vuoi tu senza il minimo sbattimento. Ah, che figo.

Il prossimo passo sarà decidere cosa fare con i vecchi post. La maggior parte l’ho già cancellata dalla vecchia piattaforma, dei pochi che ho conservato ne rimane comunque una copia carbone sull’hard disk. A questo punto sono solo indeciso sul da farsi:  ripubblicarli retrodadati (un’idea che al momento non mi esalta)? Salvarli come PDF e piazzarli su Scribd (forse poco pratico, ma almeno ce li si può leggere)? Lasciar perdere tout court e resettare tutto)?